Lo specchio e l’ombrello

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Mi sono sempre più convinto, nella mia esperienza di padre, che non esistano modelli positivi o modelli negativi – nel senso, modelli assolutamente positivi o negativi. Quello che entra in gioco quando tu indichi a tuo figlio o a tua figlia un modello, o quando loro se ne scelgono uno, oppure ancora quando invitabilmente fanno i conti con quel modello che tu sei, non è niente di assoluto.

Foto victors utilizza con licenza Flickr Creative Commons
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Ci sono nella crescita di un bambino o di un adolescente domande che trovano o non trovano risposta, e il modello è lì per confermare una soluzione o per tenere aperta l’interrogazione. Ci sono tempi vuoti e solitudini non più immaginabili per noi adulti, e il modello è lì a fare compagnia o a tormentare. Ci sono desideri e aneliti da soddisfare in qualche modo, e il modello trova la possibilità di soddisfare l’energia di quelle richieste o di farsi sacco da pugni per quelle frustrazioni. Ci sono enormi paure cui dare un nome, almeno per gridarle, e il modello a volte grida al posto del nostro bambino o della nostra bambina, a volta è lui stesso quel grido.

Piacerebbe a entrambi – genitore e prole – che il modello fosse solo un ideale, un orizzonte lontano che spinge a camminare, un improponibile ma stimolante confronto con quello che è. Non è così.

Intorno a una relazione piena di energia come quella tra padre e figlio, tra padre e figlia, tutto è in divenire e può diventare di enorme importanza, oppure qualcosa di risibile, apparendo l’opposto. Il modello ti dice cosa sei e cosa vorresti essere, ma anche cosa vuoi e cosa ti manca; il modello lo incarna facilmente qualcuno di esistente o di immaginario, ma lo attiva l’oggetto quotidiano e l’insospettabile esperienza. Il campione dello sport e il tuo primo cucciolo, il supereroe e il coltellino di tuo nonno, un cantante, quel vecchio portatovagliolo d’argento, la zia barricadera e una maglia da basket.

I modelli sono specchi, e sono ombrelli: riflettono e riparano, ti mostrano quello che sei e ti proteggono da quello che non puoi evitare. Non sai se è bene che ci siano e non puoi evitarli; non puoi scegliere quelli che avranno i tuoi figli, ma puoi criticarli fino a renderti odioso. Ricordandosi che non puoi evitare il paradosso più pericoloso e imbarazzante di tutti: anche se non vuoi, un modello sei tu. Tu, padre, rifletti tuo figlio o tua figlia insieme a tuo padre; ripari la tua prole come hanno riparato te – come avresti voluto o come effettivamente hanno fatto – e senza alcuna certezza di essere assolutamente nel giusto o meno.

Adesso che sto scrivendo mi ricordo di un mio modello, il giornalista Sidney Harris: «lo scopo dell’educazione è quello di trasformare gli specchi in finestre». Già.

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1 COMMENTO

  1. Riflessioni bellissime, che condivido in pieno.
    Tante volte mi chiedo se sono una buona madre e sempre di più mi rispondo che si lo sono perché cerco sempre di restare in sintonia con i miei figli, senza però snaturarmi, senza diventare una persona che non sono e accogliendo tutti i momenti: i loro come i miei.
    Credo che la genitorialità sia soprattutto esserci. E non parlo della presenza fisica (o almeno non solo di quella). Esserci nel senso di stare al fianco e a volte dare le parole e aiutare a tirare fuori le paure, ma senza forzare mai la mano perché ogni bambino ha il suo universo interiore e ogni età ha il suo modo per rapportarsi al mondo.
    Ieri sera il mio grande (7 anni) mi ha chiamato dopo che lo avevo messo a letto. “Mamma non riesco a dormire perché un bambino mi ha detto una parola e se la ripeto diventa una maledizione e io non riesco a pensare ad altro”.
    Cos’era se non una richiesta di protezione?
    Io ci sono e ci sarò sempre. Questo è il mio mantra per i miei figli, che hanno ancora più bisogno di rassicurazione avendo visto il padre andarsene dall’oggi al domani molti mesi fa e lasciando loro nel vuoto della sua assenza.

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