Sei un bambino cattivo

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Esterno giorno, ore 16,30. Corro trafelata con un libro in mano verso la scuola, come sempre negli ultimi tempi mi accorgo strada facendo di essere in ritardo. La prima campanella è già suonata, i piccoli di prima, dall’aria perplessa, cercano con lo sguardo nonni e genitori, per mano alle maestre che li salutano con un cenno.
Arrivo davanti a scuola e mi fermo, le mie classi non sono ancora uscite, ho il tempo di tirare un respiro e guardarmi intorno, facce conosciute e gruppi chiacchierano tenendo d’occhio il portone.

Noto come ogni giorno la stessa mamma con i capelli neri, passo fermo e piglio fin troppo deciso. Gesticola seriosa lamentandosi del ritardo, indica l’uscita troppo stretta e la folla di persone disordinate che le coprono la visuale.
Mi distraggo a guardare le sue scarpe a punta, i tacchi troppo alti per i miei standard e la borsa con le borchie dorate e i motivi rosa a cerchi.

Foto di Valewanda (c)
D’un tratto arriva un papà che mi saluta con un sorriso, sulla spalla porta la borsa di calcio del figlio, la appoggia per terra ed è un pugno di colore azzurro tra le foglie che ormai ricercano l’autunno.
Una nonna lo chiama da lontano e lui le va incontro, si mettono a parlare davanti a me, che a quel punto ascolto, in perfetta traiettoria.
Iniziano a tratteggiare con semplicità l’uno il proprio figlio e l’altra il nipote, compagni di classe e amici per la pelle. Raccontano episodi confrontandosi a voce alta. Lei racconta, lui annuisce, lui racconta, lei annuisce. Citano altri compagni, maestre, perfettamente concordi su dinamiche accadute e superate.
La nonna ad un tratto chiede conferma, il padre la guarda e parla “Ma no, cosa dici? Lui non c’entra, guarda che stanno sempre insieme i nostri due, sono dei bravi bambini, ascolta me”.
Una mamma li raggiunge.
“State parlando dell’altra mattina in classe? E’ chiaro cosa è successo, ma i nostri non c’entrano niente, sono bravi loro”. E si spalleggiano compatti, come a dire che tutto il resto – fuori – non li riguarda.

M’irrigidisco, mi appoggio all’albero che ho di fianco e dondolo il piede destro. Mi fa male la scarpa e cammino zoppicando, guardo questo terzetto e intanto faccio uno smorfia di dolore.
Bravi bambini, hanno detto, e come sempre quelle parole stridono nella mia testa. La mia amica di sempre lo sa, stridono perché detesto classificare i bambini come bravi o cattivi.
Scritto così sembra persino scontato, eppure …
Eppure questi termini ricorrono spesso.
Bravi e cattivi.

Il mondo dell’infanzia classificato in scintillanti e lapidarie categorie.
Bravi e cattivi, e altrettanti comportamenti da incasellare in queste due tipologie.
È un esercizio facile, mi perdo nei miei pensieri e poi scendo sulla terra, proprio mentre i tre ridacchiano e parlano animatamente.
“Ma no, guarda che lui non è bravo, devi vedere a scuola cosa fa…”.
“Hai ragione, ho sentito che l’altro giorno ne ha combinate di tutti i colori”.
Ad ogni comportamento corrisponde una precisa categoria.
Proseguono ad elencare le malefatte del bambino di turno.
“Non ce la fa proprio a stare seduto, e poi risponde. Farebbero meglio a dargli più note, forse servirebbe a qualcosa”.
“L’altro giorno ha tirato un sasso in giardino contro quelli delle medie”.
Si fermano proprio quando suona l’altra campanella. Fanno segno ai bambini che escono e subito prendono i loro zaini pesanti, chiedono notizie sulla giornata trascorsa.

Li guardo addentare un pezzo di pizza ciascuno e penso a loro, quelli “bravi”, e al loro compagno con i capelli neri e lo sguardo serio, quello “cattivo”, che vedo uscire proprio in quel momento.
Lo conosco, ha gli occhi bassi quando gli fai un sorriso, per poi alzarli dopo poco chiedendosi perché tu non l’abbia ancora sgridato. E’ un bambino più basso della sua età, con i piedi lunghi e agili: corre veloce sul campo da calcio il sabato pomeriggio, lo guardavo la settimana scorsa mentre aspettavo i miei dopo gli allenamenti.
L’ho riconosciuto quando parlavano di lui davanti a scuola, sapevo che era in quella classe e non ho fatto fatica a ricordarmi un episodio. Un pomeriggio al parco l’avevo visto dare una sberla ad un coetaneo, le mamme dei due litiganti si erano messe a discutere, lui era rimasto lì impalato a guardarle, diceva qualcosa e avevo cercato di ascoltarlo, nonostante la voce delle due coprisse le sue parole.
Ero a due passi, vicino alla fontanella, e avevo assistito a tutta la scena.
“Lui ha detto alla maestra che ieri ho rubato la sua merenda. Ma ieri io non ho fatto niente perché non c’ero”.
Sua mamma era in evidente imbarazzo mentre l’altra apostrofava l’episodio con le peggiori parole. Nessuno lo ascoltava.
“Guarda che mio figlio di bugie non ne dice, è un bravo bambino. Mentre il tuo forse avrebbe bisogno di qualche castigo in più …”. Aveva detto proprio così, il suo era un bravo bambino. Mentre lo diceva la mamma dell’altro aveva preso suo figlio per un braccio, trascinandolo fuori dal parco a strattoni. Lui si faceva tirare alternando proteste a pianti e a parolacce, guardandosi indietro e facendo le boccacce ad alcuni compagni che ridevano indicandolo.

Ero rimasta lì, lo vedevo allontanarsi e pensavo.
Chissà come avrebbe fatto questo bambino a scrollarsi di dosso l’etichetta del cattivo, a farsi ascoltare, a far vedere con limpido orgoglio la parte vera di sé, senza averne timore.
Chissà come avrebbe fatto a far sentire la sua voce dietro ai giudizi veloci e scontati, ai mormorii di disapprovazione, alle grida, alla rabbia.
Chissà se col tempo sarebbe riuscito a non sentirsi perennemente sbagliato, spesso inadatto alle situazioni e alle persone.
Chissà se avrebbe cessato le ostilità come strada più facile per attirare l’attenzione e il bene di adulti e compagni.
Chissà se avrebbe imparato serenamente a essere felice.
E chissà se mai un giorno lo avrebbero aiutato a capire, senza frasi fatte e senza brutali giudizi, che lui non è un bambino cattivo ma solo e semplicemente un bambino.

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