Unghie

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Il lungo ponte ci ha salvati tutti da malumori e stanchezze sparse. Nei giorni che precedevano le vacanze di Pasqua i professori avevano urlato più del solito, i ragazzi li avevano ignorati con maggior vigore, io mi ero arresa ai tacchi bassi: era assolutamente necessaria una battuta d’arresto per permettere al mondo di tornare a girare attorno al proprio asse.
E poi c’era la faccenda delle unghie. Me ne ero accorta mentre espletavo la parte peggiore del mio lavoro, la pulizia delle aule. Da un po’ di tempo per terra trovavo non solo briciole, fazzoletti di carta e penne spezzate ma anche tante unghie, tantissime unghie, che solo a scriverlo rabbrividisco di disgusto. Mezzelune perlacee cadevano dai banchi, si raggruppavano in mucchietti sotto i colpi di scopa. Mai viste così tante unghie.
“Ma è tipo una malattia?” avevo chiesto alla collega. No, aveva spiegato lei, è la fine dell’anno scolastico.

In effetti non c’erano stati solo malumori e urla.
C’era stato anche Pietro, il ragazzo spavaldo col suo aspetto da rockstar maledetto, capelli lunghi e sneakers, che si era nascosto in bagno a piangere nel timore di aver fallito la verifica di Storia dell’Arte.
E c’era stata Sara, l’impertinente, che quella verifica aveva provato a non farla millantando mestruazioni dolorose – le terze quel mese – e che prima era stata prima sgridata dalla madre per quel tentativo goffo di fuggire alle proprie responsabilità e poi dalla professoressa stessa.
C’era stato Mirko che si era beccato una nota per aver risposto con arroganza al professore di musica – lui, solitamente così schivo – e c’era stato Tribbiani, tanto autorevole da essere chiamato per cognome, che lunedì mattina era andato in bagno cinque volte per non meglio precisati “disturbi di stomaco”.
Li richiamavo alla mente uno a uno mentre pulivo i loro banchi sotto i quali giacevano le mezzelune. E allora li ho immaginati mentre mettevano da parte la maschera di adolescenti imbizzarriti per tornare a essere studenti preoccupati da voti e medie matematiche, lo sguardo sui fogli, le dita in bocca. Ho sentito la loro angoscia e per un attimo sono stata travolta dalla tenerezza. Poi ho guardato quelle unghie smangiucchiate, i fazzolettini gettati per terra, le mie scarpe basse, e m’è passata.

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Io a scuola ci vado coi tacchi alti e pantaloni a sigaretta da impiegata figa. I ragazzi si aspettano la bidella col grembiulino, si destabilizzano, mi chiamano "signora" e i più piccoli osano un "bidella dirigente".

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