Le storie capitano a chi le sa raccontare

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Dopo diversi guestpost che ci sono piaciuti molto, abbiamo sperato che Gaetano El_Gae Buson, amico e autore di Stratobabbo, accettasse di diventare “dei nostri”. Ed eccolo qui, con una nuova rubrica: “Fare la differenza“.
Di che differenza parliamo? Di qualsiasi differenza rispetto alla “normalità”. Normalità intesa senza accezioni qualitative, ma semplicemente come dato statistico: la normalità è solo quello che capita ai più. Poi ci sono miliardi di differenze.
Gaetano, quando non indossa i panni del papà blogger, è uno psicologo, coordinatore di una cooperativa sociale che si occupa di disabilità sotto diversi aspetti: assistenziali, educativi, residenziali, occupazionali e lavorativi. E proprio dalle differenze con le quali viene in contatto ogni giorno che partirà per interpretare il tema del mese da un punto di vista spostato un po’ più in là rispetto a quello dei più. Allargherà la nostra visuale e ci arricchirà di esperienze.
Iniziamo parlando di bellezza.

sedia-rotelleLa prima volta che l’ho visto, non l’ho neppure visto davvero… Eravamo al mare, tutto era bello, anche se c’erano così tanta pena tutto attorno. Potere dell’amore e dei vent’anni.
Lui era seduto su di una sedia a rotella un filino tamarra, con dei catarifrangenti sui raggi delle ruote ed il telaio di un giallo vivo.
Era chino in avanti, a prendere delle boccate da una sigaretta che teneva in mano.
Ma era di spalle e lontano e quell’ombra sul viso non mi aveva ancora pugnalato il cuore.
Perché nei giorni successivi invece lo avevo visto bene, quell’enorme protuberanza scura che rendeva orribilmente deforme la parte destra del suo viso che pareva stesse colando a terra in un grumo di sangue rappreso eppure era ferma, sospesa. Ma, a ben guardare non era quello che faceva impressione. Era tutto il resto, la normalità che circondava quell’angioma: il brillantino all’orecchio, la sigaretta, l’adesivo di Valentino Rossi, due bellissimi occhi azzurri.
Colpiva lo sguardo dei bambini, anche. I bambini hanno uno strano modo di capire l’orrore: non distolgono lo sguardo, lo fissano, lo toccano, fanno domande inopportune.
Sono fastidiosi i bambini, e imbarazzano i genitori, che sono lì che li tirano, che gli dicono fra i denti di non guardare, di fare i bravi, su dai, andiamo che non sta bene.

E ci si può perdere ad immaginare la storia che sta dietro a quella piccola normalità che emerge da tanta diversità: come sarà successo? Com’era prima? C’era un prima?
E le storie, per chi ha la fortuna di arrivare a conoscerle sono spesso belle da sentire ed affascinanti da raccontare; sono le storie dei grandi romanzi da “I Miserabili” a Dickens, passando per Verga, Garcia Marquez e Welsh.
Il brutto è che sono storie di dolore; che chi le ha vissute non è che te le racconta tanto volentieri, fa anche a meno di ricordarsi la sua situazione.
E così rimangono sconosciute, marginali ed al mondo si regala solo la parte esteriore, l’ultima tappa.

“Le storie capitano a chi le sa raccontare” dice Paul Auster. Io, senza dover smentire il maestro, aggiungo che serve anche qualcuno che abbia la forza di superare l’orrore degli occhi, la voglia di andare oltre la paura del contagio e, se avrà la pazienza di costruire una relazione significativa, forse quelle storie sarà pronto ad ascoltarle.
– di Gaetano El_Gae Buson

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7 COMMENTI

  1. Sono impaziente… Per me la lettura di blog è una finestra per avvicinarmi a mondi sconosciuti, ho sbirciato alcune situazioni che non conoscevo e a cui spesso non saprei come avvicinarmi. Non parlo solo di disabilità, ma credo che spesso per paura di fare danni e temendo parole sbagliate sono rimasta a distanza, forse creando ancora più disagio.
    Per questo sono davvero grata a chi mette online i propri pensieri, permettendo di conoscere esperienze diverse, che chi non attraversa non riesce veramente a immaginare.

  2. Grazie a tutti per l’apprezzamento e l’incoraggiamento. Mi auguro che questa rubrica sia un luogo di scambio e arricchimento reciproco. Non staremo qui a “sgureggiare” verità assolute, questo è certo.

  3. Bentrovato anche qui! Ascolterò proprio volentieri le storie di questa rubrica, l’idea di mischiare “diversità” e “normalità” per farne un unico luogo ospitale per tutti la sento vicina vicina.

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