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Tema del mese: nascite, non nascite

Scritto il 1 Jun 2010 da Silvia 53 Comments

Questo mese ci prendiamo una responsabilità che finora avevamo pensato di affrontare, ma avevamo più volte rimandato: quella di scalfire alcuni tabu e di parlare di temi delicati.
Lo dico da subito: ci proviamo.
Il tema di questo mese affronterà diversi argomenti, correlati alle nascite difficili e alle non nascite. Parleremo di prematurità, nascite con problemi, aborto terapeutico o spontaneo, interruzione volontaria di gravidanza e fecondazione assistita.
E’ molto e sono argomenti eterogenei, ma accomunati da un modo diverso dal solito di vivere l’evento nascita. Vogliamo capire quanto di questi temi si possa parlare e come. Nulla ci impedirà di approfondire in un prossimo mese.

Credo che ancora oggi tra questi argomenti ce ne siano alcuni che rappresentano dei tabu. Mi sembra che la parola “aborto” sia tra le pochissime ancora impronunciabili: forse in questo è accomunata solo alla parola “cancro”. L’informazione sulla fecondazione assistita è scarsa e solo chi si trova ad esserne coinvolto si procura, spesso con difficoltà, notizie approfondite.

La scommessa di una nascita prematura, il dubbio della decisione di un aborto, la fatica fisica e psicolgica della fecondazione assistita, la scelta di portare avanti una gravidanza a rischio, sono situazioni che solo chi ha vissuto in prima persona sa cosa vogliano dire.
E per questo ci faremo aiutare da molte interviste e guestpost, per creare il maggior clima di condivisione e solidarietà.

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53 Comments »

  • caia coconi ha scritto:

    che coraggio, amiche.
    dietro queste nascite c’è sempre tanta sofferenza e quasi mai una reale possibilità di scelta. parlarne, scriverne è difficile, perché si teme di cadere nell’indelicatezza o nella compassione. però fa bene far circolare informazione, creare una rete, brave!

  • alem ha scritto:

    ecco, io ce le ho tutte: aborto spontaneo, gravidanza extrauterina, fecondazione assistita, gravidanza a rischio, parto prematuro.
    Leggero’ silenziosa.

  • Elisa - mestieredimamma ha scritto:

    brave. per parlare di questo ci vuole delicatezza, è un tema difficile ma importante. E’ giusto – in qualche modo- squarciare il velo. Ho molte amiche che hanno sofferto in silenzio una non-nascita, c’è invece molto bisogno di parlarne perchè oggi più che mai crediamo di essere infallibili.

    vi seguirò come sempre!

  • piattinicinesi ha scritto:

    bel tema, difficile, è vero che è un tabù, ed è un tabù doloroso. ma se non lo facciamo noi,chi lo farà?

  • - Era - ha scritto:

    No, alem, non ce la hai tutte.
    Per quanto difficili, dolorose, spossanti possano essere state le tue esperienze (e spero che ora tu sia felice), lo strazio di un aborto (IVG, lo chiamano, come dire “non vedenti” invece di ciechi) è insopportabile. E ti accompagna sempre, tutti i giorni, tutte le volte che vedi i tuoi figli giocare, sorridere, correre e pensi che a un altro bimbo, volontariamente, hai, per mille ragioni valide o no, negato tutto questo.

    Leggerò in silenzio anch’io.

  • Silvia (author) ha scritto:

    Alem, Era, se vi venisse voglia di raccontare e condividere, non di leggere solo in silenzio (anche in modo del tutto anonimo, ovviamente) noi siamo qui.

  • Daniela ha scritto:

    Un tema difficile davvero, ma forse per questo merita di essere affrontato. Perché chi ci si trova coinvolto poi si sente solo, troppo solo e spesso anche troppo giudicato.

  • mammadifretta ha scritto:

    bè, io vi batto tutte mi sà…la mia primo genita, yvonne, è volata in cielo per colpa di una malattia rara…e della giovane papazzana che ora ha tre anni ho affrontato i primi due mesi nel terrore di una malattia e quindi esami su esami…ma non ascolterò in silenzio. Perchè è necessario informare.Datemi olo il tempo di pensare e la papazzana che dorma…un bacio a tutte.

  • michela ha scritto:

    Davvero un tema doloroso e impegnativo, di cui spesso si preferisce non parlare perché è più comodo pensare a uno stereotipo di maternita’ tutta rose e fiorellini.
    Personalmente, per ora, non ho vissuto nulla di tutto questo e la mia è stata davvero una maternita’serena, ma provo un enorme senso di rispetto per quelle persone che hanno dovuto affrontare scelte difficili con sofferenza e spesso sentendosi puntare il dito contro.

  • arch190 ha scritto:

    Che tema tosto ma davvero necessario!
    Nelle ultime settimane di gravidanza ho avuto colestasi gravidica. Nel dopo le cose sono andate benissimo grazie all’intervento della mia ginecologa che e’ stata davvero brava nel gestire la situazione. Mia figlia e’ nata bene, benissimo. Ma se non ci fosse stata lei, la mia ginecologa, e’ molto probabile che mia figlia non fosse quello che e’ adesso.
    In Italia i casi di colestasi gravidica non sono tanto frequenti come dicono e non tutti i medici sanno come trattarla. L’unico e piu’ grande rischio e’ la morte intrauterina. Dopo 34 settimane di portare dentro di te un’altro cuore che batte, il pensiero non e’ altro che orrendo.
    Mi sono informata fino all’esaurimento sulla colestasi gravidica, sulle terapie, sui rischi, su tutto e ho scoperto che in Italia la gestione e protocolo del dopo nascita di una morte intrauterina non esiste, praticamente se gli dice alla mamma: “ne faccia un’altro e via”. Veramente una cosa orribile, a parte che anche in questi casi gli ospedali non hanno neanche la delicatezza di mettere le mamme che hanno sofferto la morte del loro bebe’, in un reparto separato e le tengono insieme alle altre mamme, con la visione di tortura della mamma felice che allatta, che riceve visite, che ha il suo bebe’ in braccio. Non ho parole.
    Lo stesso succede con le persone che devono abortire, sia per decisione personale che per altre ragioni, sono in attesa insieme alle altre mamme, con o senza pancione, per far diventare ancora piu’ dolorosa sia la scelta che la non scelta -nel caso che si deva abortire per motivi cosi’ detti “terapeutici”-.
    Sulla mia colestasi gravidica in Italia, mi sono accorta che la malattia era piuttosto sconosciuta e poco frequente perche’ non c’era in ospedale neanche il farmaco che mi dovevano somministrare, in questo ospedale dove sono stata ricoverata parecchi giorni prima della nascita di mia figlia, non facevano neanche il test degli acidi biliari -il test piu’ utile per la colestasi gravidica-, e poi, per aumentare la mia angoscia, un ginecologo di guardia voleva mandarmi via perche’, a parte il prurito, io stavo benissimo e a lui gli serviva il mio posto letto.
    Veramente sarei diventata pazza se mia figlia non fosse nata viva. Bruttissimo partorire in questo modo in questo paese.

    Colestasi gravidica

  • monica -pontitibetani ha scritto:

    Prima di avere la prima figlia, ho avuto un aborto spontaneo al terzo mese, così mi sono sottoposta alla “revisione cavità”, come da prassi sanitaria. ne ho un ricordo confuso e so che per i 9 mesi successivi quando vedevo una donna gravida mi veniva il magone.
    quando mi sono di nuovo sentita pronta …era il momento gusto, ma questa è un’altra storia…

    ma prassi sanitaria e lo star in ospedale è stato davvero sgradevole, ma c’è un altra cosa che mi ha ferito per “empatia” con la mia vicina di letto una ragazza molto giovane e straniera (avrà avuto 22 anni ed era al 5/6 mese di gravidanza), del tutto incapace di parlare/capire l’italiano, che veniva aiutata alla bell’e meglio dal giovane marito, anche lui straniero e non tanto più capace di capire la lingua italiana.
    (si parla del 1997 tempi ancora poco cupi e forse un pò più facili per gli stranieri in italia.
    la giovane donna era ammutolita e spaventata, da quello che succedeva al suo bimbo e dal modo molto stupido e maltrattante dei medici, la hanno trattata sempre come “una scema” perchè non sapeva ripondere, medici, infermieri non hanno avuto mai per lei un momento tenero anche verso la sua timidezza, la sua paura, la sua giovane età ……
    in fondo a me donna adulta, di media cultura, parlante un italiano fluido era concesso un trattamento più dignitoso e anche protettivo.
    a lei che rischiava la perdita di un figlio al 5/6 mese, quindi con un legame molto più forte, con un bimbo che già scalcia e si fa sentire (l’ho imparato dopo) … non era data nessuna forma di supporto o empatia.
    alle volta basta un sorriso, che oltrepassa la lingua, una carezza, una disponibilità.
    eppure il suo dolore era evidente.
    ma non riguaradava i medici.

    ora non credo si solo colpa dei medici, ma anche della loro formazione, della cultura dell’ospedale che è operativa e non psicologica … ma ….
    ma è stato brutto e terribile, vedere quasi la crudeltà invololontaria verso una madre e verso un suo bimbo in pericolo ….
    la maternità non è un valore dell’umanità?
    il dolore non è un dato che ci accomuna esistenzialmente?
    oppure ci sono maternità e lutti di serie a di serie b?

    perchè non si ascoltano questa due voci?

    (scusate era da mò che avevo questa storia sullo stomaco!!)

  • xxx ha scritto:

    Sette gravidanze inziate e meno della metà di figli?

  • Gloria ha scritto:

    Io ho avuto la fortuna di avere due gravidanze serene, di cui gli unici problemi sono stati la nausea ed il vomito per entrambe e la pressione molto alta per la seconda. Ma ho vissuto da vicino questo dramma, successo ad una mia carissima amica, mentre eravamo entrambe incinte.

    Di recente ho letto l’ultimo libro di Giorgia Cozza, “Quando l’attesa si interrompe”, che penso potrebbe essere utile per affrontare l’argomento, da leggere in ogni caso.

    Complimenti per il coraggio di aver scelto questo tema, ragazze, vi leggerò con molto interesse.

  • Anna ha scritto:

    Anch’io vi seguirò silenziosamente perché questo tema interessa anche a me.
    Ho avuto due gravidanze: una che si è interrotta alla settima settimana dopo la prima ecografia in cui con mio marito avevamo sentito il battito e l’altra, sofferta e complicata, da cui è nato mio figlio con l’agenesia del corpo calloso.
    Ho dovuto scegliere se portare avanti o meno questa seconda gravidanza e spesso sono a contatto con persone che si trovano di fronte al mio stesso dilemma.
    Non è difficile è difficilissimo, e di certo l’ignoranza e l’insensibilità di molti medici non aiuta!

  • Lorenza ha scritto:

    Ciao,
    io sono stata molto fortunata, però ho vissuto da vicino l’esperienza di mia sorella che si è sottoposta (senza successo) a inseminazione artificiale.
    Spero che affronterete anche questo tema perché c’è molta ignoranza in giro e le donne che provano questa via (che assicuro non è una passeggiata di salute) a volte vengono bollate come “quelle che vogliono il figlio biondo con gli occhi azzurri”…
    Concordo con i post precedenti che spesso le nostre strutture sanitarie sono all’avanguardia su molti aspetti ma, per quanto riguarda la terapia del dolore (sia fisico che psicologico) e il supporto psicologico siamo all’età della pietra.

  • Silvia (author) ha scritto:

    Si, con questi commenti stiamo individuando un tema cruciale: le nostre strutture sanitarie non sono attrezzate per sostenere il dolore di certe situazioni. E così la donna che perde suo figlio si ritrova accanto a quella che ha appena partorito.
    Ho avuto esperienza non diretta, ma di una persona molto vicina a me, che si è trovata in questa situazione. Il personale infermieristico e medico, umanamente ha dato il massimo, ma loro stessi si scusavano di non avere un luogo di degenza isolato dalle neomamme in questi casi. E parliamo di un ospedale grande e con un’ottima fama. Quello che hanno potuto fare è stato solo di trovare un posto in una stanza insieme ad una mamma che aveva dovuto ricoverare il bambino in t.i.n., per non creare alla mamma che lo aveva perso il dolore di vedere la compagna di stanza con il figlio.
    Quindi, tutto quello che hanno potuto fare, è stato cumulare due dolori. Ed erano sgomenti anche loro per questo.

  • Laura ha scritto:

    Argomento delicatissimo….che mi tocca nel profondo sia come mamma che come infermiera che assiste tutti i giorni questi piccoli grandi miracoli della vita.In un reparto mternità dove nascono molti neonati e dove si presume ,accadano solo cose belle,quando accade qualcosa di spiacevole e doloroso,si avverte nell’aria…negli sguardi dei medici ,le ostetriche ,noi infermiere….non si ride ,non si scherza ,non si parla…Silenzio…cosa dire di più dell’accaduto. Non è facile trovare le parole ,basta far sentire la nostra vicinanza,fisica e psicologica,non esistono protocolli , vi immaginate?Sfogliamo il quadernone dei protocolli,le linee guida? No..la persona viene tenuta in osservazione ,in un posto letto o box, in sala parto ,con il compagno e la madre fino a quando si libera un letto in reparto .Il letto in reparto , di solito è accanto ad un’altra donna senza figlio o in patologia .C’è il servizio di assistenza psicologica che viene attivato dal ginecologo ,se la donna lo vuole .Sono tante le situazioni :morte intrauterina ,prematurità ,malformazioni …ma noi operatori non siamo aiutati ,non ci sono abbastanza soldi…per avere corsi che ci preparino ad aiutare le donne,il personale non è abbastanza da permetere di fermarsi e dire :”ci penso io, sarò vicino alla mamma per tutto il turno,mi occuperò di lei ,dei suoi bisogni…” per non parlare dei posti letto.

  • - Era - ha scritto:

    Ho perso il primo figlio molto presto, all’ottava settimana.
    Era un figlio “per caso”, la sorpresa di essere incinta fu enorme.
    Ma cambiò tutte le mie prospettive. Quando iniziarono i problemi, da totale inesperta, non mi resi conto bene subito di quello che avrebbe significato.

    Ho abortito a casa, da sola perché il papà del bambino era fuori per lavoro.
    Sono iniziate le contrazioni e le perdite.
    Sono aumentate, come in un travaglio vero.
    Sono durate 7 ore.
    E io piangevo disperata in bagno non sapendo cosa fare per fermare tutto.

    L’ho portato dentro per anni, anche dopo la nascita dei miei due bambini.

    Poi sono rimasta incinta di nuovo. Non volevamo. Non siamo ragazzini, eppure qualche volta, evidentemente, capita.

    Mio marito ha scelto molto velocemente: non possiamo averlo.
    Aveva ragione, non potevamo averne un altro. Non siamo indigenti, ma un terzo bambino avrebbe introdotto notevoli difficoltà, anche pratiche perché ci siamo solo noi: niente zie, nonni, baby sitter….
    Io lo sapevo, lo so, ma non riuscivo, non riuscivo a pensare di doverlo fare.
    Poi l’ho fatto.

    L’ospedale in cui sono andata ha un piccolo reparto separato, vicino al Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia.
    Nel seminterrato.
    Con un cartello grande che indica che quello è proprio il reparto per la IVG, per gli aborti.
    Così tutti sanno perchè fai la fila davanti alla porta.
    E quando ti guardano non sei più una persona. Sei qualcosa di diverso. Di brutto. O forse a te sembra così perché anche tu allo specchio non ti guardi più come prima.

    C’è tutta una trafila di cose da fare: le analisi, la visita cardiologica e, soprattutto, l’ecografia.
    Sì, perché l’embrione deve essere vivo e col battito, altrimenti la cosa non si fa, si aspetta che il battito arrivi.
    Incredibile, no?
    Così mi hanno fatto l’ecografia un po’ più in là, per essere sicuri che il battito ci fosse.
    E il battito c’era, l’ho visto, ho visto tutto.
    E quel giorno ho iniziato a morire.

    Le infermiere erano essenzialmente pratiche, veloci, qualcuna anche gentile. Qualcuna no. Una, incontrando una collega, le disse: hai visto dove mi hanno messo ora? Dalle stelle alle stalle!

    Il giorno dell’intervento sono stata fortunata.
    Infermiere e medici erano gentili e accoglienti.

    La dpp era: 27 giugno.
    Ma sarebbe nato di certo con un cesareo, perché ne ho avuti già due.
    Sarebbe nato la settimana prossima.

    E io non smetto di pensarci.

  • Lanterna ha scritto:

    Era, per quello che può valere, temo che, se rimanessi incinta di un terzo figlio, farei la tua stessa scelta.
    Un abbraccio
    Chiara

  • michela ha scritto:

    Era, mi dispiace sto piangendo leggendo la tua storia.
    Non so cosa dire, forse – scusami se mi permetto – il male più grande lo hai fatto a te stessa.

  • Serena ha scritto:

    Era mi dispiace moltissimo per quello che hai passato e stai ancora passando. Vorrei dirti due cose. La prima è che non si può far altro che accettare che la scelta fatta sia quella giusta, perché evidentemente era la scelta che sei riuscita a portare avanti, e per quanto continuerai a sentire quella stretta al cuore, non potevi evidentemente fare diversamente, altrimenti lo avresti fatto.
    La seconda è quell’immagine della porta con su scritto IVG, e la tua inquietudine di fronte a quello che pensano gli altri di te vedendoti fare la fila davanti a quella porta. Ecco questa inquietudine, questo senso di colpa è quello che dovremmo lasciarci alle spalle. Io credo che la scelta di abortire sia sufficientemente difficile e pesante per chi la compie, senza bisogno di aggiungerci il pensiero degli altri. L’interruzione volontaria di gravidanza, l’aborto, non è una cosa di cui vergognarsi. E’ una scelta.
    Ti mando un abbraccio forte.

  • mammadifretta ha scritto:

    Era ti sono vicina, e sonop anche un’infermiera…quando sono rimasta incinta di mia figlia ho fatto la villocentesi perchè siamo tutti e due, sia io che mio marito, portatori sani di una rara malattia genetica, se non fosse stata sana avrei abortito.
    Io non credo che nessuno debba sindacare su una scelta che può fare ogni donna libera.
    Non permettere ai sensi di colpa di distruggerti.Un Abbraccio

  • Bemz ha scritto:

    Ciao,
    in realtà penso che sia un tema molto vasto. Io mi sento chiamata in causa quando si parla di fecondazione assistita: ho concepito mia figlia grazie a una FIVET , dopo 3 anni di ricerche, analisi e 3 inseminazioni artificiali in italia. Anche se ora stringo tra le braccia il mio più grande amore, non dimentico l’enorme buco nero di quel periodo: vuoto, freddo, difficoltà, ossessione per qualcosa che non arriva mai, esami, prelievi, visite su visite, medici spesso poco empatici, tempo che passa, che passa veloce e ti sembra di vedere gli altri vivere la vita e tu invece restare ferma…di tutto questo mi è rimasta molto viva una sensazione: se all’inizio avevo iniziato a cercare di restare incinta pensando a un “bambino”, ingenuamente pensando a una testolina bionda da stringere, immaginandomi mamma…più è passato il tempo e più questa immagine ha lasciato il posto a un altro desiderio: non più essere mamma ma “essere incinta”. Avere un test positivo.
    Sono esperienze, come penso anche l’aborto, che ti cambiano, perchè inevitabilmente si finisce per vivere una condizione , quella della maternità, in maniera ” diversa”, non è più una condizione “naturale”, serena..ma una corsa a ostacoli, una lotta contro il tempo e la paura di non riuscirci mai.
    E poi potrei scrivere pagine e pagine sulle problematiche di fare fecondazione assistita in Italia, sulle liste d’attesa, sui tempi, sui MODI, sui limiti, sui pregiudizi, sulla scarsa informazione…
    Ho iniziato a scrivere il mio blog quando ho iniziato la prima FIVET, mentre i precedenti, estenuanti anni di tentativi, esami e IUI ono finiti in un libro che per ora ho nel cassetto. Un cassetto pieno di dolore. Da quando tengo il blog ho ricevuto diversi contatti di ragazze/mamme che stavano passando il mio stesso percorso o che cercavano informazioni.
    mi ha fatto piacere…

  • Lorenza ha scritto:

    Era,
    la cosa che mi ha colpito di più nel tuo post è l’immensa solitudine con cui hai dovuto affrontare tutto questo.
    Purtroppo credo sia impossibile liberarsi del dolore di queste situazioni, però vorrei dirti che la tua sofferenza non è giusta, non è meritata come molte persone ipocrite sembrano volerti far credere. Non devi espiare nessun peccato e nessuna donna dovrebbe essere additata e colpevolizzata per queste scelte drammatiche che lasciano comunque il segno senza che qualcuno lo ricordi.
    Non è giusto che non ci sia nessuno che aiuti una donna in questi momenti e che anzi tutti siano pronti a giudicare, che non ci siano strutture adatte e personale sensibile.
    Vorrei poter dire qualcosa di utile ma in questo caso le parole servono a poco. Forse ti sembrerà banale, ma magari nei tuoi figli potrai trovare le forze per andare avanti, per loro ma soprattutto per te stessa.
    Un abbraccio

  • - Era - ha scritto:

    Grazie.
    Davvero.

  • Illa ha scritto:

    Vorrei sapere cosa ne pensate dell’amniocentesi. Ad una mia amica è capitato di perdere il bimbo subito dopo averla fatta. Quando poi sono arrivati gli esiti dell’esame, il bimbo risultava sanissimo.Come posso consolarla?

  • Valeria ha scritto:

    Per Illa: quando aspettavo il mio secondo figlio ho voluto fare l’amniocentesi. Non ero obbligata a farlo, ma volevo sapere se il mio bambino stava bene, se potevo almeno escludere quelle malattie genetiche che l’amniocentesi vede. Ero terrorizzata dal farla, dal risultato e dalla sua potenziale pericolosità. Ho vissuti i 15/20 giorni dopo l’esame in un limbo, in famiglia eravamo tutti preoccupati. E’ andato tutto bene per fortuna. Non so perchè la tua amica abbia fatto l’amniocentesi. Nel mio caso volevo essere libera di prendere una eventuale decisione in merito ad un aborto terapeutico nel caso il mio bambino fosse stato malato. Durante la prima gravidanza avevo incontrato tante donne ai vari esami che avevano deciso di fare l’amniocentesi in seguito a brutte esperienze di loro amiche che avevano partorito dei bimbi malati. Non so, mi era presa l’angoscia.
    Ripeto, non so se l’avrei fatto, ma volevo sapere. Volevo essere in grado di decidere il meglio per il mio bambino, per me e la bimba che già avevo. Volevo essere pronta ad effrontare la sua malattia nel caso avessimo deciso di andare avanti con la gravidanza. Volevo essere pronta, per quanto lo si possa essere in casi simili.
    Credo che se avessi perso il bambino avrei cercato di farmene una ragione così: l’ho fatto per il mio bambino, ho cercato di fare la cosa migliore.

  • Illa ha scritto:

    Grazie Valeria. Anche se la ragione che ti saresti data se l’avessi perso è in sé un controsenso: per volergli dare il meglio, è addirittura morto anzi non è nato. Nel caso della mia amica, come per ogni singolo caso del resto, le cose non sono così lineari, intervengono molti fattori. In particolare, lei non aveva nessun rischio particolare, tipo età, familiarità, malattie, ecc..
    So che è difficile parlarne per chi ha proprio perso un figlio in questo modo, è una nascita non-nascita, una scelta non-scelta… ma mi piacerebbe mettere lei in rete con qualcuno che lo ha proprio vissuto e vorrebbe parlarne. L’ideale forse sarebbe poter scambiare gli indirizzi in privato, tramite le fondatrici del sito e creare una rete di auto aiuto.
    Oggi ho sentito che un bimbo di 7 anni è stato giustiziato in Afghanistan. Sto pensando ad un sacco di cose scatenate da questa notizia e da quello che hanno vissuto molti genitori, non posso parlare di tutto quello che mi viene in mente, non è pertinente, ma almeno una cosa sì:so che ci sono dei gruppi di genitori che hanno eprso un figlio e che si sostengono tra loro. Forse il fatto che qualcuno che partecipa a questa discussione lo fa silenziosamente è proprio dovuto ad un bisogno di riorganizzarsi le idee e ricucire il cuore non in pubblico, ma prendendo qualche spunto prezioso.

  • alem ha scritto:

    “Forse il fatto che qualcuno che partecipa a questa discussione lo fa silenziosamente è proprio dovuto ad un bisogno di riorganizzarsi le idee e ricucire il cuore non in pubblico, ma prendendo qualche spunto prezioso”

    E’ proprio questo il punto! Il motivo del mio silenzio. Vi sto leggendo silenziosamante, non perchè non ho da raccontare e condividere, ma perchè parlarne è difficile.
    Quando sai che non puoi essere madre (io ora lo sono dopo tanto dolore, ma restero’ sempre e comuqnue una donna che non può avere figli) ti isoli dal mondo quotidiano fatto di donne che restano incinta per sbaglio, al primo tentativo, ogni anno, di donne che non riescono a capirti, di domande imbarazzanti e dolorose, di un mondo che concepisce ed accetta con difficoltà una donna senza figli.
    Impari a tenere dentro il dolore, a parlarne solo con chi ha avuto le tue stesse esperienze, con chi ti sta accanto e il dolore lo vive come se fosse il suo.

  • Lorenza ha scritto:

    @Illa, io ho fatto l’amniocentesi e non ho avuto nessuna complicazione. La mia ginecologa (che l’ha eseguita personalmente) la consiglia a tutte le donne sopra i 30 anni.
    Abbiamo parlato dei rischi e lei sostiene che, se viene ben eseguita e si seguono scrupolosamente le indicazioni (antibiotico prima, riposo assoluto dopo per qualche giorno) la probabilità di aborto spontaneo sia molto più bassa di quanto riportato dalle statistiche.
    Certo, io l’ho fatta privatamente quindi con tutti i confort, ho aspettato nello studio mezzora monitorata, la dottoressa ha effettuato un’ecografia prima per vedere come era messa la bambina e quanto liquido c’era, subito dopo per verificare che il “buchino” si fosse rimarginato etc, non so come sia negli ospedali.
    Sono veramente addolorata per la tua amica, però mi sento di consigliarla a tutte, anche a chi non interverrebbe in caso di risultato negativo, perché credo sia meglio essere preparati e organizzarsi al meglio prima piuttosto che scoprire le cose alla nascita o peggio poco a poco.
    Vi riporto un esempio anche se forse non è a tema: a mio nipote è stata dignosticata a 6 anni la sindrome della X fragile, un’anomalia genetica che può portare ritardi nello sviluppo. Noi non lo sapevamo perché è stato adottato a 2 anni, ci siamo arrivati perché fatica a parlare nonostante anni di logopedia e alla fine ci hanno consigliato i test genetici.
    Il risultato è che ora stiamo intensificando gli sforzi (logopedia, attività mirate) e abbiamo avviato le pratiche burocratiche per l’invalidità e il sostegno. Anche se sono ottimista che stiamo facendo il possibile per ridurre il divario con gli altri bambini, forse se l’avessimo saputo prima avremmo potuto iniziare da subito.
    Per questo vi invito a riflettere sull’utilità dell’amniocentesi in ogni caso e a non classificarla solo come un test per sapere se il feto è sano e in caso abortire.
    Ciao

  • mammadifretta ha scritto:

    sono d’accordo con Lorenza, sapere le cose dopo è avere il mondo che ti crolla, perdere tempo per le diagnosi e quindi per gli interventi, e purtroppo, in ospedale in 6 mesi ho visto ben 3 bambini abbandonati al loro destino perchè affetti da sindromi che li avrebbero portati a morte nel giro di uno, max 2 anni, perchè le mamme a causa di depressione post partum aggravata dalla notizia avevano un rifiuto dei bimbi e non venivano neanche a trovarli.
    @Illa:Io ho fatto la villo in un ospedale pubblico, ma comunque mi hanno dato le pillole anticontrazione già da una settimana prima e il riposo dopo, purtroppo a volte va comunque male, ma è necessario non colpevolizzarsi e la prossima volta affidarsi a mani esperte (di solito si riesce a sapere quante amnio fa un ospedale all’anno, ed è meglio affidarsi a chi ne fa di più). Abbraccia la tua amica.un bacio

  • Serena ha scritto:

    Lorenza sottolinei un aspetto molto importante dell’amniocentesi a cui spesso non si pensa, quello di agire d’anticipo per essere pronti ad offrire al proprio bambino tutto l’aiuto di cui ha bisogno nel modo migliore possibile fin dall’inizio.
    Io però c’è una cosa che non capisco. In Svezia quando fai l’amniocentesi non ti danno l’antibiotico e non ti fanno stare in riposo assoluto dopo, eppure le statistiche sono uguiali se non migliori di quelle italiane. A me hanno detto che potevo tranquillamente andare a lavorare, visto che non facevo un lavoro di fatica. L’unica precauzione è quella di effettuare un lavaggio completo con un disinfettante la sera prima. Mi piacerebbe conoscere un medico in grado di spiegarmi come sia possibile!

  • Serena ha scritto:

    @Alem il nostro tentativo è proprio quello di confrontare i vari modi di portarsi dentro il dolore e le difficoltà di situazioni che sembrano opposte, ma che hanno pure moltissimo in comune. Spero che tu riesca a trovare in questo blog uno spazio per quanto possibile accogliente.

  • xxx ha scritto:

    Io ho fatto le amniocentesi in un ospedale pubblico, con antibiotico e prescrizione di un giorno di riposo assoluto. E controllo post (un po’ di riposo in ospedale, adesso non ricordo neanche quanto). Ogni struttura sanitaria ha i suoi protocolli: se cambiano da ospedale a ospedale figuriamoci da paese a paese. Nella stesura dei protocolli conta la conoscenza della letteratura, le abitudini, le statistiche locali. Il mio medico di fiducia poi tira fuori sempre il fatto che la medicina è una scienza sperimentale, e non esatta…

  • butterfly ha scritto:

    io ho perso il mio secondo figlio alla 14 settimana.

    mio marito ha avuto problemi di salute abbastanza seri e aveva paura di non riuscire a provvedere adeguatamente alla su famiglia, tanto più ad un figlio malato per questo insisteva per fare l’amniocentesi.

    per il nostro primo figlio mi sono opposta fermamente perchè avevo una paura folle dell’amniocentesi, per il mio secondo bimbo non ce l’ho fatta. mi sembrava di essere la solita mamma egoista che decide tutto per suo figlio per il solo fatto di portaselo lei in pancia e così ho ceduto alle insistenze di mio marito.

    abbiamo chiesto informazioni al ginecologo che seguiva la gravidanza che ha scartato metodi di indagine meno invasivi in quanto poco affidabili e si è buttato a pesce sulla villocentesi, ha sciorinato tutte le varie percentuali di rischio (mio marito di fronte a spiegazioni scientifiche complesse spegne l’audio e si limita ad annuire con la testa) e infine di fronte alla mia ritrosia ha concluso dicendo “la faccia signora, vedrà che andrà tutto bene” e così ci ha condannati, me, mio marito ed il nostro bimbo.

    dopo due tentativi andati a vuoto di effettuare la villo (avevo l’utero retroverso) visti i tempi abbiamo dovuto ripiegare sull’amniocentesi (ad ogni visita ci dicevamo che se non fosse riuscito l’esame avremmo rinunciato, ma poi…)

    ho fatto l’amnicentesi e la sera stessa ho avuto delle perdite una scarsa seguita da una molto importante. il giorno successivo mi sono recata in ospedale. il mio ginecologo sempre gentile si è mostrato subito nervoso ed irritato. mi hanno lasciato 5 giorni ad aspettare che il bambino mi morisse nella pancia senza informarmi della possibilità di richiedere l’interruzione di mia volontà. il primario del reparto mi diceva di essere ottimista, il ginecologo che mi aveva fatto l’amnio che non c’erano speranze.
    quando finalmente il mio bimbo ha smesso di combattere hanno constatato l’assenza di battito. dei tre ginecologi presenti all’eco due mi hanno voltato le spalle (una di loro mi aveva seguito per tutta la mia prima gravidanza) uno solo ha detto mi dispiace.
    mi hanno somministrato le candelette per indurre il parto e mi hanno dato un vaso da notte da usare ogni volta che andavo in bagno per non buttare mio figlio nella tazza. non mi hanno spegato altro.
    la notte mi sono trovata in un lago di sangue ed era tutto finito.
    il giorno successivo ho fatto il raschiamento con un ginecologo che a distanza di cinque minuti non ricordava più il mio nome e tutti gli altri dati della cartella clinica che gli erano stati riportati e che era concentrato solo sul mio sovrappeso (porto la 50).

    il prezzo la nostra famigli ha pagato per la disinformazione, per la noncuranza e l’insensibilità di un intero reparto di ginecologia è stato sovraumano. siamo sempre restati uniti e non so nemmeno io come…

  • Illa ha scritto:

    Cara Butterfly,
    io non ho parole.
    Solo una cosa: chi ti sta vicino non deve volere che tu stia meglio solo perché non sopporta di vederti stare male. Deve sostenere te e il tuo dolore. Ora pensa a te.

  • butterfly ha scritto:

    è proprio come dici. di fronte a certi dolori alcune persone ti voltano le spalle. non è cattiveria, è incapacità, guardare in faccia una persona straziata è faticoso, durissimo ed a volte insopportabile

  • Lorenza ha scritto:

    Cara butterfly,
    so che le parole non servono a niente, ti posso solo mandare un abbraccio virtuale e dirti che sono immensamente addolorata.
    Sono arrabbiata per la superficialità dei medici, vedendo tutte le difficoltà pratiche nel realizzare l’esame forse una riflessione la potevano fare e non liquidare i dubbi che avevi espresso con sufficienza.
    Spero che tu riesca a trovare nella tua famiglia la forza e l’appoggio per superare insieme questo momento, cercate se possibile di non colpevolizzarvi troppo, non è una colpa fidarsi dei medici, loro dovrebbero agire sulla base di conoscenze ed esperienza maggiore delle nostre e sarebbe giusto affidarsi a loro.
    Un abbraccio

  • butterfly ha scritto:

    grazie,
    durante tutto il doloroso percorso che ho fatto e sto facendo per cercare uscire da quel buco nero in cui ti gettano queste esperienze sono stata assalita da pensieri brutali ma mai ho pensato di attribuire a mio marito la benchè minima colpa dell’accaduto. lui è stato una vittima ed anche in misura maggiore di me. ha preso una decisione senza capire effettivamente i rischi connessi (non riuscendo a capiere le percentuali che ti mettono sotto il naso lui ha attribuito più fiducia alle parole del medico) si è dovuto sentire responsabile della decisione presa ed essendo già vulnerabile per la sua malattia (anche questa trattata con sufficienza dai medici) ha avuto meno mezzi di me per superare questo momento.

    a seguito di questa esperienza io ho ricevuto molti aiuti ma fa sempre piacere sentire la solidarità di altre persone. inoltre spero che quello che scrivo possa in qualche modo aiutare qualcuno.

  • mammadifretta ha scritto:

    Quando ho fatto la villocentesi, durante il prelievo ho avuto una contrazione talmente forte che nel monitor dell’eco non si vedeva più la mia bimba…Avevo avuto un forte dolore fisico, ma ancora di più era forte il senso di colpa, averle fatto male, mi sentivo egoista…avevo tre “luminari” al mio fianco, e la più “luminare”di tutti, una gine americana,”Ragliava” perchè il campione poteva essere insufficiente. Considerazione per me: ZERO.Solo dopo, sentendo la conversazione con mio marito e il mio pianto disperato l’unico uomo presente tornò per farmi vedere che la bambina stava bene.
    So che a chi ha letto i miei commenti potrebbe sembrare assurdo, ma noi non abbiamo fatto neanche il cariotipo per la sindrome di down, abbiamo solo fatto l’esame per la malattia,terribile di cui siamo portatori. Se fosse stato down lo avrei tenuto.Per tutte le altre malattie ti fanno l’esame solo se sai di essere portatore sano.
    Perchè sono troppe. Purtroppo la sanità pubblica non ti offre le coccole di quella privata. Ma per queste cose ci siamo documenteti e ridocumentati e i minori rischi si corrono negli ospedali che ne fanno tantissime, e per lo più sono ospedali pubblici,per il resto la cosa migliore quando va male è non chiedersi troppo perchè…perchè noi mamme ci colpevolizziamo facilmente…un abbraccio butterfly

  • Silvia ha scritto:

    Ho fatto l’amniocentesi perchè avevo 38 anni e ammetto che volevo essere sicura..

    No, io no, non ce l’avrei mai fatta se avesse il bimbo avuto problemi, non mi sarei sentita all’altezza..

    Aspettavo due gemelli e quindi due punture perche’ erano due sacche…
    la prima puntura ok…per la seconda invece c’erano dei problemi, non riuscivano a trovare spazio per far entrare la siringa.. La dottoressa mi disse che poteva anche andare bene cosi’ perche’ cmq il liquido amniotico era lo stesso..se andava bene ad un gemello poteva andare bene anche all’altro pero’ c’era qualcosa che non la convinceva..Mi diede un nuovo appuntamento la settimana dopo per fare l’esame all’altro gemello..POteva lasciar perdere insomma ed invece no…ha insistito

    Riposo a letto qualche giorno..e poi rieccoci al centro. di nuovo sul lettino…
    Non sapevo che da quella stanza sarei uscita dopo 2 ore!!! Perche’ mi hanno fatto diversi esami..perche’ hanno scoperto che i due gemelli erano sofferenti, era in corso la trasfusione feto fetale..un gemello riceveva troppo, l’altro meno..sarebbero morti tutti e 2

    da li’ ricerca disperata dell’unico ospedale che operava in Italia -il Buzzi di Milano – intervento..operazione li’ per li’ riuscita, la perdita di un gemello dopo un mese, la nascita gravemente prematura di Riccardo etc..ma almeno Riccardo c’e'…

    Se non avessi fatto l’amnio avrei perso tempo prezioso e a quest’ora invece di piangere la perdita di un bambino ne avrei pianti due..

    Struttura pubblica: sant’anna di Roma..dottoressa mattei

  • butterfly ha scritto:

    Mi sono fermata tanto sulla mia storia forse perché in fondo cercavo la solidarietà che non ho ricevuto al momento dell’aborto, ma quello che veramente volevo era proporre delle considerazioni che potessero aiutare chi ha vissuto un’esperienza simile alla mia.
    Un figlio si può perdere per infiniti motivi, anche per cause indipendenti dal nostro comportamento.
    Ma dopo che si fa? Quando il vuoto della tua pancia ti entra nel cervello, quando ti viene un nodo alla gola che non sembra poter andare più via, quando lo stomaco si chiude, quando ti gira la testa e ti senti sprofondare ed allunghi le braccia e chiami tu “mamma” per ritrovare quella sensazione di salvezza e protezione che provavi da bambina quando tua madre ti tirava fuori dai guai. Quando arriva quel momento, che si fa?
    Io credo che l’unica strada sia vivere a fondo il proprio dolore, buttarsi in quel mare nero che hai dentro e non avere paura di soffrire. Cercare il dolore quando si nasconde dietro una calma apparente.
    Solo così puoi superare il dolore: CONSUMANDOLO. La spina nel cuore rimarrà sempre, ma la punta si smussa un po’.
    Io ho ripercorso infinite volte quei 7 giorni che mi hanno portato alla perdita del mio bimbo. Ho voluto provare e riprovare tutto il dolore fino allo sfinimento fisico e psicologico. Ho stanato tutti quei pensieri malvagi che come un cancro minavano il mio cuore e la mia testa. Mi sono arrabbiata con me stessa per non aver protetto il mio bambino. Ho pensato che mio marito mi avesse rubato il mio bimbo (era un maschietto) perché voleva una femminuccia. Ho pensato che me lo avessero rubato i medici invidiosi della felicità della mia famiglia (il mio primo bimbo è un amore). Me la sono presa anche con il mio bimbo morto perché ho pensato che non avesse lottato abbastanza per restare con me.
    In ospedale prima ed a casa poi, le altre persone hanno sempre cercato di nascondere il dolore, facendomi sentire frustrata. Pensavo che se io ero straziata dal dolore mentre gli altri andavano avanti come se niente fosse, evidentemente ero pazza.
    In ospedale mi hanno offerto subito antidolorifici (i dolori erano di poco più lievi di quelli di un parto a termine); ho rifiutato finché ho potuto per non perdere il controllo del mio corpo. Li ho accettati a notte inoltrata per non interrompere il sonno delle mie compagne di stanza.
    Non mi hanno fatto vedere i resti del mio bimbo. Li hanno solo chiusi in un contenitore e portati via. Ancora oggi soffro per non riuscire a dare un volto a mio figlio. Guardo le eco ma non le posso accarezzare, e poi le immagini sono piatte e ferme, mentre io ricordo che durante l’ultimo esame agitava le manine.
    Darei qualsiasi cosa per poterlo vedere e toccare solo un momento. Per quanto piccolo ed informe potesse essere lui era mio figlio.
    Per tutte queste cose, a chi ha vissuto un’esperienza così traumatica dico:
    vivi il tuo dolore fino in fondo;
    pretendi rispetto per il tuo dolore;
    chiedi aiuto (io l’ho fatto ed ho trovato una persona stupenda che mi ha riportato alla vita).
    Io resto qui in attesa, se potrò essere di aiuto a qualcuno ne sarò immensamente felice.
    L’ultima riga per una mia esigenza personale. Cercavo da tempo il luogo giusto per ricordare il mio bimbo perduto e questo lo è.
    Si chiamava Lorenzo e gli avremmo voluto tutti bene.

  • Silvia ha scritto:

    cara Butterfly,
    io ho perso Giorgio alla 21esima..credo..credo perche’ l’ho scoperto alla morfologica…non so quando il suo cuoricino ha cessato di battere…

    Ho vissuto con la paura che anche l’altro gemellino potesse non farcela..ho vissuto sentendolo muoversi -in realtà era Ric che quando calciava dava una botta anche all’altro sacco e sembrava che si muovessero in due – ..ho vissuto con il pensiero di portare un feto morto dentro di me accanto ad uno che combatteva per la vita…Ho vissuto con l’immagine di Giorgio..i suoi piedini, le sue manine perche’ un mese prima – quando feci l’operazione – usarono la telecamera e io riuscii a vedere tutti i due i bambini..

    Mi sono chiusa nel dolore…l’ho vissuto intensamente..mi sono pero’ tirata su per combattere per l’altro figlio

    E quando ho partorito e mi hanno tolto Giorgio, non l’ho voluto vedere. Ho voluto avere il ricordo di quelle immagini sul video. E non l’ho voluto seppellire come mi imponeva una suora malefica che mi ha torturato fino alla fine.. .per la legge italiana Giorgio non era un bambino nato morto da registrare alla’anagrafe, era solo un feto…per la suora invece stavo facendo peccato mortale..Ma io non volevo una tomba su cui piangere..

    io Giorgio praticamente ce l’ho ogni giorno davanti a me..perche’ i gemelli erano identici e a volte quando guardo Ric non posso far a meno di pensare che in giro ci doveva essere un altro bimbo come lui..ma non voglio farmene una malattia, non voglio chiudermi dentro questo dolore, non voglio condizionare Ric.

    Non voglio rivivere il dolore perche’ solo cosi’ superero’ tutto..preferisco vivere alla giornata…con giorni in cui il pensiero c’e’ ma sempre consapevole che doveva andare cosi’..che poteva andare peggio..e che la vita ha la priorità su tutto..e quella vita adesso è mio figlio

  • butterfly ha scritto:

    certo, ognuno di noi trova la sua strada per combattere il proprio dolore.

    ti volevano imporre di vedere e seppelire il tuo bimbo e tu non lo volevi;

    io volevo vedere il mio bambino e non me lo hanno permesso.

    questo intendo per rispetto del dolore: chi vive questa esperienza deve chiedere tutto ciò di cui ha bisogno per poter superare il trauma e chi gli è vicino deve accogliere queste richieste senza giudizi senza valutazioni. magari in futuro mi sarei pentita di aver visto mio figlio morto ma almenso sarebbe stata una mia scelta

    un abbraccio

  • Silvia (author) ha scritto:

    Butterfly, Silvia, prima di tutto vi ringrazio per la fiducia che ci state accordando nel raccontare qui le vostre storie.
    Spero che se dovesse passare di qua qualche persona che non sa come affrontare un dolore simile, trovi nelle vostre parole un conforto.
    Il messaggio più importante che date è che il dolore non vive in un modo ed in una forma, ma in tanti modi e forme diverse. Ed è legittimo.
    Avete affrontato un dolore simile in modi diversi: che si dica che questo è giusto. A ciascuno il suo modo di reagire, fino in fondo, senza dover dare giustificazioni.
    Siete entrambe salve. Che si dica questo: dal dolore ci si salva quando lo si vive fino in fondo a modo proprio. Vivendolo fino allo stremo o vincendolo nella quotidianità di ogni giorno.
    Purtroppo devo anche rilevare che rispetto alla sanità, siamo tutti in balìa della buona o cattiva sorte. Quello che distingue una buona diagnosi da una superficiale, un buon trattamento da uno sconsiderato, un medico umano e scrupoloso da uno freddo e trascurato, un’informazione seria da una inesistente e parziale, è soltanto il caso. E questo non è giusto.

  • butterfly ha scritto:

    Ogni dolore ha la sua strada. È condizionato dai nostri prima e dai nostri dopo. Ho deciso di mettere nero su bianco i miei pensieri maligni solo perché se là fuori tra di voi c’è qualcuna che li prova o li ha provati deve sapere che può essere normale, che è solo un’onda e che se ti lasci andare con lei poi passa. Vorrei che un’altra donna nella mia situazione non si sentisse sola e sbagliata come mi sono sentita io.
    Per quello che riguarda il rispetto del dolore da parte degli altri (intendo soprattutto medici ed infermieri) è vero che non dovrebbe essere un caso, ma purtroppo è così in molti e troppi casi. Per questo ho voluto condividere la mia esperienza. Ho detestato sentirmi sola e non voglio che vi sentiate sole.
    Un abbraccio…

  • Antonella ha scritto:

    Mi unisco a questo tema tanto coraggioso quanto dolorose per tante di noi.
    Mi rifaccio al bellissimo blog ed anche libro “la solitudine delle madri” di Marilde, credo che questa solitudine abbia inizio nel momento in cui, nella maggior parte dei casi da sole, si aspetta il responso del primo test di gravidanza che si compra in farmacia.
    La mia è una storia difficile ma con due lieti fine.
    GENNAIO 2000: a me e al mio ormai ex marito, ci fecero la diagnosi di STERILITA’. Alla mia ricerca di un perchè il ginecologo che allora mi seguiva e che era anche un caro amico e che era il MIO medico di fiducia mi disse soltanto “è così e non ci puoi fare nulla. capita”
    Elaboriamo, o per meglio dire elaboro il lutto, perchè quando ti cade in testa una diagnosi di questo genere solo questo puoi fare. Io ammiro tantissimo chi si è sottoposto, si sottopone e si sottoporrà alla fecondazione artificiale. io con il mio carattere non lo potrei fare.
    Quindi decidiamo per l’adozione.
    Un suo brutto incidente di moto lo tiene a letto per circa 5 mesi ed io dietro di lui.
    DICEMBRE 2000: 1° gravidanza che si interrompe alla 7/8 settimana senza intervento
    MARZO 2001: 2° gravidanza che si interrompe alla 12 settimama. Ecografia alla 10 settimana c’era il battito e poi sono iniziate delle piccole perdite scure. Ho dovuto subire un raschiamento
    SETTEMBRE 2001: 3° gravidanza che si interrompe circa alla 18 settimana. Alla 15 settimana l’ecografista (bravissimo) si rende conto che il feto non cresce come dovrebbe. E’ tutto a posto, non ci sono ci sono problemi cardiaci o o agli altri organi, solo non cresce e mi vuole rivedere dopo 10 giorni, il battito c’è ancora ma è cresciuto quasi niente. Dopo quasi due ore di ecografia si accorge che nel cordone ombellicale c’è stato un infarto e quindi di nutrimento ne passa pochissimo. Riposo assoluto e cortisone.
    Il ginecolgo (lo stesso della sterilità) mi dice che avremmo tentato di portare avanti la gravidanza il più possibile, anche eventualemente con un ricovero ma comunque se ci si riusciva forse non oltre la 30 settimana. Passo dei giorni infernali sperando e scusatemi se lo dico che anche questa gravidanza terminasse da sola. E così è stato alla successiva ecografia non c’era più il battito. Subisco un altro intervento.
    Cambio ginecolgo e mi butto nel mare grande apprrodo ad un centro di poliabortività perchè la diagnosi corretta era questa.
    Mentre inizio tutte le analisi da protocollo rimango nuovamente incinta ed è GENNAIO 2002. EXTRAUTERINA interrotta farmacologicamente.
    La mia doppia fortuna è stata oltre a salvare la tuba anche il fatto che si è capito il motivo: CONNETTIVITE INDIFFERENZIATA dovuta ad ANTICORPO ANTICARDIOLIPINA, ho una malttia auto immune facente parte della famiglia del LUPUS ERITOMATOSO.
    GENNAIO 2003 nasce alla 36 settimama con cesareo la mia prima figlia . Gravidanza a rischio e terapia farmacologica a partire dalla 33 esima.
    OTTOBRE 2005 nasce a termine la mia seconda figlia. A rischio di cesareo e terapia farmacologica fin dalla 29 esima.
    per emtrambre ho fatto la villocentesi, assolutamente meno rischiosa di quel che si dica. nessun farmaco e nessun riposo.
    per la prima sono andata dal migliore in Italia, oseri dire in Europa dal momento che è stato lui poi ad insegnarla in tanti posti del Nord Europa. ovviamente a pagamento.
    Per la seconda, avevo 40 anni mi dicono che la passa la ASL. contatto un ospedale di Milano, prendono la mia prenotazione e molto gentilmente mi dicono di contattare a Roma un determinato centro pubblico e mi fanno il nome di una dottoressa, ma aggiungono anche che se ci sono problemi la mia villocentesi è prenotata da loro.
    Vado dove mi dicono, la dottoressa non è ancora arrivata, vengo aggredita verbalmente dalle infermiere e da una dottoressa che cercano di convincermi che è molto meglio l’amniocentesi, ma io rimango del mio punto.
    Poi finalmente arriva la dottoressa che cercavo e fa una romanzina alle infermiere e dottoressa per il loro modo. Entriamo subito in sintonia, sarà la mia ecografista fino alla fine
    Il giorno dell’esame, avevo l’appuntamento alle 8.00, dovevo essere la prima.
    Mi fanno entrare per ultima, quasi alle 13,00 perchè il mio esame era diverso e più difficile!!!!!!!
    Scusatemi se sono stata prolissa. Un abbraccio forte a tutte e sono vicina a tutte quante.
    Antonella

  • Serena ha scritto:

    Ieri ho conosciuto una coppia di anziani signori che affrontava la vecchiaia e la malattia senza il calore e il conforto di una famiglia ma con il dolore e l’amarezza di una “genitorialità” tanto desiderata e negata…3 gravidanze, una a termine ma con esito tragico a causa di un parto con forcipe, le altre interrottesi in fase avanzata (6° mese) e successivi tentativi di adozione mai andati a buon fine. Il mio pensiero è subito andato al tema di questo mese e non ho potuto fare a meno di chiedermi quante “non nascite” di un tempo sarebbero state “nascite”, seppur faticose e sofferte, al giorno d’oggi.
    Non so se sia pertinente rispetto all’argomento di cui si sta parlando, ma mi andava di condividere con voi questo mio pensiero; leggendovi sto trovando molti spunti di riflessione veramente molto interessanti!

  • butterfly ha scritto:

    Ciao,
    scusate io continuo ad intervenire ma ad ogni commento mi si accende una lampadina, una illuminazione che mi sembra doveroso condividere.
    In un mio precedente commento avevo consigliato di vivere il proprio dolore fino in fondo ma ho dimenticato di aggiungere (sempre per quella che è stata la mia esperienza personale) due parole: senza vergogna.
    Perché si, io ho provato anche vergogna; nel momento immediatamente successivo alla scoperta della morte del mio bimbo io mi sono sentita piccola così; una vergogna che non so nemmeno io da dove venisse. Eppure stringevo in mano le foto del mio primo figlio e le mostravo a tutti e dicevo “questo è il mio bimbo, guardate com’è bello” e pensavo “vedete ho un bimbo, sono madre, sono capace di essere madre, non sono solo un rottame con una pancia vuota che ormai non ospita più nessuno.”
    Ora, superato il momento questi pensieri mi sembrano un passato lontano, riesco ad esternarli senza dolore, ora non ho dubbi sulla mia capacità di essere in futuro di nuovo madre. Come ha detto Silvia ora io sono salva, ed ho capito di esserlo proprio leggendo il suo commento. È strano ma mi sono sentita salva nel momento in cui una persona estranea è riuscita a percepire questo dalle mie parole.
    Per questo continuo a scrivere; per chi ancora non si sente così; magari si identifica in qualche cosa di quello che dico, magari riesco a dargli una speranza in più…

  • Silvia (author) ha scritto:

    Butterfly, è proprio questo contributo che stai dando a questa conversazione: stai facendo emergere dei temi che molte persone tengono chiusi in qualche angolo di se stesse. Magari, leggendo…

  • Antonella ha scritto:

    Ciao,
    sono trascorsi dei giorni dal mio intervento e mi sono resa conto di aver semplicemente fatto una lista della spesa, ma non un racconto delle emozioni e di sentimenti provati nella mia esperienza.
    La cosa senza dubbio più dolorosa e difficile da affrontare e superare è stata la diagnosi di sterilità così nuda e cruda e senza un reale motivo fisiologico. Proprio in un momento in cui la buonaparte delle amiche o conoscenti stavano vivendo invece questa bellissima esperienza.
    Ho dovuto affrontare il pensiero del “ventre vuoto che on conterrà mai vita” e il “perchè proprio a me?” Mi sono chiusa nel MIO doore e non ho permesso a nessuno di avvicinarmi, fingendo ma dentro di me ero rabbiosa, prima di tutto con me stessa e pi verso il mondo intero. Tutti bambini mi davano fastidio, ho iniziato a frequentare coppie senza figli, poi quando arrivava la notizia della loro gravidanza, via fuggivo.
    Quando andvo, raramente a trovare le amiche che avevano appena partorito, con qualsiasi scusa cercavo di non toccare i loro bambini.
    Poi finalmente una mattina guarandomi allo specchio mi sono resa conto che stavo facendo del male a me stessa ed ho iniziato ad elaborare il LUTTO.
    Poi per fortuna la mia storia ha preso un altra strada e ogni sorriso e risata di Lilo e Stitch cancellano tutto

  • butterfly ha scritto:

    Ecco Antonella, proprio le emozioni; io credo che riuscire anche solo a scrivere delle nostre emozioni sia già una sorta di guarigione. Ma la lista della spesa serve, perché finché non butti giù tutto d’un fiato quello che ti è successo è difficile comprenderne veramente la portata.
    A me è successo così, faticavo a riconoscere il mio dolore perché non riuscivo io per prima a dargli importanza, pensavo sempre che in fondo c’erano persone più sfortunate di me, dolori più grossi del mio… ma poi, ripercorrendo tutta la mia storia, dalla malattia di mio marito, fino alla perdita del mio bimbo mi sono detta che, piccolo o grande che fosse, il mio era comunque un dolore, un lutto e come tale doveva essere trattato.
    Inizialmente ho cercato di farmene una ragione aggrappandomi al destino; “meglio ora che dopo” mi dicevo, “forse doveva andare così” ma era un pensiero che non mi faceva stare meglio, perché mi riportava sempre a quel “perché proprio a me”. Continuavo a credere che se avevo ricevuto del male, un fondo di colpa dovevo averlo anche io.
    Poi all’improvviso mi sono liberata anche di questo senso di colpa, ho pensato che il destino non è giusto, è solo destino ed a volte, come in tante altre situazioni, ti rifila una fregatura. E così mi sono detta ok, la fregatura la prendo e me la tengo, cerco di superarla e di non permetterle di prendere il governo della mia vita, ogni tanto la ricordo ed allora un po’ male mi fa.
    È anche vero che poi “la fregatura” qualche risvolto positivo lo ha avuto: il dover fare i conti con tutto quel dolore mi ha fatto crescere, ha fatto aumentare la consapevolezza che ho di me stessa e dei miei sentimenti, mi ha fatto imparare un sacco di cose su di me e sulla mia famiglia, ma continuo a pensare che io quelle cose avrei voluto impararle in modo diverso, percorrendo un’altra strada. Perché ora, invece, la nostra vita sarà sempre accompagnata dai “se”, dai “forse”, che certo diventeranno un po’ meno dirompenti ma mai invisibili.
    Cercavo di superare il mio dolore dandogli una ragione, attribuendogli una qualsiasi motivazione cosmica, cercandogli una collocazione giusta nella mia vita.
    Al contrario la mia liberazione è arrivata proprio pensando “col c… che doveva andare così”. Allora i miei pensieri maligni, la mia rabbia, il mio strazio mi sono apparsi sensati.
    Ero distrutta, arrabbiata e sofferente, ed avevo ragione di esserlo.
    Allora ho smesso di chiedere perdono al mio bimbo e gli ho det

  • butterfly ha scritto:

    e gli ho detto “mi dispiace”

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