Il talento non esiste

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Il talento non esiste, e se esiste non conta poi molto per il successo. Ecco perché è meglio non tirarlo in ballo con i nostri figli se vogliamo che diventino veramente intelligenti.

Foto ©Nathan Russell utilizzata con licenza Creative Common
Foto ©Nathan Russell utilizzata con licenza Creative Common
Se pensate che vostro figlio abbia un talento naturale per la musica, o che vostra figlia sia nata per il calcio, o non fate altro che lodarla per la sua bravura a scuola, perché, ehi, non è mica da tutti prendere tutti nove e dieci in tutte le materie, beh, fareste meglio a tapparvi la bocca. Almeno questo è quello che sostiene Carol S. Dweck nel suo articolo pubblicato da Scientific American con il titolo The secret to raising smart kids. Leggendolo ci ho ritrovato molto materiale che avevo ascoltato con interesse ad un seminario tenuto dallo psicoterapeuta svedese Martin Forster organizzato per i genitori dal comune di Stoccolma, che già mi aveva colpito a suo tempo, ed ho quindi deciso di raccogliere qui i punti principali, nella speranza che possa essere di aiuto anche a voi.

Lodare i bambini per l’impegno e non per il risultato.

Iniziamo con un esperimento. Prendiamo dei bambini e dividiamoli in due gruppi (ma si può fare anche con gli adulti) e gli diamo da svolgere un test. Quando hanno finito, correggiamo il test, e ad un gruppo diciamo che quel test era molto difficile e che loro sono evidentemente portati per quel genere di problemi, infatti lo hanno svolto brillantemente. Al secondo gruppo invece diciamo che si vede che hanno lavorato duramente per risolverlo, infatti lo hanno svolto brillantemente. Poi diamo ai due gruppi un nuovo test, significativamente più difficile del primo. Il primo gruppo, quello lodato per il talento, mediamente riuscirà peggio rispetto al secondo gruppo, quello lodato per la capacità di lavorare duro. Questo esperimento, ed esperimenti simili a questo sono stati svolti su adulti e su bambini in ogni possibile configurazione, e il risultato è sempre lo stesso: se una persona è convinta di avere talento in qualcosa, appena incontra una difficoltà deduce immediatamente che il suo talento non è sufficiente, e quindi abbandona il compito. Una persona invece che sa di essere in grado di lavorare duro, di fronte ad un problema più difficile, si metterà semplicemente a lavorare di più, riuscendo infine a superarlo.

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Trovare modelli di riferimento

Purtroppo l’immagine del genio incompreso, a partire da Albert Einsten, condiziona pesantemente il nostro modo di porci nei confronti dell’intelligenza e del talento. Ogni volta che diciamo che qualcuno è un genio, non facciamo altro che sottolineare ancora di più il fatto che qualcuno ha talenti naturali, mentre altri non ne hanno. Ma come abbiamo detto, avere talento non è necessariamente un bene. Ma questo non vuol dire non poter avere dei modelli di riferimento. Del resto basta porre l’accento sul lavoro fatto per raggiungere il risultato ottenuto, che si tratti di un premio Nobel, o di un giocatore di calcio, è sicuramente costato moltissimo allenamento e lavoro durissimo.

L’intelligenza non è una caratteristica innata

Sarebbe meglio evitare di dire ad un bambino che è intelligente proprio come suo padre o come sua nonna, lo farà sentire dotato naturalmente di intelligenza, e lo metterà a rischio di perdere la motivazione appena il gioco si farà più duro. Parlate invece del cervello come di un muscolo che ha bisogno di essere allenato. Più ci si allena, più si diventa intelligenti.
I bambini (e gli adulti) che pensano all’intelligenza o alla stupidità come ad una caratteristica innata, non pensano di poter fare nulla per migliorare la propria situazione scolastica (o lavorativa). In uno studio condotto su studenti con carenze in matematica è stato messo in evidenza come la percezione dell’intelligenza come innata o meno possa essere determinante per il futuro andamento scolastico. Gli studenti sono stati divisi in due gruppi. Ad entrambi i gruppi sono stati insegnate tecniche alternative di studio, ma solo ad uno dei due gruppi è stato fatto un training per cambiare la loro visione dell’intelligenza permettendogli di vedere il cervello come un muscolo. Nel corso dell’anno scolastico il secondo gruppo ha iniziato a migliorare i suoi risultati in matematica, mentre il primo gruppo ha continuato a peggiorare il rendimento scolastico.

Insomma forse non è del tutto vero che il talento non esiste, ma sicuramente il talento non è sufficiente e forse nemmeno troppo indispensabile. I bambini (le persone) sono diversi, hanno intelligenze e abilità diverse, ma quello che fa davvero la differenza è la dedizione e gli anni di lavoro impegnati per perseguire una passione.

Ecco perché non vale la pena dire ai bambini che esiste il talento, o che loro hanno un talento particolare, ma è decisamente meglio insegnargli che è possibile lottare per conquistarlo.
Voi come vi comportate?

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7 COMMENTI

  1. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che il bambino vada sempre lodato per l’impegno. L’enfasi sui risultati e sulla prestazione..fa perdere di vista la cosa più importante…ovvero la ricerca e la consapevolezza del bambino riguardo il suo “talento” inteso nel suo significato letterale, ovvero come desiderio, come il piacere di fare le cose.
    E’ interessante riflettere anche su questo significato del termine “talento”…
    Nel bellissimo esempio di Battistuta…era talmente concentrato sul denaro…invece che sul proprio desiderio ..che
    pare si sia dimenticato del piacere del gioco…

  2. grazie, tu non hai idea di quanto mi serva ricordarmelo qui. Gli articoli e post che linci li avevo letti tutti a loro tempo, ma mi piace un sacco come sai fare i compendi comprensibili e immediatamente fruibili.

  3. Grazie Serena, mi hai fatto ricordare di un grande sportivo che ammiravo, Gabriel Omar Batistuta, e del suo particolare rapporto col “talento”. Ti lascio uno stralcio e il link a un bellissimo articolo che ne parla.

    [Batistuta] ha raccontato che non aveva mai pensato di fare il calciatore. Gli chiedono: «e poi ti è piaciuto giocare?», «beh, quando capii che potevo sopravvivere di calcio, sì: presi il calcio come un lavoro», che non è esattamente quello che intendeva la domanda. […] racconta: «giocai a calcio perché all’inizio fu un’entrata economica importante, e successivamente perché mi avrebbe dato la possibilità di vivere tranquillo per tutta la mia vita». L’intervistatore non si dà per vinto e domanda: «e la passione? La passione quando arrivò?» Batistuta risponde quasi senza capire: «beh, la passione venne fuori quando mi resi conto che questo poteva essere il mio lavoro, e quindi ci misi tutto».

    http://www.ultimouomo.com/batigol

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