L’uomo papaizzato

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Portare i bambini, così come ogni compito di accudimento, viene spesso considerato appannaggio materno. E’ arrivato invece il momento di ripensare il ruolo del padre, non più come un’autorità esterna e lontana: forse possiamo riuscirci anche grazie al portare.

foto di Suzanne Shahar utilizzata con licenza Creative Commons
foto di Suzanne Shahar utilizzata con licenza Creative Commons
Gli uomini, pensa Chantal, si sono “papaizzati”. Non sono più dei padri, ma solamente dei papà, ossia dei padri cui manca l’autorità di un padre. E immagina se stessa nell’atto di sedurre un papà che spinge il passeggino con dentro un bimbo e ne porta un altro sulla schiena e un altro ancora sulla pancia: approfittando di un momento in cui la moglie si è fermata davanti alla vetrina di un negozio, lei sussurra una proposta all’orecchio del marito. Come reagirebbe? L’uomo trasformato in un albero di bambini sarebbe ancora capace di voltarsi a guardare una sconosciuta? I bambini che porta appesi sulla schiena e sulla pancia non si metterebbero a urlare, infastiditi da quel movimento inopportuno? Questa idea le pare buffa e la mette di buon umore [da L’identità di Milan Kundera].

La Chantal di Milan Kundera è una donna che ha grossi problemi con la sua immagine, ma il nostro romanziere non si lascia sfuggire l’occasione per cogliere, quasi vent’anni fa, una delle icone più controverse dei nuovi ruoli genitoriali: l’uomo papaizzato – les hommes se sont papaïsés, nell’originale. L’uomo che porta, aggrappati a sé, i suoi figli, l’uomo trasformato in un albero di bambini. Perché questa immagine fa tanto riflettere? Cosa coglie di tanto problematico nelle questioni paterne e più estesamente maschili?

C’è da dire che il compito del trasporto dei figli è un’acquisizione recente da parte dei padri. Tradizionalmente il padre non ha alcun compito di cura, ma di ammaestramento, insegnamento, divieto. Il compito del trasporto nasce come prima risposta a una esigenza di parità manifestata anche storicamente dalle donne, mogli, compagne. L’uomo cede quella parte di autorità che era mantenuta anche praticamente rimanendo estraneo ad alcuni problemi logistici delle madri, ed entra in gioco come aiuto strumentale e presenza fisica.

Tolte di mezzo le solite facili e banali categorie, e i luoghi comuni, rimane il fatto che il gesto di “portare” figlie e figli pone all’uomo un problema con il proprio corpo, un corpo maschile, che non si affronta in nessun’altra situazione. L’uomo cioè sperimenta il proprio corpo come “a servizio” del corpo altrui, figlio o figlia che sia – spesso per molti uomini è la prima volta, e possono emergere disagi e imbarazzi: dove metto le mani? Quanto forte stringo? Come si mette la fascia? «Quanto pesi bella de papà!» «Sono stanco, t’appoggio sul fianco» (uh, vedi, anche i papà hanno i fianchi…)

Dal primo “portare in braccio” la prole, all’imparare l’uso del passeggino o della fascia portabebè, e destreggiarsi con più di un figlio e figlia alla volta, il portare è un gesto di cura, e qui sta il suo effetto straniante e anche sconvolgente per un soggetto che si vuole di solito estraneo alle procedure di accudimento. Una cosa è sfruttare la propria forza per trasportare un bambino o una bambina da qui a là; un’altra è condividere un contatto per un tempo piuttosto lungo, o per dovere o per piacere. Un caso realizzabile in mille varianti: portare il piccolo sulle spalle per farlo guardare più in là del proprio orizzonte, condividere un tratto di lunga passeggiata con il piccolo nella fascia, il turno di notte per le insopportabili (da tutta la famiglia) colichette gassose per le quali si percorre casa in lungo e in largo.

Va ripensato il ruolo di un uomo che non può essere più un’autorità esterna e lontana – il “padre” delle parole di Kundera – perché ora è lì, a contatto quotidiano, che suda e fatica e mette in gioco la sua forza nel farsi un albero di bambini. Poco erotico? Forse, chissà, cosa importa? Questo papà esiste qui e ora, vicino, lo si può toccare in uno scambio energetico non verbale che, io credo, fa molto bene a tutti e due, tre, quattro quanti sono su quell’albero.

E’ una fatica? Perché, crescere non lo è?

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3 COMMENTI

  1. A’ Sciantalle, scusa ma una delle primissime cose che ho imparato quando sono diventata mamma è che l’uomo col bebè in saccoccia assurge immediatamente a sex symbol, la donna col bebè in saccoccia diventa Essere Asessuato Invisibile. Non ho mai visto tante donne fare gli occhi dolci a mio marito come quando aveva i figli neonati nella fascia…

  2. A ciascuna il suo tipo di uomo, mi verrebbe da dire a Chantal. Circola una foto su Internet con un attore che porta la figlia piccola con una fascia sling, e la scritta “Porno per donne” – che condivido appieno.
    Però dai, il papà che gioca a cavalluccio coi figli si vedeva già prima delle fasce… nei negozi di giocattoli vendono anche delle selle …. 😉

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