Studenti che aggrediscono insegnanti

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Lo avete visto tutti il video in cui uno studente di scuola superiore insulta, minaccia e umilia un inerme (o forse solo inerte, non sappiamo se realmente inerme) professore, mentre, evidentemente, qualche compagno di classe riprende con un cellulare? Non ve lo linkerò in questo post perché reiterare ancora una volta la diffusione di quelle immagini, è secondo me dannoso per tutte le parti, ma non vi sarà difficile trovarlo, anche se siete tra quei pochi che sono riusciti a sfuggire alla visione. Ho anche volontariamente omesso di usare il termine “bullizzato”, perché esistono tante parole per descrivere cosa accade in quel video senza necessità di ricorrere a neologismi abusati.

Foto utilizzata con licenza CC0
La prima levata di scudi, relativa a questo video, è stata quella molto generalizzata contro “i giovani d’oggi”. Poi c’è stata un’ulteriore levata di scudi e di armi, relativa a un infelice trafiletto giornalistico di un noto opinionista, che ne faceva una questione di “ceto sociale” e di cui non intendo trattare, per un semplice motivo: è completamente smentita dall’ultimo Report sul bullismo in Italia del 2014 dell’ISTAT, che dimostra con i dati come le conclusioni dello scrittore e giornalista siano state tratte senza valutare alcuna fonte, come purtroppo sempre più spesso accade nel nostro giornalismo.

E’ dunque la prima questione che mi interessa: la tesi secondo la quale questo video è l’ennesima dimostrazione che gli attuali adolescenti sono una risma di smidollati, maleducati, violenti, aggressivi, irrispettosi, ineducati dai loro genitori (anzi, direi dalle loro mamme, che i padri sono al lavoro), incapaci di tollerare le frustrazioni, schiavi dell’internet, dei videogiochi, di una realtà fittizia, incapaci di gestire i loro rapporti sociali. Insomma, i nostri figli (eh si! sono proprio i nostri figli, non dimenticatelo!) sono lo scarto dello scarto dell’umanità.

Nei confronti del docente inerm/te, i sostenitori di questa teoria, si dividono in due correnti: la prima, che punta il dito contro una classe docente di smidollati, incapaci di reagire, mentecatti, meritevoli di un trattamento come quello subito nel video, a causa della loro inettitudine; la seconda, che evidenzia come ormai il docente sia incatenato dalle politiche scolastiche, dalle norme restrittive della sua autorità, sostanzialmente svuotato di ogni dignità.
Alla fine, tutti inneggiano al sano sganassone, come ai bei tempi andati che, signora mia, quando eravamo giovani noi, guai se aprivi bocca!

Vi svelo un altro dato statistico: se i dati che offre WordPress e Facebook sulle fasce d’età dei lettori sono corretti, “quando eravamo giovani noi” risale al massimo alla metà degli anni ’80, non al 1940, e anzi, per lo più, parliamo degli anni ’90. Se abbiamo preso uno sganassone, probabilmente i nostri genitori ancora si ricordano il giorno in cui ce l’hanno dato, rispondevamo in modo sprezzante ai nostri genitori, i maestri avevano smesso da decenni di avere la bacchetta e molti di noi a scuola si comportavano davvero male, senza subire conseguenze inimmaginabili.

Ora, riporterò alcuni episodi così come raccontati da alcune persone, attuali genitori di adolescenti o preadolescenti. Alla fine di ognuno metterò solo l’anno in cui l’episodio si è verificato, una indicazione geografica vaga e, per far contento il buon giornalista-scrittore-opinionista di cui sopra, anche il tipo di scuola nella quale si sono verificati (unica concessione che faccio all’altro ramo della polemica).

  • Ero in terza liceo. Una delle insegnanti era assente e allora ci hanno mandato una supplente. Era una che conoscevamo bene. Era minuta, capelli grigi, occhiali sulla punta del naso, ma soprattutto era totalmente impreparata. Era impreparata nella sua materia, era impreparata a gestire adolescenti pieni di ormoni. Non ci diede nulla da fare, ci lasciò liberi di ripassare per la lezione seguente e, come spesso succede in questi casi, dopo poco il casino si alzò da solo. Quelli di quarta avevano l’ora di buco e allora non so bene perché ma alcuni di loro entrarono da noi, così per dar fastidio, per provocare. Un paio iniziarono ad insultarla, uno prese il cestino della carta straccia, lo mise sulla cattedra e le disse che poteva saltarci dentro per quanto era inutile. Fu una scena brutta, molto brutta, però ridevamo. Ridevamo per toglierci dall’imbarazzo, ma anche perché in fondo pensavamo tutti che fosse vero che era una persona inutile. Che la nostra vita, la nostra preparazione scolastica era in mano a persone inutili come lei. Lo pensi quando hai quindici anni e voglia di conquistare il mondo, e quando ti capita davanti un’insegnante incompetente lo vedi da lontano, e ti incattivisci. Dopo poco arrivò il vicepreside, arrivò con passo deciso, entrò in classe e in un attimo si rese conto della situazione. “Ah, siete voi! Eddai su, state buoni che è quasi finita l’ora”.
    Non successe nulla. Lei non l’abbiamo più vista, non so che fine abbia fatto e se sia finita in depressione come ho immaginato tante volte a distanza di tempo. A volte ripenso alla sua faccia impassibile di fronte a quelle offese, e alla cattiveria che avevamo dentro.

    1988 – Liceo scientifico – quartiere borghese di Roma
  • Ero alle medie. L’insegnante di musica era totalmente incapace. Facevamo casino e allora lei scriveva note sul registro più o meno a caso. Faceva casino quello dietro di me e la nota la prendevo io, perché la direzione era la stessa e non sapeva chi colpire quindi colpiva a caso. Un giorno ci fu una spedizione punitiva, usciti da scuola un gruppo andò a rigargli la carrozzeria della macchina. Io mi trovai in mezzo al gruppo. Non feci nulla, mi dissero di fare il palo. Non ero nemmeno sicura di sapere cosa significasse fare il palo. Ci fecero parecchie ramanzine finché qualcuno crollò e tirò fuori i nomi. Non chiamarono nemmeno i genitori per un colloquio, parlarono con ciascuno di noi separatamente. A me dissero di non farlo più.
    1985 – Scuola media – quartiere borghese di grande città
  • Avevo una macchinetta fotografica, feci una foto a una compagna di classe nello spogliatoio di ginnastica. Si vedeva metà della sua schiena e il retro del suo reggiseno. Quando le sviluppai, ci ridemmo tutti sopra. C’erano anche le foto del figo della scuola, per dire. Ho avuto un atteggiamento maliziosetto, ma davvero non pensavo di fare del male. Del resto ricordo che un ragazzino a cui piacevo, più di una volta mi slacciò il reggiseno in piscina per farmi vergognare. La ia compagna si arrabbiò, la prof mi sgridò – niente di eclatante, ma lo ricordo come un insegnamento importante. In un mondo che continuava a dirmi che se un ragazzo mi urlava dietro una volgarità, era perché ero carina. Fu una pulce nell’orecchio che mi è cresciuta dentro con gli anni.
    1994 – Liceo classico – città di provincia del centro-nord
  • Dopo due anni con una professoressa di greco completamente fuori di testa, che ci sottoponeva con nostro terrore all’arbitro più totale, per cui anche studiare molto era pressoché inutile, ci mandarono un professore malato di sclerosi multipla ad uno stadio in cui era già evidente. Parlava male e noi ne ridevamo. Lo sfottò era evidente e da quello a non filarcelo per niente, il passo fu breve: non facevamo i compiti e non ci presentavamo se ci chiamava all’interrogazione. Allora non mi resi conto che era la stessa malattia che aveva mia nonna e adesso mi pare una cosa del tutto insensata: possibile che non mi sia mai venuto in mente di dire qualcosa ai miei compagni? Non finì l’anno, se ne andò e non ci fu mai detto perché, ma era piuttosto evidente. Arrivò a sostituirlo una neolaureata (poco più di una coetaneo, in pratica), che non ispirava grande autorità, ma ci rendemmo conto che pochi mesi dopo avremmo avuto la maturità e che fino a quel momento non avevamo fatto nulla di greco: ci mettemmo sotto gli ultimi mesi solo per il notro tornaconto, perché non volevamo rovinarci la media.
    1988 – Liceo classico – quartiere alto-borghese di Roma
  • La mia mamma ha insegnato alle elementari per un paio d’anni. Aveva un alunno che veniva a scuola col coltello e minacciava se stesso e gli altri. Se la mia mamma provava a parlargli, questo rispondeva: tanto non puoi farmi niente e se mi sgridi o mi tocchi mi butto dalla finestra e vai in galera. A fine anno mia mamma ha chiesto di passare agli uffici.
    Il bimbo niente, era etichettato come disgraziato e bon.
    Ma forse oggi quel bambino lo aiuterebbero, almeno così dice mia mamma.

    1974 – Scuola elementare – provincia del nord
  • Dalle date, capirete che molti di noi sono stati i carnefici. Non c’erano i telefonini per registrare, c’era solo la memoria dei nostri compagni, che oggi sono genitori, professionisti, adulti e magari, come noi, cercano di dimenticare quegli episodi sgradevoli, di cui si vergognano, di cui ci vergogniamo. La differenza tra noi e gli adolescenti di oggi è che noi abbiamo avuto il privilegio di poter dimenticare le nostre nefandezze. Allora come oggi, non abbiamo subito conseguenze, perché eravamo giovani e stupidi e ci sono stati adulti che ce l’hanno fatta passare liscia.
    I ragazzi non hanno mai avuto rispetto dell’autorità, al limite ne hanno paura. I ragazzi hanno rispetto per la dignità, per la correttezza, per l’umanità, per chi restituisce rispetto a loro, ma MAI per l’autorità. Di certo gli adolescenti sono svegli e sanno capire il nesso tra azione e conseguenza, se viene presentato loro con chiarezza. Se poi questa relazione azione-reazione è adeguata, è più facile che ne sappiano trarre qualcosa di buono.
    Questa generazione non è marcia, debole e aggressiva. Questa generazione è sbandata come lo sono state tutti le generazioni di adolescenti, perché gli adolescenti non hanno guida e quella degli adulti la rifiutano.

    Non c’è niente di nuovo, se non la possibilità che milioni di persone discutano delle azioni di un singolo adolescente, di un singolo professore, di una singola storia. Di diverso c’è l’esposizione, la possibilità data agli intellettuali di farne un caso emblematico, una questione sociale. E questo è il male, quasi più del fatto in sé. Il male è ciò che ne facciamo noi, come lo rendiamo un fatto da sottoporre a giudizio da parte di una moltitudine.
    E invece è un episodio tra tanti. Non per questo meno grave, ma solo molto più diffuso di quello che noi pensiamo: diffuso oggi e diffuso in passato. Perché dentro le aule dei nostri figli non ci stiamo, perché forse non facciamo nulla per prevenire che quell’aguzzino sia nostro figlio, così come i nostri genitori non sono riusciti ad evitare che noi fossimo gli aguzzini.
    Questo episodio è grave, gravissimo, ma è uno di tanti e non uno dei tanti che accadono oggi, ma uno dei tanti accaduti in tanti, tanti anni di scuola, passata, attuale e probabilmente futura. A reggere e sorreggere i ragazzi nelle scuole, ci sono da sempre gli insegnanti, buoni, mediocri o pessimi che siano e i ragazzi da sempre non vogliono essere guidati, ma forse quando sbandano, vorrebbero essere sorretti.
    Quindi sospendiamo il nostro giudizio e limitiamoci a fare tutto quello che, adesso, è nelle nostre possibilità: fare in modo che ogni nostro figlio sappia riconoscere la misura dei suoi comportamenti e, se sbaglia, sappia chiedere scusa e accettare la conseguenza.

    Il video non dice nulla su quanto è avvenuto dopo: hanno parlato? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo però è che il 6 il professore non glielo ha dato e dunque in quell’apparente passività non ha ceduto di un centimetro.
    Il bravo insegnante non è quello che demonizza il pessimo comportamento, ma quello che cerca il contatto con la persona al di là degli atteggiamenti. Non si educa con la compiacenza e neppure espellendo. Non si può passare dalla tolleranza totale alla tolleranza zero.
    Ho letto commenti che mi hanno ricordato quelli di chi, davanti ad un episodio di violenza sul giornale, invoca subito la pena di morte.
    Cosa c’è di malsano in tutto questo? Cosa manca? Mancano l’insegnamento dei valori, il rispetto e le conseguenze. Manca la maturità di chi esprime giudizi sommari e quella di chi pensa che comprensione significa non punire. Da qualche parte si è persa la giusta misura: quella che ci insegna che le conseguenze sono fondamentali e quella che ci ricorda che, trattandosi di adolescenti, le conseguenze devono essere proporzionate ed educative, non draconiane.

    [Brano tratto da un post Facebook di Alessandra Libutti]

    Vorrei concludere con le parole di un’amica insegnante, parole semplici, che riassumono in poche righe il concetto di patto educativo, tra scuola, famiglia e studenti.
    Educateli come volete basta che ci siano le tre basi della convivenza civile: buongiorno quando entro; grazie e prego secondo il caso; se ritieni che sia in torto, non attacchi come una furia perché quelli che tutto ti perdonano sono la tua famiglia e non il resto del mondo. Poi le intemperanze dell’adolescente le conosciamo tutti e le capiamo.

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4 COMMENTI

  1. Analisi intelligente e che fa riflettere sui mezzi di comunicazione e sul loro impatto sulla società, perché, come chairito nell’intervento di Silvia, queste cose sono sempre capitate, per quanto gravi possano essere.

  2. Sono da sempre stata a favore dei docenti, essendo stata a mio tempo una brava alunna con dei docenti che ad oggi ricordo ancora con affetto e stima , ma mi rendo conto che ad oggi anche la scuola e i docenti iniziano a vacillare , anche chi dovrebbe dare l’esempio come un professore tante volte è un disgraziato, maestre che picchiano, professoresse che mostra le mutande alla classe (video che ho visto per caso mesi fa su YouTube) professori universitari che chiedono prestazioni sessuali in cambio del buon voto , quindi direi che anche chi dovrebbe dare il buon esempio sia un pessimo esempio oggi. Io non sono anziana ,ho trent’anni e sono mamma , ho frequentato il liceo e l’università, e anche se non si andava proprio d’accordo con alcuni professori mai mi sarei sognata (così come i miei compagni) di alzare la voce o alzarci soltanto dalla sedia senza chiedere il permesso, per noi essere “buttati fuori dalla classe ” perché si copiava o altro era una vera e propria vergogna ,oggi invece sembra che per alcuni alunni sia un vanto,un premio ,non so. All’università ho avuto professori che per fortuna erano molto professionali e distaccati , la lezione era lezione , non un passatempo ne conversazione post lezione. Oggi non so se siano a sbagliare più i docenti o gli alunni maleducati , ma resta il fatto che da entrambi i lati ci sono alla base comportamenti sbagliati ! Io ho la paura di mandare mio figlio all’asilo per tutto quello che sento sui maestri .. io che a mio figlio non ho mai dato una sculacciata non vorrei che le subisse altrove. È tutto difficile ad oggi,anche dare fiducia.

  3. Ciao!
    L’abbiamo visto in tanti giornali ma per trovare un articolo documentato e intelligente sono dovuta venire in un blog. Bah misteri del giornalismo…
    bellissima analisi.
    In effetti siamo stati fortunati a non avere cellulari che immortalassero le ns cappellate da adolescenti o pre-adolescenti .
    Speriamo di riuscire a trasmettere ai ns figli a capire quando si arriva a un limite.
    Grazie
    V

  4. Cara Silvia, è bello leggere il tuo articolo, che condivido in pieno.
    Non ho visto il video ne’ lo vedrò, non ho letto Serra ne’ le polemiche che ne son seguite.
    Ma in relazione alla notizia nuda e cruda del video girato in classe, la mia prima reazione è stata simile alla tua: questi episodi ci son sempre stati. Queste violenze, che siano anche solo verbali, da parte di alunni nei confronti dei professori io me le ricordo alle scuole medie (anni ottanta, paesino, centro Italia).
    L’unica macroscopica differenza è che allora non avevamo in mano uno smartphone con cui mostrare al mondo la nostra imbecillità.
    Credo che su questo si debba riflettere moltissimo. Non solo come genitori, ma come adulti.
    Faremmo guidare una Ferrari a un dodicenne? Proporre un telefonino ai ragazzini delle medie senza nessun limite ne’ regola è altrettanto pericoloso.

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