Tredici – una visione privata

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Ho visto Tredici – Thirteen reasons why insieme a mio figlio prima di leggere tutti gli articoli di approfondimento che sono stati scritti in proposito.

immagine di proprietà Netflix utilizzata per recensione
Quando ho premuto il tasto play sapevo solo che la protagonista a un certo punto si sarebbe suicidata e che la serie era sotto accusa per paura che portasse a casi di emulazione. Però ero affascinata dal numero tredici, che nella mia personale e limitata esperienza è un’età difficilissima da gestire, e soprattutto temevo che mio figlio di, appunto, tredici anni, se la vedesse da solo.

Ecco forse è stato questo a convincermi.

Ora, io non sono in grado di dire se sia o no una serie potenzialmente pericolosa per gli adolescenti. Lo lascio fare a chi è competente in materia, ha gli strumenti per giudicare e anche quelli per imporre misure e restrizioni.

Posso solo raccontarvi come l’abbiamo vista noi, da semplici spettatori.

La prima cosa da dire è che è fatta bene. I personaggi sono complessi, gli attori bravi, la sceneggiatura è costruita in modo da tenerti incollato al divano fino all’ultimo. Mio figlio ha usato il termine intrigante, e mi sembra che questa scelta lessicale così fuori dal contesto periferico romano, renda piuttosto bene l’idea. È davvero una serie intrigante.

Tra gli elementi che ti intrigano c’è l’uso astuto e centrale delle cassette audio. Personalmente non ne vedevo dai primi anni ’90, ma certo risvegliano in me ricordi fortissimi legati all’adolescenza e sicuramente creano un’immagine ponte in grado di unire questa generazione a quella dei loro genitori. (Cioè io, voi, gli over 40 e circa 50, insomma). Sono sempre più stupita di quanto i ragazzi siano affascinati da ciò che ai loro occhi appare vintage. Hanno un concetto di antico tutto loro, parlano di primi anni duemila come se fosse il giurassico, ci sono movimenti di nostalgia televisiva anni ’90, tra sigle di cartoni e musica elettronica quasi trash, ma niente li acchiappa come gli anni ’80. È in parte una moda, l’ondata di reflusso che c’è in ogni epoca, ma in parte è anche forse la voglia di sfuggire da un’epoca in cui grazie a internet si è sempre sotto osservazione, in cui un errore o una leggerezza possono tornare a colpirti alle spalle come un boomerang perché di quell’errore è rimasta una traccia, un video o una foto, che girano fino a ossessionarti.

Lo dice la protagonista, come la sua sia una generazione di guardoni.  Ma, aggiungerei, anche di guardati. L’ossessione dell’immagine è infatti fortissima. Siamo stati abituati a racconti di formazione in cui gli adolescenti si dibattevano tra volontà di ribellione e omologazione a un modello ribelle. Qui invece sembra che il desiderio più forte sia quello di compiacere, di riuscire a corrispondere a una perfezione che la società intorno a loro sembra richiedere. I ragazzi della scuola sono tutti preoccupati di nascondere la loro parte oscura: le paure, le fragilità, la solitudine, la rivolta, la rabbia, che pure fanno parte della vita e della loro età in particolare. La volontà disperata di piacere agli adulti, insegnanti, allenatori, e genitori porta a negare il conflitto, la ribellione, anche il desiderio di autonomia. E questa energia repressa, troppo a lungo confinata tra i muri di una scuola che sembra il set di un reality, dove rischi in continuazione di essere eliminato perché non piaci al gruppo, esplode di colpo in aggressività, violenza, desiderio di sopraffazione su chi si trova ad essere, anche per poco, più debole di te.

È sicuramente una serie sul bullismo in tutte le sue forme, da quello più subdolo e nascosto a quello più esplicito e violento, da quello sessuale a quello, inconsapevole, dei genitori sui figli, che impongono modelli, e si preoccupano solo di ciò che appare in superficie, i voti, lo sport, gli amici, le foto prima della festa.

Come genitore, l’incapacità degli adulti di intuire quello che davvero vivono i propri figli è inquietante. Credo sia un’illusione dire a se stessi che i nostri figli ci dicono tutto. Non credo sia possibile, forse nemmeno è giusto. L’adolescenza dovrebbe essere fatta per ribellarsi e rendersi autonomi, che obbligatoriamente passa per qualche guaio e diverse bugie. Ma gli adulti di questa serie, anche in buona fede, fanno l’errore più grande che è quello di negare la parte oscura, la contraddizione, il fallimento, la solitudine. E così lasciano i ragazzi ancora più abbandonati.

È un grande racconto sulla responsabilità che abbiamo nella vita degli altri e nella nostra. Di come le parole possano innescare dinamiche incontrollabili, di come sia importante prendere posizione, e agire in modo giusto nel momento giusto.

È anche un inno al potere magico della scrittura, capace di connettere le persone, di portare alla luce ciò che è nascosto, di riuscire, attraverso la finzione, a far prendere coscienza della verità delle cose. Se la versione dei fatti di Hanna è sicuramente parziale, ha il merito di costringere i suoi ascoltatori a fare i conti con la propria verità.

È, infine, una serie sul rimpianto di non avere avuto abbastanza coraggio di aprirsi, di entrare in intimità, di rendersi vulnerabili di fronte agli altri. Il rimpianto che il talento poetico di Hanna non abbia avuto modo di esprimersi. Di tutto quello che avremmo potuto fare e che invece non abbiamo fatto.

Per affrontare con i vostri figli adolescenti il difficilissimo tema del suicidio, consigliamo la lettura anche di questo post: Prevenire il suicidio negli adolescenti, in cui intervistiamo il Dott. Vladimir Carli del Centro per la Prevenzione del suicidio e la promozione della salute mentale presso il Karolinska Institute, Svezia.

Secondo l’Associazione Internazionale per la Prevenzione del Suicidio (IASP) la serie Netflix diffusa in Italia con il nome Tredici viola le linee guida dell’OMS in numerose delle raccomandazioni per la descrizione di un evento suicidario”. Per questo motivo, in questo post, abbiamo voluto raccontarvi un modo per affrontarne la visione

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