Vado in fuga

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“Cosa vuoi, lui può allenarsi, non ha moglie, niente figli…”
Una frase che ci si dice spesso tra noi sportivi della domenica, in particolare quando si torna da quelle poche gare che si fanno in un anno. Di solito è riferita a chi è arrivato qualche ora prima di noi, spesso, magari, tra lui e noi c’è uno stuolo di papà e mamme amorevoli con un lavoro full time.
Insomma, è una frase detta come alibi più che altro, ché è più facile dire che non si ha tempo piuttosto che dire che si è scarsi di nostro.

Però meglio stare attenti.
Soprattutto se lo sport subentra nella vostra vita familiare a quarant’anni, quando non vi scricchiolano solo le ossa, ma il rumore del tempo che stringe la borsa vi chiude la vena del cervello e vi fa immaginare che buttarvi su qualsiasi esperienza estrema possa in qualche modo rallentare il processo di invecchiamento.
Su questo tipo di consapevolezza, magari, torniamo più avanti.

Foto di Gaetano Buson ©
Anni fa ho iniziato a correre per dimagrire e rimettere in sesto una salute che mi avrebbe fatto pagare il conto. Poi però la cosa mi ha un po’ preso la mano e devo dire che non è facile mantenere la direzione.
Direi la giusta direzione, se avessi la presunzione di sapere quale sia; la realtà è che è già tanto se riesco a mantenere una traiettoria accettabile per me e la mia famiglia che, mi rendo conto, non è detto sia la stessa traiettoria che va bene per tutti.

All’inizio è facile, indipendentemente da che sport decidi di fare: corri poco, giochi al calcetto al venerdì o vai a nuotare la domenica mattina. Poi gli amici dicono che sarebbe bello evolvere in una squadra, confrontarsi con gli altri, terzi tempi con birra a profusione al bar sport “Gigio l’Onto” che farebbe anche da sponsor.
Tutto bene.
A parte che tu una volta si e una volta no, al sabato alla partita non ci potresti andare e comunque non restare fino al terzo tempo: una volta c’è il catechismo, una volta la pizza di fine anno del karate dei figli, una volta i suoceri che fanno 40 anni di matrimonio e così via.
In qualsiasi squadra di calcetto non mancheranno quelli che ti fanno notare che sei schiavo della tua donna, che c’hai la catena corta e così via.

Si instilla così il germe della fuga, quello che ti fa ricordare che il maschio un tempo tornava alla caverna solo per impollinare la femmina, quello che “eh, una volta” eccetera.
Stessa cosa è capitata a me, con la storia delle ultramaratone (amici stronzi a parte). Mi sono fatto ammaliare dalla sirene di una gara sopra i cento km sulle Dolomiti ed ho passato il limite.

Certo prima di iscrivermi ho chiesto a mia moglie cosa ne pensasse. In modo un po’ rudimentale e un po’ poco consapevole (sotto sotto io la gara la volevo fare) ho pure spiegato in cosa sarebbe consistita la preparazione. Lei mi ha incoraggiato. Sul serio, con energia. Forse perché non ha capito bene, forse perché mi ama davvero tanto.
Il punto è che io ho iniziato a divertirmi meno; passi per le gare, che sono sempre belle, ma gli allenamenti sono uno stress aggiunto ad una organizzazione familiare che non voglio trascurare. Così mi alleno ad orari assurdi e poi sono nervoso perché non dormo e scatto alla prima marachella che combinano i miei figli.
E al lavoro mi distraggo perché penso che devo comprarmi un paio di scarpe nuove che sulle rocce tengano di più.

E allora cosa fare?
Mollare?
O Fuggire?
Dove fuggire significa fregarsene o autoconvincersi che il nostro hobby per noi è indispensabile e per lui potremmo sacrificare qualsiasi cosa in nome anche del nostro continuare a volersi sentire giovani, belli e liberi e, a differenza di quando eravamo ventenni, anche meno squattrinati.
E anche fuggire verso un passato che magari non abbiamo avuto perché eravamo imbranati o, semplicemente, squattrinati, appunto.

Io non ho verità da s-gureggiare, ma penso sempre che se preferisco una corsa con gli amici al rapporto con mia moglie, forse il problema non è quanto mia moglie mi lasci o meno correre (che poi vien da ridere, mica siamo ancora minorenni che hanno a che fare con la mamma), ma proprio la mia capacità di costruire assieme ad un’altra persona un rapporto per cui valga la pena sacrificare il resto.
A volte ho come paura che questa ansia di fermare il tempo, di marcare il limite della nostra rinnovata giovinezza, del raccontarci di quanto più bello è adesso perché adesso possiamo e ci gustiamo di più ogni cosa perché siamo consapevoli, ci perdiamo in realtà molte altre cose che, anche loro, non torneranno più: un rapporto sereno da quarantenni con il proprio compagno, i figli che crescono ed è un peccato perdersi le tappe evolutive (che poi è un continuum, mica è il Giro d’Italia).

Ed un giorno ce ne accorgeremo e scriveremo post da sessantenni che sono i nuovi quarantenni e così via. Nel frattempo ai nostri figli, di renderci partecipi della loro evoluzione, verrà un pochino meno spontaneo.
In quest’ottica lo sport del genitore adulto deve essere utile a mantenersi in forma, a garantire quel piacere che dia serenità a noi come a chi ci sta attorno (se senza forzature diventa una festa condivisa ancora meglio).
Se inizia a diventare qualcos’altro, con significati di rivalsa verso il partner, verso il proprio passato o verso diosàcosa, beh, allora non dobbiamo allenarci ma affrontare gli altri problemi con il loro vero nome.
Per quello, ahimè, non ci sono tabelle.

“Ma se sei fiera di me ogni volta che mi vedi tagliare il traguardo, perché poi mi rompi tanto se esco sempre ad allenarmi?”

Perché quello fa parte del gioco”

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7 COMMENTI

  1. Condivido lo spirito del tuo articolo Gae. Ho ripreso a correre da pochi mesi e per diverse settimane mi è sembrato di non avere in testa altro (mi serviva però, era uno sfogo molto utile). Adesso che le cose riprendono confini sicuri e che non mi sento più addosso quel surplus di rabbia ed energia negativa continuo a correre, ma solo per sentirmi bene.
    Forse per questo gareggiare non mi interessa. A me piace correre in solitudine: fa parte della libertà della corsa.

  2. E’ sempre un piacere leggerti Gae. Se posso dire la mia (da a-sportivo quale sono, quindi non posso capire certe passioni) direi di rallentare. Un hobby deve restare tale senza togliere troppo tempo alla famiglia. Lasciarsi prendere la mano (o il piede) è un attimo. 🙂

  3. POi c’è la moglie che vorrebbe andare a correre ma non può farlo come vorrebbe perchè il marito corre ma c’è comunque una famiglia da gestire 🙂

    • Intanto lasciami godere del fatto che tu legga un mio post…
      Scherzi a parte: in un mondo perfetto il carico della famiglia da gestire dovrebbe essere condiviso esattamente come il diritto a correre. Naturalmente a meno che tuo marito non sia un allenatore professionista o non faccia Kiptanui di cognome 😉

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