Sense of humor

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Mi ricordo perfettamente la prima “battuta di spirito” del Piccolo Jedi.
L’età non saprei dirla con precisione, ma ho l’immagine di lui in maglietta e pannolino, quindi deduco che siamo intorno ai due anni.
Viene da me sul divano e mi riempie in modo plateale di bacetti e smancerie, stando ben attento a farsi vedere dal papà. Al che l’ingegnere gli chiede “E a me niente?”. Lui si gira con aria beffarda e, allargando le braccine con un gesto di finta desolazione e la faccina bastarda, gli risponde “Pù!”, che tradotto vorrebbe dire “più”, nel senso di “non ne ho più”.
Lo so, a raccontare le battute, non fanno più ridere, bisogna starci quando nascono. A noi fece molto ridere sul momento, ma soprattutto ci sorprese. Eh, sì! Ci sorprese che aveva proprio fatto la battuta, creandosi ad arte lo scenario comico giusto.

Sappiamo tutti che un bimbo ride fin dai primi mesi di vita. Nel primo anno inizia piano, piano ad apprezzare i gesti comici: facce buffe, uso di oggetti in modo non convenzionale (tipo: papà si mette uno scolapasta in testa e il bimbo ride a crepapelle, identificando che quello non è un cappello) e questo gusto si affina sempre più fino ai due anni. Poi, più tardi, verso i tre anni, sviluppa il gusto per il gioco di parole.
Anche qui, ho il ricordo del Piccolo Jedi che si scompiscia dalle risate per aver trovato all’improvviso l’associazione tra le parole “Bambi” e “bimba”! Ma valli a capire ‘sti bambini! 😀

Quello che mi aveva sorpreso nella battuta del “pù” era il rendermi conto che, in quel momento, lui era diventato protagonista della comicità con il suo spirito, aveva applicato la sua creatività, anche nel costruirsi ad arte l’occasione, per far ridere gli altri.
E’ un momento di passaggio della creatività quello in cui ci si diverte nel divertire gli altri. Da lì si evolve il senso dell’umorismo personale, secondo l’età sicuramente, ma anche e soprattutto secondo i propri talenti, secondo il temperamento e secondo le abitudini familiari.

E’ proprio intorno ai due anni che si sviluppa il senso dell’umorismo in senso più complesso, fatto di reazione divertita ai gesti comici, ma anche di voglia di rendersi protagonisti del proprio divertimento. Certo, che ne accadono di rivoluzioni, verso i due anni!
Fino alle soglie dell’età scolare, i bambini costruiscono il loro senso dell’umorismo e solo dopo potranno dare spazio anche all’ironia. Che è atteggiamento ben diverso e più “adulto”, spesso poco comprensibile ai bambini piccoli.

Per questo credo che l’umorismo, quasi come palestra per un atteggiamento positivo nella vita, vada esercitato e incoraggiato.
Se un bambino legge in modo buffo, magari facendo voci strane, fermiamoci un momento ad ascoltarlo e condividiamo la comicità con lui, facendo vedere che apprezziamo e che ci divertiamo sinceramente. Non siamo sempre noi a impegnarci per far ridere e divertire i bambini: lasciamoci divertire da loro!
Le loro battute sono strane e spesso noi grandi non riusciamo a trovarle tanto divertenti. Però per noi possono essere un esercizio di fantasia e di espressione del surreale che è in noi.
Cerchiamo di scherzare con i bambini in modo da bambini. Cosa che tra l’altro può fare molto bene per smorzare un po’ di cinismo quotidiano. E così avremo condiviso davvero un momento creativo: loro avranno usato la fantasia per farci ridere e noi avremo tolto un po’ di polvere dalla nostra, per entrare nel loro senso dell’umorismo bambino.

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3 COMMENTI

  1. Che allegria questo post! Mi ha messo voglia di giocare col colapasta, chissà che non lo faccio questa sera, a volte con il tran tran e la fretta sempre addosso ci si dimentica di scherzare… 🙂

  2. Questo post mi è piaciuto moltissimo! Mi ha messo allegria, mi ha fatto venire voglia di vedere il mio sorcio all’opera fra qualche mese, (siamo adesso ai 17, è prestinoma un po’già si intravede la verve comica) e mi è piaciuto l’approccio che suggerisci: siamo sempre tutti devastati dalla fretta e dalla stanchezza, si sa perchè lo viviamo e perchè ne parliamo spessissimo. Parlare di altri aspetti dell’essere genitori, cioè di quelli buffi, e ricordarsi di ridere ogni tanto per/con e come i nostri bimbi è un messaggio che condivido in pieno!

  3. TopaGigia (2 anni e mezzo, quindi siamo proprio lì) è in piena fase spettacolo, soprattutto serale. Alterna balli ad acrobazie e qualcosa che somiglia al monologo di un comico, ma con parole completamente senza senso (io le chiamo sillabe alla rinfusa). Il bello di questo spettacolo è la mimica, che associata al testo senza senso è divertentissima. Ho notato che ultimamente riesce a mantenersi seria per qualche minuto dopo che noi cominciamo a ridere, continuando col suo spettacolo. Proprio un’attrice insomma.
    Un altro suo passatempo divertente preferito è, in macchina, dirmi “tu ti chiami pippipappa” e io devo rispondere “tu ti chiami fiffafuffa” e andiamo avanti anche un quarto d’ora con altre sillabe alla rinfusa. Ride come una matta, e anch’io, perchè non c’è niente di più irresistibile della risata di un bambino.

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