Un bambino che affoga non sembra un bambino che affoga

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    annegamentoRiconoscere un bambino che sta affogando non è facile. E’ per questo che spesso i genitori che sono ad un passo dal bambino non fanno nulla per salvarlo: spesso non è un problema di disattenzione, ma più semplicemente non si rendono conto che la situazione sta precipitando. Il problema è che un bambino, ma anche un adulto, che sta affogando non fa tutta quella serie di spruzzi e urla che si vedono nei film. L’annegamento avviene per lo più in totale silenzio e nel caso di un bambino nell’arco di soli 20-30 secondi. E’ facile sottovalutare la situazione e pensare che la persona in acqua non sia in reale difficoltà, solo perché non sta urlando o segnalando di aver bisogno di aiuto. E’ quindi importante saper riconoscere i segnali dell’annegamento. Una qualsiasi persona che sta annegando ha infatti una risposta istintiva che il suo corpo mette in atto per cercare di salvarsi. Le caratteristiche della risposta istintiva all’annegamento sono state studiate e possono essere descritte facilmente in 5 punti:

    1. tranne in rari casi, la persona che sta affogando non è fisiologicamente in grado di chiamare aiuto. La funzione principale del sistema respiratorio è infatti quella di respirare, mentre l’emissione di suoni è una funzione secondaria. Se non si respira, non si è in grado di parlare.

    2. La bocca di una persona che sta annegando riaffiora e scompare ripetutamente sotto il livello dell’acqua, e la bocca non resta sopra alla superficie un tempo sufficientemente lungo per riuscire a inalare una quantità di aria sufficiente ad inspirare, espirare e chiedere aiuto. Invece riesce a inalare un minimo quantitativo di aria prima di scomparire nuovamente sotto il livello dell’acqua.

    3. Una persona che sta affogando non può agitare le braccia per chiamare aiuto. Istintivamente cercherà di allargare le braccia lateralmente per contrastare il movimento del corpo verso il basso. Premendo sulla superficie dell’acqua, riesce a portare la bocca al di sopra del livello dell’acqua per inalare.

    4. Durante il periodo di risposta istintiva, la persona che sta affogando non può controllare volontariamente il movimento delle braccia. Non può quindi collaborare con i soccorsi, o afferrare un salvagente.

    5. Dall’inizio alla fine della risposta istintiva all’annegamento il corpo rimane in posizione verticale nell’acqua. Se nessuno interviene, il tempo di resistenza è solo dai 20 ai 60 secondi prima di perdere coscienza.

    In caso di dubbio è sufficiente chiedere alla persona in acqua se va tutto bene. Se è in grado di rispondere allora non è in una situazione di pericolo immediato, se invece non risponde è meglio agire in fretta, potreste avere solo una ventina di secondi per salvargli la vita.

    Quindi ricapitolando, oltre a tenere sempre d’occhio un bambino in acqua, prestiamo attenzione ai seguenti segnali, non necessariamente tutti presenti contemporaneamente:

    • Testa bassa in acqua, la bocca a livello dell’acqua
    • Testa inclinata indietro con la bocca aperta
    • Occhi vitrei e vuoti, incapaci di concentrarsi
    • Gli occhi chiusi
    • Capelli sopra la fronte e gli occhi
    • Non usa le gambe – posizione del corpo verticale
    • Iperventilazione
    • Cerca di nuotare in una particolare direzione, ma non procede
    • Cerca di rotolare supino
    • Sembra voler salire una scala invisibile

    Vale la pena di ricordare che i braccioli o la ciambella non sono dei salvagenti e quindi non prevengono l’annegamento, oltre al fatto che il silenzio, nel caso di bambini, non è quasi mai un buon segno.

    (Riferimenti: http://www.uscg.mil/hq/cg5/cg534/On%20Scene/OSFall06.pdf)

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    7 COMMENTI

    1. Ieri sera mio figlio è caduto in un laghetto di pesca sportiva, rincorrendo un pallone. Era buio pesto, ho visto la sua testa emergere dall’acqua alla luce della luna e ho benedetto ogni minuto passato quest’inverno in piscina per il corso di nuoto. Bello e utile questo post, grazie!!

    2. Post utilissimo. Nei miei incubi peggiori mi rivedo ancora inghiottita, per ben tre volte, da un dannato mulinello vicino agli scogli. Eravamo tre bambine in tutto più la loro nonna, nessuna di noi sapeva nuotare bene. La corrente mi aveva portato più distante delle altre, un angelo biondo (stereotipo da fiaba, lo so, però quel ragazzo aveva i capelli e pure il cuore d’oro) ha salvato prima loro, poi ha riacciuffato per i capelli anche me. Il terrore mi impediva di emettere qualsiasi suono, ero paralizzata dalla paura e non riuscivo a respirare, altro che urlare “aiuto!” o spruzzare acqua.
      Di lui ricordo solo la schiena abbronzata e i capelli. Un po’ lunghi, biondi come già scritto, aveva al collo una robusta catenina di pietre dure, il must dell’estate negli anni ’80.
      Ero a Nettuno, mi ha detto solo: – Appicati alla catenina – . Non la dimenticherò mai quella frase pronunciata in dialetto, in quel momento è stato come ascoltare un coro di cherubini.
      Mi ha lasciato sulla sabbia accanto all’asciugamano di mia madre, che nel frattempo non si era accorta di nulla. Poi è scomparso, neppure grazie sono riuscita a dirgli.
      Ho imparato a nuotare – adesso lo so fare benissimo – soltanto a 21 anni, dopo che un amico cretinetti ha pensato bene di lanciarmi dal pattino in mare aperto per farmi uno scherzo.
      “Il nuoto è salute, il nuoto è sicurezza” è il motto della piscina che frequenta mio figlio. Ha un’acquaticità spettacolare, lui, e l’anno appena trascorso ha iniziato un corso di salvamento, anche se ha appena 9 anni. Io sono piuttosto tranquilla quando siamo al mare o in piscina. Gli occhi di dosso, però, non glieli stacco mai. Fidarsi è bene, ma affogare è un attimo anche per i migliori.

    3. Grazie per questo post, anche se mi avete messo i brividi!
      Ricordo che da piccola (10-12 anni) ho avuto un momento di panico, c’erano i cavalloni ma eravamo sull’Adriatico e ho sottovalutato il risucchio. Ricordo di aver pensato “oddio non riesco a tornare dove si tocca” e di essermi paralizzata, poi mi sono mossa e sono riuscita a tornare a riva, ma credo che non sarei riuscita a chiamare in aiuto le persone vicino a me.
      Per questo sto molto attenta ai bambini anche nell’acqua bassa, quest’estate ho visto per un momento mia figlia in difficoltà, mi ero girata a prendere il piccolo e lei si era allontanata a rincorrere il pallone ma non riusciva a prenderlo, io l’ho afferrata e mi sono resa conto che era spaventata perché si era stancata nella rincorsa.
      Purtroppo è vero, come diceva un mio amico veneziano: “xe un atimo”…

    4. Post utilissimo. Lo dico da ex assistente bagnanti (bagnino). Spesso i ragazzini facevano scherzetti idioti fingendo di annegare. Ad un occhio attento la differenza tra chi sta affogando veramente e chi no non sfugge.
      E, consiglio ovvio (odiatemi), mai fidarsi di braccioli o galleggianti… metterli ma stare comunque vicino ai bimbi.
      E (odiatemi 2.0) non fidatevi mai dei curriculum da nuotatore: è più facile che affoghi un nuotatore esperto che sottostima stanchezza e pericolo di uno che teme l’acqua.

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