Ragazzi e internet: stabilire dei limiti

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Ai genitori viene detto di porre limiti di tempo sull’uso di device e giochi elettronici, ma in ogni famiglia i conflitti sull’argomento sono all’ordine del giorno. Come fare ad imporre limiti quando agli amici è concesso di più? E cosa fare quando i limiti non vengono rispettati? Come faccio ad imporre limiti a loro quando io stessa passo ore al computer o sul tablet?

Foto ©Summer Skyes 11 usata con licenza Creative Commons
Foto ©Summer Skyes 11 usata con licenza Creative Commons
Vorrei insistere su un punto: non c’è ragione di trattare in famiglia le cose del digitale con una sorta di “legislazione speciale”. Vale per i giochi elettronici quello che vale per il pallone, per la televisione, per i giochi in oratorio e quelli sotto casa. Ogni genitore ha il diritto di definire ed eventualmente contrattare coi figli le regole e i limiti che gli sembrano più utili e ragionevoli: e come per il pallone, la televisione e gli orari di rientro a casa, i figli confronteranno quei limiti con quelli dei loro amici ed eventualmente useranno il confronto come argomento di trattativa. Niente di strano. Solo, appunto, se facciamo degli strumenti digitali una sorta di universo isolato per il quale vale uno statuto a parte, li rivestiamo di significati ancora più ansiogeni. È comprensibile che per il loro carattere di novità siamo talvolta portati a dar loro la colpa di tanti problemi, ma spesso quel problema non è altro che il solito, vecchio, noto problema: genitori e figli si confrontano e si scontrano su limiti e confini. È indubbiamente un po’ fastidioso, ma è molto sano e utile.

Intanto i genitori qualche volta possono appellarsi a norme che qualcun altro ha stabilito, e alle quali anch’essi devono sottostare: ad esempio, per aprire un account Facebook ci vogliono tredici anni di età, lo stabilisce la policy del social network. Ne hai dodici? Non posso darti il permesso. Il tuo amico ce l’ha? Spiacente, non posso violare una regola solo perché qualcun altro lo fa. Ne hai tredici? accomodati, ma occhio a non accettare contatti da persone che non conosci nel mondo fisico e di cui non puoi accertare l’identità.

La falsa sicurezza della strategia del controllo

Certo, è utile che quando si stabiliscono delle regole si sappia di cosa si parla. Ho assistito a cose buffe come un rimprovero a un figlio per aver pubblicato contenuti di cui in realtà non sapeva nulla: sulla sua homepage scorrevano immagini e testi, e la madre pensava fossero tutti pubblicati dal ragazzo. Questo non aiuta e ci mette fuori gioco perché fa fare la figura dei matusa incompetenti!
C’è un autore che ha scritto cose importanti per la cultura della rete e ha scritto anche un piccolo e-book molto utile per chi ha a che fare con bambini e adolescenti: si chiama Giovanni Boccia Artieri e il librino digitale è “Facebook per genitori”. Ecco, ai genitori l’autore dà un consiglio molto utile: apritevi un profilo Facebook. Provate a vedere in cosa consiste questo universo che sembra inghiottire periodicamente i vostri figli. Provate a non temerlo e a capire cos’abbia di così ammaliante. Aggiungo: passate un po’ di tempo accanto ai vostri ragazzi e ai loro videogiochi, giocateci un po’ anche voi insieme a loro, qualche volta. Fatevi insegnare come si fa. È un modo di rendere questi luoghi virtuali dei punti di incontro anziché spazi di solitudine e ritiro. E così, anche quando si pongono dei limiti, si è più autorevoli: si dice “adesso basta” perché si sa di cosa si parla, non perché si è spaventati.

Limiti di tempo

Però è utile sapere una cosa: porre dei limiti quantitativi non risolve, di per sé, la sfida di aiutare i nostri figli ad avere un’esperienza utile e sana della tecnologia. Un consiglio che circola spesso, a proposito dell’utilizzo di Internet, è quello di mettere il computer dei figli al centro della casa e fuori dalla loro camera, in modo da poterli controllare anche nelle loro navigazioni: ecco, francamente non mi convince. Non solo perché le soluzioni basate sul controllo e basta mi sembrano difettose per tante ragioni, ma anche perché in questo caso sono illusorie. Con i dispositivi sempre più piccoli e tascabili, che funzionano in casa e fuori, non è come quando un computer occupava un’intera scrivania, e connettersi era un’attività da fare in uno spazio circoscritto della casa, da una certa ora a una certa altra ora del pomeriggio. Hai voglia a controllare!
D’altra parte si può essere connessi tanto tempo e fare esperienze utili, o si può stare connessi brevemente e perdere tempo nel modo più inglorioso. E poi, con quel piccolo dispositivo si telefona all’amico, ci si tiene in contatto con la classe, si gioca, si cercano le informazioni futili e quelle per lo studio, e magari si condividono: stare connessi non è più un’attività che si fa o non si fa, e a cui è facile mettere limiti; è piuttosto una condizione nella quale si fanno tante cose (persino i compiti!), spesso contemporaneamente, ed è difficile segnare con un tratto di matita il confine fra un’attività e l’altra. È praticamente impossibile, e dunque anche insensato, pensare che le regole debbano riguardare soltanto tempi e orari: almeno altrettanto importanti sono modi e contenuti. E qui, ancora, parliamo di un universo che non è per niente separato dall’altro, anzi ne è la prosecuzione. I contenuti che i ragazzi condividono sono quelli della loro vita, e l’equilibrio della vita online comincia offline. Se hanno interessi e passioni, tenderanno a cercare esperienze online interessanti; se hanno una vita di relazione soddisfacente, tenderanno ad essere più esigenti ed attenti nelle relazioni virtuali.
Vorrei aggiungere anche questo: i cosiddetti “nativi digitali”, lo dicevamo l’altra volta, hanno con la macchina un rapporto di grande confidenza. Avete presente quando imparavamo a guidare l’auto? A mano a mano che facevamo pratica e la macchina ci diventava amica, sempre meno pensavamo al volante, alle leve e a tutto il resto, e sempre di più pensavamo alla strada, o al luogo dove eravamo diretti. Allo stesso modo, più hai confidenza con il mezzo digitale, più quello “scompare”. E la relazione è con le persone che stanno al di là della macchina, non più con la tastiera e il monitor. Quello che cerchiamo in queste macchine, quando le conosciamo, è quello di cui tutti abbiamo bisogno e che cerchiamo anche nel mondo offline: relazione, vicinanza, confronto, presenza.
Probabilmente, poi, molti genitori queste cose le sanno; il profilo Facebook ce l’hanno e i videogiochi li conoscono: e, come suggerisci tu, i figli li guardano, e il modo in cui essi interagiscono con la tecnologia diventa un modello con cui si confrontano. Allora va bene trovare modi utili di disciplinare la navigazione dei figli, ma come spesso accade, se non ci si mette un po’ in gioco, non cambia molto. I genitori fanno delle cose anche quando non sanno di farle: con i loro stessi comportamenti propongono dei modi di essere e — vuoi o non vuoi — i figli li guardano. L’importante è saperlo.

– Massimo Giuliani, psicoterapeuta, Centro Milanese di Terapia della Famiglia. www.massimogiuliani.it

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6 COMMENTI

  1. Io però ho notato questo (ma l’ho notato sul mio piccolissimo universo, quindi forse non è rilevante). I genitori che usano FB non necessariamente capiscono quello che fanno e la portata dello sharing dei propri fatti privati. Certo, il pubblico di genitori crescono è, credo, a occhio, digitalizzato ed evoluto, ma là fuori non è sempre così. I genitori stessi assumono comportamenti discutibili (come quando si creano problemi sul lavoro a causa di quello che scrivono sui social), e però si sentono al sicuro, proprio perché, come dici tu, non sono dei “matusa incompetenti”, e trasmettono i loro comportamenti ai ragazzi che magari li replicano su altri social dove i genitori non sono.

  2. Mi trovo molto in sintonia con l’idea di coerenza. Con i nostri bimbi (di 11 e 9 anni) i tempi limitati funzionano (ancora?) bene, ma la cosa si applica a molto altro, inclusa la televisione, o lo scatenarsi fuori con i bambini del vicolo dietro ad un pallone 🙂 quindi non mi pare lo sentano come un divieto “speciale”.

  3. Il discorso di 13 anni e regole Facebook glielo avevo fatto, poi a 12, a casa di un amico, si è aperto il profilo e me lo ha detto un po’ di straforo appena rientrato. Gli ho detto che non erano i patti, che non mi piaceva che l’account mail glielo avesse aperto anche l’ amico e che conoscesse la sua password e abbiamo passato subito al suo account “di famiglia”, cambiata la password e insieme abbiamo messo i setting della privacy in maniera più restrittiva. poi non avendo une evince suo ovvio che fa le sue cose dal mio computer e siccome usa Chrome mentre io sto ancora su Safari, in realtà potrei controllare in qualsiasi momento il suo profilo, ma in genere non lo leggo e neanche lo tango (se mi dà il permesso di condividere cose che lo riguardano sul mio profilo, le guardiamo da lì).
    Solo che hai voglia ad aiutarlo e non controllare, nel frattempo lui e i suoi amici usano Instagram molto più spesso di Facebook e gli ho chiesto di aiutarmi ad aprirmi un account pure io e spiegarmi come usalo, che è una vita che lo voglio fare, ma sono vecchia e non riesco a imparare troppe cose nuove troppo in fretta. I pipponi sulle cautele su internet glieli faccio da quando ha 10 anni, spero se lo ricordi al momento del bisogno (ha detto che foto sue compromettenti nudo non ne mander`in giro)

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