Sono, sarò, sarei

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Recentemente mi è capitato di assistere ad uno scambio di battute tra genitori di persone con disabilità con età diverse. Si parlava di sessualità, tema che riesce a mettere d’accordo tutti almeno sulla difficoltà che c’è ad affrontarlo; ebbene, c’era un gruppo di mamme di figli ormai quarantenni che parlavano della sessualità delle loro “ragazze” e l’accezione che risaltava maggiormente era la maternità negata. Sessualità = maternità, per le madri sessanta-settantenni di figlie femmine con disabilità.
Pardon: probabilmente anche per quelle non in situazione di disabilità.
A quel punto interviene la mamma di un maschio ventenne e dice che in realtà, al netto della maggior facilità di gestire la sessualità di un maschio (che pare statisticamente vero, anche se ho il sospetto che ci sfugga qualche cosa), dice che lei è molto aiutata da alcuni modelli di riferimento che negli anni sono cambiati.
L’altra sua figlia, ad esempio, vive per conto suo, da single e non ha per il momento nessun desiderio di figli o matrimonio.
maternita-negata

In effetti per noi cresciuti negli anni settanta il massimo della nostra ambizione, per come ci era stata insegnata, erano casa, famiglia ed un lavoro che permettesse di mantenere entrambe le cose.
La misura dell’handicap per i miei coetanei con disabilità era la distanza tra loro e la possibilità di raggiungere quel risultato che tutti vedevano come “La Realizzazione”.
Ora invece è molto più difficile, perché l’equazione di qualche tempo fa non torna più: si rimane a casa moltissimo, dicono i telegiornali, dimenticandosi però di quelli che si trasferiscono per motivi di studio fin da giovanissimi, magari lavoricchiando per mantenersi un minimo.
Posso sposarmi ed avere figli, ma anche scegliere di non sposarmi, desiderare figli e non averne o decidere di non averne. Molto più di un tempo, diciamo la verità.

Insomma, per fortuna ci sono più percorsi e più strade significa anche più chance.
E con chi ha bisgno di aiuto per realizzarsi come la mettiamo? Noi, e non parlo solo di noi tecnici, della scuola o degli operatori, ma anche della società più in generale, come cerchiamo di orientarli?

Siamo pronti ad accompagnare le persone che hanno bisogno del nostro aiuto verso un orizzonte che per noi non è concepibile?

Chi sarei se potessi essere” titola un libro di qualche anno fa di Enrico Montobbio e Carlo Lepri, ma come possiamo essere d’aiuto a chi si pone quella domanda e magari non lo sa esprimere?
Verso una formazione al lavoro in fabbrica, che fabbriche ce ne sono sempre meno? Verso una vita autonoma il più possibile, vivendo soli già a venticinque anni quando magari il fratello senza handicap a 35 è ancora in casa?
Come siamo in grado di evolvere in corsa il nostro modello di società inclusiva? Proprio ora che ci stavamo abituando a dei clichè che abbiamo faticato ad accettare per anni, che parevano funzionare ed invece… mannaggia, troppo tardi.
Già. Perché troppo tardi?

Mi viene il parallelismo con una frase che diceva la prof al liceo: “Non potete lamentarvi di avere troppi compiti da fare, se avete ancora il tempo per lamentarvi”. Azzardo, consapevole di non avere risposte certe e forse nemmeno corrette, passiamo troppo tempo a convincerci che serva essere inclusivi invece che inziare a farlo.
Recentemente mi hanno fatto notare che una nota marca di costruzioni per bambini  ha prodotto una serie di personaggi in cui ci sono anche degli omini con disabilità. Lo trovo di una sensibilità estrema e di una lungimiranza incredibile, perché l’unico modo per anticipare i tempi di azione è partire prima.
Consiglio a tutti i genitori di regalarne una scatola ai figli alla prima occasione. Che poi magari se ci si abitua da piccini a vederle, le sedie a rotelle fanno meno impressione da grandi. Poi, se come me con i mattoncini ci giocate di nascosto, dateci dentro, male non farà di sicuro.

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1 COMMENTO

  1. Ciao
    Ma i mattoncini svizzeri o quelli dei super4 ?(un po Criptica ma ctanto per me capisci se i tuoi figli guardano Cartoonito)
    Grazie
    V

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