Social street e consumo collaborativo

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Ho rotto la tosaerba e, per quanto il mio giardino non sia che un piccolo fazzoletto di terra, mi stavo ritrovando con una selva oscura al posto del prato e sono pure nel mezzo del cammin…

Che fare? Chiedo a chi mi abita a fianco? Pensando al fatto che i miei tre vicini sono rispettivamente: proprietari di un consorzio agrario, cultori del giardino perfetto, e dei personaggi pazzeschi che faticano a salutare e che sono “un po’ delicatini per i loro attrezzi”, ho pensato di scrivere un piccolo annuncio su facebook, per vedere se qualcuno avrebbe colto la mia esigenza, magari qualche amico.

Eccolo qui:

consumo-collaborativoBeh, il vicino esperto e ben attrezzato probabilmente non ha visto l’annuncio, ma un caro amico mi ha offerto il suo tosaerba (e il pane glielo porterò domani, che ceniamo insieme), nel frattempo altre due amiche mi hanno chiesto lumi sulla panificazione naturale. Le ho invitate a casa la prossima settimana, farò loro un mini-corso di base per chi non ha mai sperimentato le meraviglie e il piacere del pane fatto con il lievito madre e ho chiesto loro di portare qui qualcosa “in cambio”. Che ne so, una torta per la colazione, della frutta o verdura del loro orto se ce l’hanno, della marmellata o conserva fatta in casa, un oggetto che non usano più, da scambiare tra noi.

L’idea mi è venuta leggendo in un giornale dell’esperienza delle social street di Bologna e di tutta la condivisione che si può sperimentare nel sentirsi parte di qualcosa, andando oltre l’anonimato e a volte la solitudine che pervade molti quartieri.

C’è chi sa condividere a prescindere e vive con naturalezza lo scambio, ci sono ancora quartieri molto vivi, forse anche molto provinciali, in cui tra sagre e tavolate estive, i momenti di condivisione non mancano. Ma c’è anche tanta solitudine e tanto smarrimento. In questi ultimi giorni non faccio che sentire di gente che non fa più vacanze (o che ne fa sempre meno), di persone che perdono i clienti o il lavoro, o che se lo ritrovano dimezzato; c’è un’incertezza enorme che ci circonda. Però noi siamo genitori e un educatore in quanto tale è obbligato a trovare l’ottimismo anche in tempi bui.

Se quindi vi sentite un po’ soli quest’estate e non avete modo di viaggiare con i vostri figli, potete trovare nuovi modi per fare rete tra vicini di casa, tra abitanti della stessa strada, all’insegna dell’aiuto reciproco ma anche della convivialità e dello stare insieme, che l’estate si presta tanto.

I pionieri del fenomeno delle social street sono gli abitanti di via Fondazza a Bologna: il giornalista Federico Bastiani, che ci abita, ha aperto un gruppo su facebook con il nome della via, attivando tutta una serie di esperienze di scambio: dalla baby sitter all’ultimo momento, al pranzo in cambio di un aiuto in casa, aperitivi e cene aperte a tutti….

La cosa bella è la viralità di questa idea che altro non fa che replicare il modo di vivere di qualche decennio fa, quando il tempo aveva una connotazione del tutto differente, i figli stavano per strada, ci si conosceva di più tra vicini ed era più naturale darsi una mano.

Ad oggi le social street in Italia sono 254, ne sono nate in Portogallo e poi in Cile, Brasile Spagna. Trarre benefici grazie ad una maggiore interazione sociale, forse non fa crescere l’economia, ma rende la vita un po’ migliore, stimola la voglia di conoscersi e scaccia il pensiero delle difficoltà, aiutando le persone a fare cose molto semplici, molto vere.

Beh, io non ho (ancora) creato una social street, ma l’idea del consumo collaborativo e dello scambio ecologico oltre che economico mi intrippa già da tempo.

E voi avete sperimentato niente del genere?

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