Sul tema del mese: parliamo di noi?

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“Mamma, sei contenta che insegni quest’anno?”. Certo che lo sono boy-one, insegnare mi piace, ma sono nervosa, sono 7 anni che non vado in un’aula. Il Mister puntualizza: “Diciamo che mamma avrebbe preferito non avere anche questo da fare, che ci sono tante altre cose che comunque deve fare lo stesso”. Mi affretto a contro-puntualizzare “Ma insegnare mi piace, eh? Davvero!”.

Ci tengo molto a comunicare ai boys che il lavoro, in generale, è qualcosa che si può ascrivere alla categoria “cose che ci piacciono”, e che non è per forza “quello che mamma e papà devono fare per portare a casa i soldini che così possiamo comprare le cose”, mi sta molto stretta questa definizione: che il lavoro sia una cosa bella di suo, e che la società che si fonda sul lavoro non sia solo una bella frase, o una dichiarazione di diritti/doveri, ma una filosofia di vita da abbracciare, è qualcosa che spero i boys riescano ad assimilare, secondo me l’unico vero antidoto contro la volgarità dei quiz a premio, dei soldi facili, della raccomandazione, del denaro che porta potere. Love what you do, eccetera, e finiamola qui, non ritiriamo fuori il discorso della buonanima, con buona pace della meletta che ho qui davanti.

Ma sto divagando, non era di questo che volevo parlare.

Mi volevo soffermare sulla mia fretta di puntualizzare: non ci sono misteri che, per quanto insegnare mi piaccia, l’incarico didattico quest’anno mi è caduto fra capo e collo inaspettato e indesiderato (almeno fino a quando non sono rientrata in aula: parlare con i ragazzi era, ho scoperto poi, una cosa che mi mancava). Dovevo dirlo? Dovevo rispondere che, no mamma, porca miseria, proprio non mi va, stavolta sono delusa?

Leggo poi lo scorso post di Silvietta, e il suo cruccio che “crepe personali” inficino quello che vogliamo insegnare ai bimbi, che il nostro comportamento la racconti più lunga di quanto ci piacerebbe, e la mia saggia (ahem) risposta che no, stai mostrando l’immagine di una mamma che si autoanalizza e si cambia, tutto bene così. Ma davvero?

Ci risiamo insomma, il solito dilemma cornuto: come si fa a raccontare di noi stessi a bimbi, senza mentire sulle nostre debolezze, ma anche senza assecondarle? Come si fa a dire che i dubbi ce li abbiamo anche noi? Che la zia Sigismonda davvero non la possiamo sopportare? Che a volte ci piacerebbe tornare indietro e prendere un’altra strada? Che il partner, certe volte, certe volte, si potrebbe defenestrare senza pensarci due volte? Che abbiamo paura e siamo anche stanchi? Come si fa a insegnare tutte le sfumature, e al contempo mantenersi coerenti? Che si sa, la coerenza innanzitutto. O no?

O NOOOO?

Ricapitoliamo:

Scenario uno: la mamma che vorrei (visto che sono io a parlare, ma si applica ai papà paro paro, anzi di più) è una mamma che si sa auto-analizzare, che sa parlare delle questioni importanti, e soprattutto ti prende per mano e ti guida per le asperità dei sentieri della vita, ti insegna come gestire la rabbia, le frustrazioni, ti aiuta ad esorcizzare le paure, a vivere il dolore, se verrà, ad essere pacato nei giudizi, a riflettere sulle differenze, a evidenziare le contraddizioni. Un maestro Jedi insomma. Figo!

Scenario due: la mamma che vorrei (vedi sopra per i papà) è una mamma fedele a se stessa, una che non ti mente, non ti dice che va tutto bene se non è vero, e soprattutto ti aiuta a pettinare, col proprio esempio, le intricate corde dell’essere umano, ti fa capire che anche le mamme possono essere deboli, tristi, arrabbiate, spaventate, e danno sfogo alle emozioni, perché è normale provarle queste emozioni, e quindi anche tu ti sentirai meno solo e meno preso alla sprovvista, potrai riconoscere in te stesso ciò che hai visto in lei. Un allenatore emozionale insomma. Figo pure questo!

Mmmm.

Controindicazioni:

Scenario uno: uno dei miei timori ad aderire in toto a questo scenario è proprio dipingere mio malgrado un’immagine asettica di me, un essere supereroe, quella che ha sempre le risposte giuste, sempre pacata, sempre controllata. Temo che i boys (magari da grandi) non si sentano a loro agio nel mostrare il lato peggiore di sé, quasi autocensurandosi. In uno dei libri che più ho amato, “Se nessuno parla di cose notevoli” (If nobody speaks of remarkable things, di Jon McGregor, purtroppo non credo lo abbiano tradotto in Italiano, chiedo scusa vi dovete fidare sulla parola) c’è un passaggio in cui la protagonista, scoprendosi incinta, decide di andare a parlare con sua madre, con cui ha un rapporto di distanza, che mi ha dato un attimo di magone. La protagonista pensa a tutte le cose di cui avrebbe voluto parlare, tutti i problemi scemi, le paturnie, ma non lo fa, non sente dall’altra parte una situazione favorevole all’ascolto. Anche io mi sono smazzata da sola molti problemi, inclusi quelli niente affatto indolori ma che sentivo come problemi frivoli, rispetto alle Grandi Questioni Della Vita, il che mi ha decisamente resa più tosta, ma cavolo che faticaccia. Ecco, a me piacerebbe trasmettere il senso delle Grandi Questioni Della Vita, di cui abbiamo parlato in lungo e in largo in questo mese, ma al contempo anche trasmettere la tranquillità di poter parlare delle frivolezze, delle debolezze, delle paure, degli sbagli, di poter dire che oh a me di questo, sarà che è importante, etico, eccetera, ma non mi frega proprio niente. E magari discuterne.

Scenario due: il timore maggiore ad aderire in toto allo scenario due (anche questo sperimentato sulla mia pelle, il che avrebbe dovuto in effetti farmi sospettare che fare i genitori porta a grandi contraddizioni, ma si sa il senno di poi è una grossa fregatura) è che se il genitore che mette a nudo le proprie emozioni trova, per congiuntura astrale, o per grande colpo di sfiga, di fronte un figlio che si pone problemi forse più grandi di lui, il figlio possa sentirsi come in dovere di “proteggere” il genitore da ulteriori colpi emozionali, e quindi sorvolerà su certe sue questioni proprie, che si smazzerà da solo (cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia, come noterete. E infatti per me la solfa era sempre la stessa). Ecco, a me piacerebbe trasmettere il messaggio che mamma può essere triste, stanca, preoccupata, non è una magistra Jedi (grazie a Silvia per le note sulla terminologia italiana di Star Wars), ma al contempo anche trasmettere che non ti devi spaventare delle emozioni, né quelle tue né quelle degli altri, sono normali, sono parte della vita, e insegnano molto su se stessi e sugli altri, parliamone, svisceriamole insieme, usufruiamone.

Insomma, un casino.

Insomma, non si può avere la torta e mangiarla pure (la versione inglese della botte piena etc, che mi rifiuto di usare).

E te pareva.

E voi, ci riuscite a parlare “di voi stessi” con i pupi? In che termini? Fino a che punto? Son tutta orecchi. Ma non ve ne venite con il giusto che sta nel mezzo, lo so da me, quello che non so è in che punto sta il mezzo, fornire coordinate please!

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18 COMMENTI

  1. I miei Child sono ancora piccoli e non mi fanno domande esistenziali per adesso. Il loro dialogo con me si risolve in: mi fai il latte, mi prendi i giochi, mi lavi i denti … tremo al pensiero di domande più serie rimango connessa per leggere come uscirne 🙂

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