Tutte le colpe di Chiara

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Torno a casa con il cuore in tumulto.
E’ martedì, sono le sei di sera di un giorno tiepido di quasi primavera. Il sole si vede ancora, illumina un cielo azzurro senza nuvole, i sorrisi di chi rientra a casa a cercare coperte calde e un bicchiere di vino davanti a una serata leggera e accogliente.
Cammino lentamente e guardo le vetrine, cercando di intravedere le persone nei negozi, scorro i volti e intercetto le loro espressioni veloci e nascoste, leggo i labiali di una donna che prova una sciarpa verde e si guarda allo specchio di fianco alla commessa compiaciuta.

Tocco il cellulare dentro la borsa e scrivo un messaggio ad un’amica in cui mi rifugio nei momenti bui, intensa speranza di un domani migliore e dei pochi mesi che mi separano dalle vacanze e dalla chiusura di un anno faticoso.
Ripenso alle parole di quella bambina di qualche giorno fa, stracci di una conversazione difficile da cui non trovo scampo, abbracci che avrei voluto darle e che ho trattenuto per non apparire invadente, inopportuna, esagerata.
Eppure il suo viso scuro mi appare ancora brutalmente davanti, e così i macigni di mattine senza via di scampo, legate a frasi dure che l’hanno dipinta in modo ormai inequivocabile, facendole un ritratto ingiusto, inutile, disarmante.

Tu ci andavi volentieri a scuola quando eri piccola?

Si è seduta di fianco a me sulla panchina dell’oratorio, in uno dei giorni in cui porto i ragazzi a calcio, e attendo qualche minuto che scompaiano dentro allo spogliatoio stipato di zaini, maglie, calzettoni spaiati e scarpe dai tacchetti tintinnanti.
Guardava il mio cappello viola da elfo, con un fiore di bottoni verdi e la punta, lo metto nelle giornate in cui sono triste per ricordarmi dell’entusiasmo che avevo quando l’ho finito, all’uncinetto, davanti a una puntata del commissario Montalbano.
“Che bello il tuo cappello”, mi dice, “il viola è il mio colore preferito”.
Conosco questa bambina dagli occhi azzurri e lo sguardo impertinente, ha un sorriso aperto eppure triste, profondamente triste.
“Ciao Chiara”, le dico sorridendo, “Ti ricordi di me?”, proseguo togliendomi il cappello.
“Sei la mamma di Riccardo”, mi risponde. “Riccardo è mio amico, a volte viene a salutarmi”.
So a cosa si riferisce, Riccardo a volte saluta bambine di altre scuole, più piccole di lui, ama socializzare ad ampio raggio, e conosce tanti bambini, spesso lo fermano per salutarlo. Mi ha parlato di Chiara, indicandomela all’oratorio, viene da un’altra scuola, ne sono rimasta subito colpita proprio per lo sguardo volitivo e la patina di tristezza che ho percepito all’istante.
“Tu ci andavi volentieri a scuola quando eri piccola?”. Mi chiede così a bruciapelo e guarda con insistenza, con le mani in tasca, capisco che sta aspettando con ansia la mia risposta.
“A volte non molto, altre invece si. Ho cambiato tante maestre e due scuole”, rispondo assorta, ripensando a quella maestra che veniva da lontano con la borsa di cuoio a tracolla e il cappotto rosso. Si chiamava Carla, e ogni lunedì ci raccontava del lungo viaggio in pullman per raggiungere la figlia in un piccolo paese dell’entroterra abruzzese.
“Sei stata fortunata tu”, mi dice. “Se hai cambiato tante maestre magari qualcuna ti avrà voluto bene”.
Intravedo la mamma di Chiara per mano al fratellino e le faccio segno di entrare pure all’oratorio: con Chiara ci posso stare io ancora qualche minuto. Vedo che prende il mio cappello caduto per terra e se lo rigira tra le mani.
Mi punge sul vivo, e trattengo le lacrime che mi colgono alla sprovvista, anche se so che hanno radici vere e profonde, le ricaccio per non farmi accorgere da Chiara, che prosegue.

I giudizi che pesano come macigni

“Io non sono brava, la maestra me lo dice sempre. E poi i miei compiti sono disordinati, delle volte non li so fare e faccio troppi errori. Non ci capisco niente”.
So che è in quarta elementare. Questa è la percezione di se’ che lentamente si sta facendo strada tra le mezze frasi e le espressioni cupe. Fa una giravolta e perde l’equilibrio, cade piano e si rialza, sorride a me e cerca il mio sguardo.
“Non mi piace andare a scuola, e poi le mie compagne mi prendono in giro”.
Sto lì senza parlare, ascolto i pensieri di questa bambina dai capelli neri senza sapere cosa dire. Si prova il mio cappello, gira la testa a destra e sinistra chiedendomi come le sta.
“Puoi tenerlo se vuoi”, le dico.
Mi abbraccia con calore, gli occhi le si illuminano, si siede sulla panchina e si zittisce guardandosi le mani.
“Comunque non è che non voglio andare a scuola tutti i giorni, ma solo quando la maestra mi da sempre la colpa”.
“Perché ti da la colpa?”
“Perché dice che provoco i compagni, e se mi danno i calci sulle scale è perché me la sono cercata. Le note a loro non le mette. Le mette solo a me e a Giulio, ma a lui meno. E poi lui alza le spalle”.
Abbasso lo sguardo, lei non si accorge del mio turbamento e continua a parlare. Mi provoca un dolore fisico e profondo sentire il racconto di questa bambina disarmata, afflitta, annientata.
Si sente addosso tutte le colpe, e chiusa come un riccio se le attacca addosso come un vestito, il suo vestito.
“Sbaglio sempre”, dice ad un certo punto, “sempre io”.
La sua classe, che dovrebbe essere il suo rifugio caldo e accogliente, e’ diventata un’arena di leoni: lei al centro, bersaglio delle inettitudini di chi non ha saputo fare altro che colpirla nelle sue debolezze.
Mi vergogno per lei e per ciò che sente, per ciò che è costretta a subire senza armi, una creatura indifesa contro una realtà con cui è stata costretta troppo presto a fare i conti.
Sentirsi sbagliati a nove anni, mi ribolle il sangue e faccio uno sforzo titanico per rimettermi sulla carreggiata.

Un piccolo mattone in un deserto di niente

“Se vuoi la prossima volta ti porto un biscotto con le nocciole, li ho fatti con la mamma e con mio fratello. Ne posso dare uno anche a Riccardo”.
La guardo con il sorriso più caldo che ho e la ringrazio.
“Non vedo l’ora”, le dico, “secondo me li sai fare benissimo”, aggiungo.
Solo un piccolo mattone in un deserto di niente, giorno dopo giorno, in quelle classi gialle che invece sembrano aule dell’inquisizione.

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