La valigia da rientro dell’expat

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La valigia e l’expat sono due entità indissolubilmente legate mi pare superfluo sottolinearlo, per definizione di expat. Non tanto il “bagaglio magnum”, quello capostipite, quello che ci accompagna nel trasferimento all’estero, ma quella che chiamerò la “valigia-da-rientro”.

Foto utilizzata con licenza CC
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La valigia-da-rientro è il bagaglio delle due, tre, una, dipende, volte all’anno in cui l’emigrato, appunto, “rientra”. L’emigrato, va capita questa cosa, “rientra” sempre. Rientra sia all’andata sia al ritorno. Rientra nel senso di torna nel posto in cui è rimasta la vita d’origine, e rientra nel senso di torna nella sua nuova vita, alla fine della vacanza, se vacanza la vogliamo chiamare.

Le dimensioni e il contenuto di questa valigia-da-rientro cambiano con l’evolversi della condizione di emigrato, con l’evolversi quasi morfologico dell’individuo che a poco a poco incorpora le caratteristiche somatiche delle anime di tutti i paesi in cui si riconosce a casa. E, crucialmente, più tempo passa, più la valigia diventa scarna. A prima vista potrebbe sembrare una semplice acquisizione di skill, un imparare a viaggiare leggeri, ma non è esattamente questo, non credo almeno.

Nei primi tempi, la valigia da rientro, sia all’andata che al ritorno, è, per carenza di un termine più adeguato, zeppa. Zeppa perché dovuta all’ansia di riuscire a fare un completo download di tutte le cose che abbiamo vissuto, del “sapete come funziona questo?” o “ah, non potete capire cosa intendono per cibo italiano”, o “le strade, dovreste vedere le strade”, o “ah, guarda i trasporti pubblici”, “le ragazze”, “i ragazzi”, “le poste”, “il sole”, “la pioggia” e quant’altro ci ha accompagnati per i mesi emigrati. Portiamo testimonianze, fotografiche e non, alimentari, gadgets considerati uso comune ma mai visti in patria (il bollitore dell’acqua del te! a quante persone devo averlo regalato, al grido di “è fon.da.men.ta.le!”), regali regali regali, libri in lingua che nessuno leggerà mai, colori e fragranze. E ad ogni visita ad amici e parenti tutto viene sciorinato e accompagnato da coloriti spiegoni.

Al ritorno, oh, al ritorno la valigia si stra-riempie da capo di tutto quello che (a) dobbiamo mostrare ai nostri amici in loco, in un perverso meccanismo di contrari, oppure (b) costituisce la lista “prima necessità” che abbiamo formato appena partiti e perfezionato una volta esplorati i dintorni. Le cose-che-non-si-trovano, il caffè che mi piace, la moka, il condimento segreto della ricetta speciale, il deodorante che “questa fragranza non la trovo!”, i vestiti made-in-Italy, che vuoi mettere la qualità. E così via.

In realtà questa lista è lontano dall’essere perfetta, e ancora più lontana dall’essere utile, per il semplice motivo che in effetti non abbiamo ancora l’esperienza per sapere esattamente che cosa è che non-si-trova. E così io per esempio mi sono ritrovata a portarmi dietro con religiosa compunzione cose tipo una piantina di mele cotogne, senza pienamente realizzare che la mela sta all’Inghilterra come il caffè sta al bar del centro a Napoli: onnipresente, ottimo, indigeno e in millemila varietà. A mia parziale giustificazione devo aggiungere che la prima fase-espatrio è avvenuta prima dello spartiacque 11-settembre, e mi ha vista spacciatrice di lattine di olio, forme di parmigiano, creme idratanti miracolose o clotted cream al rhum, oltre alle piantine di cotogne menzionate sopra: mi chiedo spesso se chi ha concordato le direttive per le limitazioni del bagaglio a mano post 2001 si sia mai reso conto della radicale rivoluzione nella condizione dell’emigrato italiano, un salto evolutivo che manco le glaciazioni.

Tutta questa cornucopia di cose e coselle dopo un po’ di tempo tende a scemare per motivi sia oggettivo-pratici, tipo il naturale esaurimento della lista di amici cui regalare il bollitore fon.da.men.ta.le, sia perché il fine ultimo dell’operazione, il download completo, manifesta alfine la sua vacuità. Un po’ ti rendi conto che le storie sulla tua vita fuori non sono poi nella top ten delle cose di cui i tuoi amici vogliono parlare, e tutto sommato neanche tu, diciamocelo. Un po’ sai che nella tua morfosi in un soggetto che si allunga ad elastico attraverso una frontiera, hai adesso due posti che chiami casa, nessuno dei due esclusivo, ma entrambi avvinghiati talmente alla tua essenza che non hai voglia di “spiegare” l’uno all’altro, perché per forza di cose la percezione di uno nei confronti dell’altro, e la percezione nei tuoi confronti, non senti rende giustizia all’argomento. Ti infastidiscono indicibilmente i luoghi comuni, dei tuoi co-residenti verso gli italiani, degli italiani verso i tuoi co-residenti, e su di te, su quello che, secondo chi ti parla, dovresti provare, rimpiangere, o desiderare.

L’esiguità del bagaglio da rientro è quindi più che altro dettata da una crescente sensazione di insoddisfazione nel doverlo proprio prendere in considerazione, il bagaglio appunto, nella sua assoluta incapacità di esibire i giusti livelli di complessità. E’ un po’ la sensazione di quando si riguardano foto di momenti importanti, o di paesaggi che ci hanno colpito: la foto non rende, continuiamo a dirci con disappunto.

Quindi invece di cose e coselle materiali, il bagaglio inizia a diventare pieno di cose immateriali, essenzialmente conoscenza. La conoscenza dei parallelismi e affinità, anche pratiche (non mi serve questa cosa, perché la sostituisco con quella). La conoscenza di meccanismi per traghettare ciò che serve, a te, alla tua famiglia, al di là del confine, non ingredienti ma ricette, non oggetti ma strumenti per costruirli, non voci ma memorie. Diventa quasi una sfida: quanto poco mi serve portare per poter essere me, dovunque io sia. Questo quanto, scopri tipicamente, è davvero molto, molto piccolo.

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1 COMMENTO

  1. Sorella, abbracciamoci. MA PROPRIO UGUALE UGUALE UGUALE! Meno male che mio fratello si è aperto la ditta di trasporti e adesso le cose indispensabili e i bagagli me li porta lui, che le cose emozionali come dici tu, a un certo punto passano, ma i prodottini del quotidiano rallegrano la vecchiaia.

    (Il cotogno no, ma almeno un fico e una vita mandate da mia nonna alla suocera, forse persino un nespolo, e meno male che si è fatta in giardino una serretta per tenerceli, ecco, quelli si).

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