Stereotipi di genere: non sempre dobbiamo solo subirli

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Un contributo di Francesca Sanzo al tema di questo mese ci voleva proprio. Dalla sua esperienza di Donne Pensanti, al suo interesse sempre attuale per il superamento degli stereotipi di genere, nasce questa piccola guida alla reazione: per non subire con rassegnato disinteresse il linguaggio di immagini, messaggi e situazioni che non condividiamo e per renderci conto che siamo tutti in una community pensante che può agire.

Il web non è solo una rivoluzione culturale ma anche sociale: ha cambiato il modo in cui organizziamo il pensiero ma anche quello in cui possiamo agire nel nostro mondo.
L’azione può passare attraverso il passaparola e il dialogo orizzontale con istituzioni, media e aziende.
Spesso ci lasciamo sfuggire occasioni importanti per un attivismo di cui c’è quanto mai bisogno.
Da qualche anno mi interesso di comunicazione e stereotipi di genere. Nel 2008 ho fondato una delle prime community dedicate al contrasto degli stereotipi di genere, Donne Pensanti, che ora non esiste più.
Quello che ho sempre proposto in community e ora sul mio sito personale, dove una parte del lavoro lo dedico alla cittadinanza attiva, è di usare i mezzi che abbiamo a disposizione per stimolare un cambiamento e coinvolgere marketing, pubblicità, informazione pubblica richiamandoli alle loro responsabilità.
Cosa possiamo fare se per strada vediamo un manifesto in cui la pubblicità strumentalizza il corpo delle donne o offende un gruppo di persone per vendere un prodotto?
1. Fotografiamo il cartellone
2. Cerchiamo l’indirizzo mail dell’azienda produttrice
3. Scriviamo allo Iap per segnalare la pubblicità: lo Iap è un Istituto di autodisciplina pubblicitaria che può sanzionare e far ritirare alcune campagne, se considerate offensive. La segnalazione NON è censura, noi rimandiamo allo Iap una decisione in base a criteri oggettivi.
4. Scriviamo all’azienda chiedendo – in maniera propositiva – che ci spieghi la sua scelta ed eventualmente sia disponibile a un confronto su quei punti che segnaliamo
5. Diamo ampia visibilità a tutte queste azioni grazie al web, coinvolgendo altri, invitandoli a fare lo stesso, mettendo a disposizione indirizzi e testo della mail perché possano, velocemente, fare come noi.
Il dialogo può risolvere molte situazioni, è una via che bisogna sempre tentare. Se quella via non funziona o se ci troviamo davanti a persone poco disponibili o che continuano, di fatto, a non ascoltare il punto di vista di molti (o le decisioni dello Iap), allora molto serenamente possiamo decidere di smettere di comprare prodotti di quella marca.
Non va sempre male. A fronte di molti muri che si incontrano, si trovano anche persone disponibili al dialogo, all’ammissione dell’errore.
Recentemente ho voluto scrivere a Wired Italia. Sono abbonata e da subito ho notato che la presenza femminile, sia tra i contributors che tra i protagonisti della rivista era scarsa e poco valorizzata.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una pubblicità in terza di copertina.
Lo Iap ha fatto ritirare la pubblicità (l’ho segnalata io, ma grazie al passaparola innescato sui Social anche molti altri) e Wired si è scusato pubblicamente, con un editoriale che ho apprezzato molto, perché ha esplicitamente ammesso alla minoranza di contributi femminili, molto semplicemente, aveva mai pensato.
Dal numero successivo le cose hanno cominciato a cambiare.
Grazie al Web abbiamo ottenuto così l’ascolto e la condivisione di una riflessione utile a tutti.
Ci saranno certamente stereotipi di genere molto dopo che noi avremo lasciato questo mondo, ma essere cittadini attivi usando la rete significa anche parlarne e alimentare un discorso generale, sfaccettato e complesso che ci aiuti a sviluppare anticorpi.
Tra l’altro – e mi rivolgo specialmente alle mamme – teniamo alta la guardia: anche quello della donna/mamma angelicata è uno stereotipo italiano duro a morire.
Lei lava i calzini, accudisce i figli, cucina come uno chef (e sottolineo “uno”, al maschile) e alla sera ha un sorriso largo di gioia per le cose belle che le ha dato la vita.
Siamo proprio sicure che questo stereotipo ci rappresenti?
Ecco, lo dico pubblicamente, quello che mi piace di questo blog e che purtroppo non si trova così spesso, nemmeno nella parte più evoluta della Rete, è che si parli di GENITORIALITA’ e non di MATERNITA’ e che il discorso coinvolga sempre ambo i genitori.
Rimaniamo in allerta!

– di Francesca Sanzo

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6 COMMENTI

  1. ciao a tutte,
    i casi che si verificano di solito sono
    1) lo iap fa ritirare la campagna e l’azienda ci dà delle moraliste, bigotte, ecc. Dice che non capiamo “l’ironia” (l’ironia è abusatissima e violentata di continuo, poverella).
    2) l’azienda si scusa, dice che non ci aveva pensato e chiede anzi un contributo per fare meglio (succede solo con aziende piccole o avvedute – vedi caso Wired – perché di solito è molto difficile per loro tornare sui passi, quando hanno già fatto investimenti economici)

    Ci tengo a precisare che personalmente segnalo allo Iap solo pubblicità che usano il corpo della donna (o promuovono un ruolo stereotipato della donna) in maniera totalmente decontestualizzata. Faccio un esempio: se c’è una donna nuda nella pubblicità del reggiseno, ecco non è fuori contesto e a me non dà alcun fastidio. Se la stessa donna nuda pubblicizza l’aspirapolvere, allora è fuori contesto.

  2. condivido pienamente questo post per i contenuti e per lo stimolo ad essere in allerta e attive, insomma a non subire. mi irritano gli stereotipi veicolati in modo sottile ed indiscusso da immagini e linguaggio,non solo sono avvilenti e svilenti, ma credo contribuiscano a minare la possibilità stessa di avere pari opportunità.e scalpito mi urto e denuncio anche quando mi dicono che non vale la pena, provo a portare un altro punto di vista…

  3. Io devo ringraziare Francesca e Donne Pensanti perché mi hanno dato la fiducia della protesta e un post di Giovanna Cosenza di qualche giorno fa mi ha fatto pensare che grazie a tutte le nostre mail lo iap non solo abbia contribuito a darci risposte ma abbia iniziato esso stesso a farsi domande. A che serve poi far bannare una pubblicità? Be, che la volta dopo o due volte dopo o 10 volte dopo committente e agenzia si danno una grattatina sulla cocuzza e pensano un pochino meglio come evitare di farsi bannare e boicottare di nuovo. E sul lungo termine fa. Come fa che tutte le volte che inizio a boicottare un prodotto per motivi del genere avverto l’ azienda. Giuro che funziona, ma se none ra per Francesca col cavolo che lo scoprivo.

  4. L’altro giorno mi è stato dato da un negozio che vende prodotti per la pulizia della casa un depliant. All’interno, trovo una ragazza sorridente che, tutta vestita in bianco, passa l’aspirapolvere . Ma il massimo era vedere sullo sfondo il supposto fidanzato e/o marito che la guardava sorridendo a braccia conserte. Dico, proprio a braccia conserte! Guarda, devo averlo cestinato dal nervoso, però, adesso che me lo fai notare, me lo faccio ridare e scrivo, che è meglio

  5. Grazie Francesca. Volevo chiederti, giuro non per provocazione ma proprio per curiosità, nella tua esperienza di “denunciatrice” (volevo trovare un termine più positivamente costruttivo ma non ce l’ho fatta, perdonami), qual’è la percentuale di risposte positive rispetto a quelle negative o peggio ai casi in cui sei stata ignorata?

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