Ragazzi in internet: dal controllo all’opportunità

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Noi viviamo internet nello stesso modo in cui lo vivono i nostri figli? Capiamo davvero cosa controllare, cosa vietare, cosa spiegare e come aiutarli a potenziare competenze?
Internet non è uguale a niente di quello che c’era prima, ma, nello stesso tempo, non è niente di diverso dalla vita.

Foto di Nicola per il progetto www.latuafamigliainrete.it utilizzata con licenza CC
Foto di Nicola per il progetto www.latuafamigliainrete.it utilizzata con licenza CC
Ho letto con molto interesse questo articolo per Wired di Diletta Pietrangeli, che illustra una ricerca del Pew Research Center intitolata “Genitori, teenager e controllo digitale”, da cui emerge che la maggior parte dei genitori mette in atto forme di controllo di vario genere sulla vita in rete dei figli nella fascia di età 13/17 anni.
Le forme di controllo sono diverse, ma l’84% dei genitori intervistati ne ha messa in pratica almeno una: controllo periodico della cronologia dei siti visitati, controllo dei profili social o dei messaggi sul cellulare, programmi di parental control (molti su computer, pochi su cellulare) e così via.

Quando queste forme di controllo hanno messo in evidenza comportamenti contrari alle regole stabilite o ritenuti non consoni, questi genitori hanno reagito per il 65% con la punizione di togliere i device ai figli. Questo tipo di punizione non è legata strettamente all’utilizzo del device o alla presenza dei figli in rete, ma viene utilizzata per sanzionare comportamenti di ogni tipo: uno tipico sono gli scarsi risultati scolastici.
A prescindere dalla funzione sanzionatoria, il 55% dei genitori pone limiti di tempo all’accesso dei figli al web, anche come metodo “preventivo” di comportamenti dannosi.
Togliere o limitare telefonino, tablet, consolle di gioco o computer è oggi la punizione “preferita” dai genitori.

Quindi, l’atteggiamento più diffuso tra i genitori di figli adolescenti è un’alternanza di controllo e privazione/concessione dell’accesso dei figli alla rete. Tutto giusto, ma poniamoci una domanda: funziona?
Come ben titola l’articolo di Wired “Internet non è la TV” e sul punto, la nota testata, interroga il Prof. Giovanni Boccia Artieri, docente di Sociologia dei media digitali e Internet Studies all’Università di Urbino:
La sottrazione di un telefono, o di internet, viene vissuta come una vera e propria amputazione, perché rappresenta l’esclusione dallo stare con gli altri. Sequestrare computer o cellulare significa negare l’accesso alla chat e quindi, alla conversazione. Non significa negare un intrattenimento, ma annullare uno spazio sociale, come una partita a calcio, un incontro ai giardini, al bar, per strada. Con un’aggravante: la frustrazione che si genera per la mancata partecipazione, che va poi spiegata ai propri pari. Diciamo che trovare una scusa per non essere stati a una festa è più semplice del giustificare l’assenza a una conversazione, che peraltro resta lì, e sarà letta da chi non c’era”.

E’ evidente che il genitore vuole infliggere una privazione al figlio, come è sempre stato, per insegnare qualcosa, per far comprendere che un comportamento sbagliato provoca conseguenze. Ma l’interrogativo nuovo è: il genitore SA che tipo di privazione sta infliggendo? Non intendo sostenere che questa privazione abbia un’inaudita gravità o sia dannosa, però spesso è vista come la privazione di un intrattenimento (simile alla TV, o a un videogioco, appunto), mentre i nostri figli non la vivono così.
Io stessa, che ho una presenza social più intensa di molti miei coetanei, vivo una sopravvenuta impossibilità di accedere alla rete come una mancanza di contatto umano e sociale, prima ancora che come un danno lavorativo o pratico.

Quello che spesso le persone della nostra generazione non riescono a percepire con chiarezza è come internet non sia “una cosa” unica e indistinta, non è un’attività o un luogo uniforme, ma un mezzo. Per ogni spazio al suo interno, si svolgono attività diverse, che vanno ben oltre l’intrattenimento anche quando non riguardano il lavoro. I ragazzi, invece, hanno ben chiaro che una connessione a internet affianca quasi ogni loro attività e per ognuna di esse ha una diversa funzione.
Magari per loro, a seguito di brutti voti a scuola, ha senso vedersi vietare lunghe sessioni di gioco in rete, ma non la conversazione con i compagni di classe, che anzi, può essere consolatoria e di incentivo per recuperare in fretta le ore di studio perdute o addirittura necessaria per chiedere aiuti o suggerimenti.
Il nostro compito è imparare a distinguere, a non fare di tutto l’internet un unico blob e ad accompagnarli a scoprire la creatività del web. Perché il cambiamento di prospettiva sta proprio in questo: parlare con i nostri figli di quello che fanno in internet, interessarci, informarci, proporre, imparare insieme, alla scoperta delle opportunità del web.

Ragionare in termini di opportunità, piuttosto che di divieto, è quello che davvero può fare la differenza per combattere comportamenti dannosi in rete. Vietare delle attività pericolose, deve essere accompagnato dal proporre quelle costruttive, come in ogni altro settore della vita: non ci sembra naturale vietare di frequentare “brutte compagnie” e nel contempo incoraggiare a frequentare coetanei con interessi positivi?
E allora ragioniamo su quale può essere un atteggiamento di accompagnamento sul web, prima che di divieto:

  • Condividiamo e spieghiamo perché vietiamo alcuni siti o alcune attività sul web
  • Pensiamo le regole da seguire in rete come comportamenti di protezione dei nostri figli, più che come divieti
  • Proponiamo e mostriamo cosa si può condividere e cosa si può creare sul web: buone attività da svolgere attraverso il web, come alternativa a quelle che ci sembrano dannose
  • Parliamo con i ragazzi, chiediamo di raccontarci e anche spiegarci come usano il web
  • Impariamo noi per primi a riconoscere quali possano essere i comportamenti davvero dannosi e pericolosi (come per esempio la cessione di dati personali o la violazione di norme di legge), piuttosto che farci coinvolgere dalle paure basate sull’emotività collettiva

In questo modo il controllo delle loro attività in rete, diventa un’azione spontanea e naturale da parte nostra, come in qualsiasi attività della loro vita, senza distinzioni tra “reale” e “virtuale”, categorie che per i nostri figli hanno ben poco senso. Ma è anche un’azione più efficace, perché consapevole e frutto di partecipazione.

Un controllo efficace per proteggere i bambini e ragazzi in modo costruttivo, si deve basare su un sistema dinamico e adattabile. I sistemi di parental control, infatti, non devono costituire blocchi rigidi all’uso dei dispositivi e alla navigazione, piuttosto devono adattarsi all’età e alle attività dei nostri figli. Uno strumento utile è Kaspersky Safe Kids, un prodotto che nasce dall’esperienza di Kaspersky Lab e che ci consente di essere al loro fianco anche in internet.
Kaspersky Safe Kids si adatta a ogni tipo di device e a ogni sistema operativo, rendendo il dispositivo sicuro per i nostri figli. A noi genitori offre flessibilità assoluta: possiamo decidere la forma e l’estensione del controllo, dal monitoraggio degli accessi e della cronologia di ricerca, al blocco di alcuni siti o app, ai contatti sui social, alla limitazione dei tempi d’uso, e ci consente di accedere online a ogni informazione e comando. Permette, con diversi account, di adattarsi a più figli di diverse età e non è mai nascosto: i ragazzi sanno che la protezione è attiva e si sentono al sicuro.
L’opzione “dov’è il mio bambino” permette anche di rintracciare la posizione di un dispositivo: in questo modo si può associare a un telefonino per monitorare gli spostamenti autonomi dei figli e consente di intervenire rapidamente anche in situazioni di pericolo.
La versione base è gratuita e la versione completa costa solo € 14,99 l’anno.
Safe Kids è un valido alleato, che, fortunatamente, non sostituisce mai dialogo e consapevolezza.

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