Scelte economiche e famiglia

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Lorenza torna su genitoricrescono per trattare un vero e proprio argomento tabu per le coppie di genitori: scelte lavorative ed economiche e relazione con il compito di cura.

euroPrima le donne e i bambini, fino a un po’ di tempo fa questo era il mantra anche degli interventi, fatti o semplicemente solo promessi, delle politiche di conciliazione famiglia – lavoro. È stato così perché i carichi di cura sono più o meno ovunque responsabilità delle donne, e perché la questione della cura, alla fine, è cosa seria – è una cosa umanamente seria, ma anche economicamente seria – la cura costa, come ben sanno tutti i genitori che sganciano l’assegno mensile per il nido del pargolo.

Una delle cose che mi hanno sempre lasciata con un punto di domanda sopra la testa, è che forse la questione economica della cura è un po’ prevalsa – e infatti, è stata parcellizzata sulle fasce in cui la cura è statisticamente più costosa (in termini monetari): bambini piccoli, anziani non autosufficienti, come se tutto quello che ci sta in mezzo, si curasse da solo: figli preadolescenti e adolescenti, genitori quasi anziani che devono andare a fare le visite mediche, mariti e/o mogli e/o compagni e/o compagne.

Ok, mi direte voi, ma prima le donne e i bambini. E ok, dico io, avete ragione, le coppie sono formate (o almeno dovrebbero esserlo) da due persone adulte e vaccinate, ma probabilmente le scelte lavorative che ognuno compie finiscono per influire sulla vita di coppia, e sulla cura reciproca che i due adulti consenzienti dovrebbero darsi (ok, non vi sto a citare Battiato, ma possiamo essere d’accordo che ci si cura a vicenda, tra adulti consenzienti?)

Quindi, la cura è una dimensione complessa perché è economica e sociale (avete presente gli stereotipi sulla cura contro i quali ci accaniamo a ogni piè sospinto?) al tempo stesso. E il problema è che nessuno aiuta i poveri genitori a uscire da questo groviglio, e alla fine possiamo sapere tutto sul sesso di coppia dopo il parto, ma niente di come gestire la relazione economica dei due malcapitati con un neonato urlante nella cameretta: il primo argomento tabù sono i soldi, il secondo sono le scelte lavorative. E allora, partiamo dai soldi.

Il post di Serena ci propone un modello scientifico di rendicontazione familiare che in Italia, per una serie di motivi, fa un po’ fatica a prendere piede, a partire dall’assunto che “ognuno deve essere economicamente indipendente” – anche chi cura, deve essere economicamente indipendente, e anche chi è economicamente indipendente deve curare. Quindi la giovane mamma emancipata che è stata abituata a guadagnarsi da vivere da sola, nel momento in cui ha messo al mondo un figlio, è capace di mettersi al tavolino con il marito a conteggiare quanto costano pannolini e latte in polvere? Ah, che cosa terribile e generatrice di sensi di colpa materni. E al giovane padre, balenerà mai per l’anticamera del cervello che la madre del suo pargolo quest’anno non ha acquistato scarpe? Più probabilmente, quando lei piangerà disperata perché non ha niente da mettersi, lui catalogherà alla voce: depressione post-partum.

A questo dobbiamo aggiungere che le scelte lavorative spesso non vengono discusse apertamente: in proposito, purtroppo, ho trovato solo una ricerca australiana, ma quando si tratta di decidere cosa fare quando nasce un bambino, quante coppie discutono veramente i propri desideri, le proprie aspirazioni (“Caro, vorrei che tu mi mantenessi, grazie, quindi vedi di far carriera”, “Cara, vorrei che tu stessi a casa a stirare le camicie proprio come faceva la mia mamma”, “Caro, voglio andare a lavorare a tutti i costi full-time e non voglio sentire ragioni, quindi stabiliamo che tu devi prenderti cura di tuo figlio al 50%”, “Cara, io non ho nessuna intenzione di mantenerti come faceva tuo padre, quindi vedi di trovati un lavoro per favore”)? Pare di no, perché le madri devono prendersi cura dei figli piccoli altrimenti cresceranno dei disadattati cronici (non importa se poi dai 13 anni nessuno si prende più cura di loro e quindi da bambini senza traumi si trasformano in adolescenti assassini, perché l’importante era curarli fino ai 6 anni, giusto?) e i padri escono a fare la caccia grossa in ufficio e poi a sera tornano come se avessero davvero ucciso l’ultimo bisonte sulla faccia della terra. Molto più spesso, ognuno dei due si dice che, in fondo, le scelte lavorative dell’altro non sono affar suo – vero e sacrosanto ma poi, alla fine, i conti tornano?

– scritto da Lorenza di Milano e Lorenza

(foto credits @Tax Credits)

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2 COMMENTI

  1. Guarda Lo, hai ampliato splendidamente un pezzetto di riflessione che mi ero fatta io qui sopra sull’emancipazione (economica e lavorativa) della madre olandese, ti scoccia se cito il punto a cui mi hai fatto pensare?

    “10) I punti esposti sopra chiariscono anche che quando la famiglia tipo si siede a tavolino per decidere entrate, uscite e organizzazione della vita familiare con i figli, in genere la decisione “più logica” e inevitabile è quella che la madre riduca o smetta del tutto di lavorare per spupazzarsi i figli fino almeno tutte le elementari, ovvero 12 anni. Cosa che in parecchie fanno più che volentieri, e infatti sono le madri laureate che “scelgono” di stare a casa per i figli le grandi riserve lavorative di quando l’economia tira. Poi in quei momenti mancano i posti a nido e doposcuola, ma in qualche modo si risolve, ci sono sempre i nonni, le vicine e gli amici.”

    Ecco, tutto il mondo è paese quando si tratta di discutere di soldi e gestione della cura. (il resto stava qui: http://genitoricrescono.com/ma-che-cos-e-questa-emancipazione/)

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