Un commento sul film “Il Diritto di Contare”

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Il #cineforumGC è una iniziativa che abbiamo lanciato sulla nostra pagina facebook per guardare insieme un film e discutere insieme di temi importanti. Ogni settimana proponiamo un nuovo film seguendo vari filoni. Siamo partiti da un tema che riteniamo molto importante che abbiamo chiamato Percorso Razzismo: ribaltare i punti di vista, e il primo film proposto è il Diritto di Contare.

Comincio subito, a scanso di equivoci, col dire che questo film mi piace tanto. Di più: che lo raccomando a tutti. Di più: che è stato importantissimo, necessarissimo, che questo film sia stato girato. Per tre ordini di ragioni, che si intersecano. Perché ribalta gli stereotipi sui neri, come è ovvio. Perché ribalta gli stereotipi sulle donne e il loro ruolo nelle scienze. Perché, e questa è una ragione personalissima, parla di alcuni dei primi programmatori di computer, e rende chiaro anche ai non addetti ai lavori che i primi programmatori erano in realtà programmatrici. 

In realtà che fosse così non era (non è?) arcinoto neanche agli addetti ai lavori: solo da qualche anno, e anche grazie a film come questo, è diventato di dominio pubblico il fatto che le prime persone che programmarono i primi computer (il mitico ENIAC, circa 15 anni prima degli eventi di questo film) erano infatti donne. In realtà il loro lavoro veniva considerato di poco conto (ahah), l’informatica come scienza doveva aspettare gli sviluppi delle teorie di Alan Turing per nascere ufficialmente, e infatti non vengono mai neppure menzionate all’epoca, non appaiono nelle foto ufficiali, e se appaiono, sono in lontananza, sembrano le classiche segretarie, di supporto agli uomini in primo piano. E’ importante quindi questo film perché contribuisce a restituire all’informatica come disciplina un altro pezzo della sua storia. E’ doppiamente importante in un contesto attuale in cui, se è vero che in tutte le scienze troviamo uno squilibrio fra i sessi, nell’informatica lo squilibrio diventa veramente pesante. Si stima che, nonostante la tecnologia e l’informatica siano i campi con maggiore richiesta di professionisti, il divario fra i sessi nel settore è quello più grande di tutti, più ancora di ingegneria, più di meccanica, più di altre discipline ben note per il problema. E, ancora più tristemente, il divario aumenta, invece che diminuire, ci sono sempre meno ragazze che si iscrivono ad informatica. Pare esistere una sinergia di stereotipi che crea questa condizione funesta, non solo è una scienza, e come tale condivide con le altre il problema del divario fra sessi, ma è anche una “roba da nerd”, una carriera che alcuni genitori, e non sto scherzando, vedono quasi come disdicevole per le loro figlie, influenzati dallo stereotipo del programmatore asociale, che mangia schifezze chiuso in uno sgabuzzino per giorni, losco a volte, che ci regalano continuamente film e TV, thank you very much.

Quindi, lodi e squisitezze per chi ha pensato di produrre questo film, quanti sono gli stereotipi che riesce ribaltare!

Eppure. 

Eppure non riesco ad esimermi dal notare alcuni nei che me ne impediscono una incondizionata approvazione.

Il film è “basato su una storia vera” ci tengono a dire, riportata in un libro con lo stesso titolo, un saggio di Margot Lee Shetterly che racconta le vicende in modo più giornalistico, e che consiglio per gli appassionati o i curiosi (ne esiste anche una versione illustrata, purtroppo solo in inglese). E’ quel “basato” che da un lato serve come disclaimer, e dall’altro avverte gli spettatori che stanno per assistere ad una versione della storia dopo che è passata sotto le sapienti mani del trucco-e-parrucco Hollywood style. Ci sono imprecisioni sulle date (le vicende nel film si svolgono più tardi di quanto non siano avvenute nella vita reale) ci sono personaggi inventati, anche se “amalgamando” personaggi veri, ma certo si capisce che sono funzionali al romanzare la storia, renderla una storia appunto, e se il tutto rende il film più piacevole, e quindi più appetibile ad un pubblico più vasto, quindi aumentando il numero di persone che vengono esposte a questo ribaltamento di stereotipi, diciamo che giustifica l’impresa. Però è importante secondo me chiedersi in che direzione vanno questi ‘ritocchi’. E il mio problema con questi ritocchi è che vanno sempre nella direzione che strizza l’occhio al bianco. E al bianco e uomo, in particolare. Proviamo ad interrogarci su questa cosa.

Il neo principale per me è che il personaggio di Al Harrison, interpretato da Kevin Costner, non esiste. E che di conseguenza una delle scene cruciali del film, quella in cui (spoiler alert!) Harrison si rende conto della segregazione nell’uso dei bagni, e distrugge con una mazza il cartello che indica i bagni per il personale “di colore”, è inventata. La domanda importante da porci in questo caso è: perché serviva Harrison? Forse perché ci voleva una “star” come Costner a dare lustro al film? Ma perché? Perché non bastava la storia, che è veramente eccezionale, di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, ma serviva mettere sotto i riflettori una figura così ingombrante, a rischio di togliere loro visibilità (e infatti gliene toglie)? Perché serviva che un uomo, bianco, diventasse l’eroe della situazione, contribuendo a salvare la pulzella, nera, in difficoltà? Perché c’era bisogno dell’eroe, uomo, e bianco, se abbiamo detto che la storia delle tre era già eccezionale di suo? Forse perché occorreva che il pubblico di persone bianche si potesse identificare con lui, potesse sentire meno pesante l’accusa del privilegio, meno orrende le azioni della propria gente? Non sarebbe stata bella invece una scelta più coraggiosa, che riuscisse lo stesso a creare il fattore “feel good” ma in modo più creativo? 

Questo è collegato ad un altro aspetto del film, e cioè quello che non riesce secondo me a dare abbastanza spessore alla auto-coscienza della popolazione afro-americana dell’epoca. Certo si intravvedono scene che fanno capire la condizione dei neri, ma anche si dà l’impressione che la missione spaziale fosse un obiettivo condiviso da tutti gli americani, non importa il colore (ricordate la prima scena del poliziotto?), il fattore unificante. Per insistere su questo punto, il film si posiziona dichiaratamente nel 1961, quindi un anno prima della missione di John Glenn, il primo americano ad entrare in orbita intorno alla terra, questo nonostante le vicende che riguardano personalmente Katherine, Dorothy e Mary sono di qualche anno prima. Perché questo spostamento di date? E’ forse per avvicinare gli eventi, accorpandoli, agli eventi del ’62, con John Glenn che funziona da ulteriore traino per far amare le nostre eroine dal pubblico americano bianco?

Il film quindi non menziona affatto che il delirio collettivo americano per la corsa allo spazio era un falso collante, non era trasversale. Ce lo ricorda meglio Damien Chazelle nel suo film appena uscito su Neil Armstrong, First Man – Il primo uomo, scegliendo per la colonna sonora un pezzo, “Whitey on the Moon“, che mette in musica una poesia dell’autore afro-americano Gil Scott-Heron, un poemetto sarcastico sull’allunaggio (“non posso permettermi il conto del medico, ma Whitey è sulla luna!“). Ma ne Il Diritto di Contare, anche noi pubblico ci facciamo prendere da questo sentimento di “bene superiore” che accomuna tutti gli americani, stiamo mandando un uomo nello spazio, porca miseria, poco importa se a pochi metri trattiamo nostri simili come esseri inferiori, risolleviamo lo spirito, feel good.

Quindi, pur con tutti i pregi importanti, questo film continua a perpetuare una visione in cui il bianco rimane protagonista, non rende giustizia appieno alle tre programmatrici, la cui storia è ritenuta non abbastanza per essere raccontata da sola, non rende giustizia appieno ad una profondità di pensiero della popolazione afro-americana in toto, e continua a far leva sul ruolo salvifico del bianco che riscatta la propria gente. Ed è importante che vediamo questo film ponendoci domande, e magari parliamone con i nostri figli, gustiamolo ma non lasciamo che ci illuda che il razzismo sia un problema risolto, lontano, come se del resto non lo sperimentassimo giornalmente.

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