Il senso di un bene comune

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Da piccoli uomini e donne quali sono, a cittadini. Apparentemente non è difficile: quel sistema di regole e di comportamenti volti a un fine non egoistico che insegniamo a casa (è vero che lo stiamo facendo, no?) va applicato anche al di fuori delle mura domestiche. In questo già la scuola fa molto, per esempio sui temi ambientali o dell’educazione stradale, mostrando che esistono comunità ed entità più grandi della famiglia alle quali tutti apparteniamo, e che vanno rispettate per il bene di tutti. Detto così, pare facile: sono regole dal campo di applicazione diverso, ma sempre regole sono.

Foto Albert Ter Harmsel utilizzata con licenza Flickr Creative Commons
Foto Albert Ter Harmsel utilizzata con licenza Flickr Creative Commons

Più complicato è il problema dell’autorità. Perché le regole domestiche vengono da mamma e papà, che per quanto discutibili nelle loro decisioni sono senz’altro reali ed esistenti. Quindi è possibile, e nei fatti accade sempre, un ampio margine dialettico e di contrattazione sulle regole, sulla loro applicazione e sulla loro effettiva efficacia. Dialettica e contrattazione che, col crescere dell’età di figli e figlie, diventa sempre più uno scontro di poteri e di libertà, un attrito tra paternalismi e insofferenze, tra paure e desideri. Invece la critica all’autorità andrebbe insegnata bene, perché anche quella è una componente fondamentale dell’essere cittadini.
Nel caso della cittadinanza, però, il potere che determina le regole da rispettare è sempre astratto. Sì, capiterà di vederlo impersonato dal vigile urbano oppure dal politico in televisione, ma è il concetto di istituzione che va fatto digerire, anche senza usare ‘sto parolone che fino all’adolescenza può risultare parecchio indigesto anche solo alla pronuncia. In più, le eventuali personificazioni possono risultare un definitivo deterrente per chi si avvicina alle istituzioni per la prima volta – diciamocelo: per quante visite potranno fare i vigili urbani a scuola, l’opinione che rimarrà impressa alla prole sarà quella degli improperi di mamma e papà all’arrivo di un verbale di contravvenzione. Per questo li porto con me a incontri, manifestazioni, assemblee: esserci li rende coscienti e responsabili – almeno spero.

Che ce li si immagini cittadini della città, del paese, della comunità linguistica d’origine o del continente, il problema che mi pare molto complicato da affrontare con figli e figlie è il senso di un bene comune. Dal semaforo al monumento, dalla buca nel manto stradale all’edificio scolastico, dal codice fiscale alla tessera della federazione sportiva, i segni che raccontano dei beni comuni sono moltissimi; ma come far capire che anche il marciapiede scassato, il cartello divelto, il Colosseo, l’immondizia e il lungolago sono “roba tua”? Le storie che raccontano l’appartenenza e il legame con la collettività – ristretta al quartiere o allargata all’Europa – sono molto poche e ancora scarsamente efficaci, soprattutto in Italia. Mentre le imprese egoistiche dei “poteri forti” sono strombazzate ovunque.

Lavoriamo ancora molto poco affinché il bene privato e personale sia meno importante e prezioso di quello pubblico e condiviso. Lavoriamo ancora molto poco affinché la critica al potere istituito non sia egoistica affermazione delle proprie necessità ma voglia di creare una comunità migliore per sempre più persone. Io il termine “bene” lo voglio proprio intendere sia come oggetto materiale valutabile economicamente che come utopico principio guida per i comportamenti di tutti e tutte. Di qualunque cosa saranno cittadini i miei figli, il problema sarà renderli capaci di mettere insieme il proprio bene e quello dei tanti che hanno intorno; sarà dargli una cultura che non li renda, del paesello come del mondo, cittadini egoisti. Di questi tempi, è una sfida durissima.

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