Raccontare storie diverse

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Nella ricerca spasmodica di essere corretti politicamente, abbiamo spesso comportamenti che ci portano ad ottenere esattamente l’effetto opposto. Forse dovremmo semplicemente impegnarci a raccontare storie diverse

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Se amate il cinema, o anche se seguite l’attualità, non vi sarà forse sfuggita una recente polemica su Hollywood e la mancanza di diversità fra le nominations agli Oscar quest’anno (potete provare a cercare le pagine twitter o facebook con hashtag #OscarSoWhite). In breve, gli Academy Awards si confermano come un posto a predominanza bianca (e maschile, aggiungerei), e attori e attrici importanti hanno deciso quest’anno di sottolineare esplicitamente la loro protesta contro questa situazione,  boicottando la cerimonia finale. In tutta questa polemica, il nuovissimo Guerre Stellari ha invece riscosso molto plauso, proprio per la diversità: la protagonista è una donna, e fra i ruoli importanti compare non soltanto l’etnia africana, ma addirittura quella latina! Se ci pensate, oltre la classica dicotomia bianco/nero ci sono etnie che sono ancora meno rappresentate, o se lo sono sono molto stereotipate: l’America Latina, appunto, o l’Asia, che sia orientale o occidentale, sembrano fornire al cinema mondiale solo un sottoinsieme di caratterizzazioni, mai un ruolo pieno e a tutto tondo. Certo uno potrebbe dire che Star Wars è una macchina talmente potente che può permettersi tutto, avrebbe avuto successo comunque. Ma diventa quindi importantissimo che decida di muoversi in questa direzione piuttosto che un’altra.

Commentatori anche di tutto rispetto hanno contribuito alla polemica con ovvietà del tipo “se non ci sono attori bravi che non siano bianchi perché dovremmo premiarli, non sarebbe razzismo anche questo?”, e benché si sia detto più volte, anche qui su genitori crescono, che il razzismo inverso non esiste per definizione di razzismo, questi commenti mancano di cogliere il senso ultimo della protesta, e cioè non che debba essere presente per forza una componente di ogni etnia in questa edizione degli Oscar, ma che se non vengono date opportunità a tutti, se non vengono proprio scritti tutti i ruoli per tutti, non ci sarà mai la condizione necessaria per avere una serata degli Oscar più rappresentativa.

Come dice in uno splendido intervento al TED la grande scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, il problema principale è che non si raccontano abbastanza storie diverse. Quando cominciò a scrivere, e prima ancora quando si appassionò alla lettura, la maggior parte della letteratura americana o britannica di cui la casa della sua famiglia, benestante nigeriana, era piena, parlava solo di alcune storie, storie in cui le ragazze avevano i capelli in code di cavallo morbide e lucenti, e se c’erano personaggi africani (e poi che vuol dire africano? l’Africa è un continente, non una nazione!) erano sempre caratterizzati in un numero di ruoli fisso e stereotipato. Per lei fu una grandissima epifania venire a contatto con scrittori nigeriani, come Chinua Achebe, in seguito, e rendersi conto che anche le ragazze come lei, con la pelle scura e i capelli che non stanno a posto in una coda, potevano esistere come protagonisti a tutto tondo di un romanzo.

La letteratura, o il cinema, sono fondamentali per la costruzione di miti e modelli nell’immaginario soprattutto dei giovani o dei bambini. Non serve pensarci più di tanto per capire quanto sia importante che questo immaginario sia il più variegato possibile, quanto sia importante che certe componenti della società non siano stereotipate, importante per la società tutta.

Il grande equivoco del politically correct

Questo mi porta al discorso sulla correttezza politica. In una pagina Facebook che denuncia episodi di razzismo in Italia, fu postata qualche giorno fa una vignetta che apparentemente ha trovato posto, come esempio di componimento umoristico, in un libro di testo per la prima media. Nella immagine, un bimbo “cannibale”, dipinto come il classico bambino nero con un osso fra i capelli e un perizoma, si rivolgeva ad un dottore, dipinto come un uomo anziano, in camice e, ops, bianco. La maggior parte dei commentatori erano abbastanza rattristati dalla cosa, anche se alcuni sostenevano che, essendo “solo una barzelletta”, e visto che “loro erano cresciuti in mezzo a queste barzellette e questo non li aveva resi razzisti”, tutta questa “pesantezza” era fuori luogo, e “l’ironia non ha mai fatto male a nessuno”.

Ora, posto che ad un certo punto qualcuno dovrebbe fare un trattato definitivo a difesa dell’ironia, bistrattata e abusata, e impersonata indecorosamente da tutta una serie di impostori, commentucoli sciocchi e sedicenti spiritosaggini, mi pareva davvero curioso che non si capisse, in un luogo in cui si parlava di antirazzismo, come questo linguaggio fosse pericoloso, e dannoso per tutti. E come ancora una volta il concetto così importante di “correttezza politica” venisse scarnificato fino a farlo diventare vuoto, inutile, e, si, “pesante”.

Un altro esempio recente di attualità su questa questione è stata la decisione di coprire le statue nude in preparazione per la visita in Campidoglio del presidente iraniano. Senza voler entrare nel merito della decisione politica, che non mi pare la sede giusta, consideriamo semplicemente il gesto: è stata correttezza politica questa? Secondo il mio personalissimo parere no, e anzi è stata ancora una volta una dimostrazione che non è facile pensare in termini di correttezza.

Se dovessi dare una definizione di politically correct, io direi che siamo corretti politicamente se estendiamo agli altri la nostra quotidianità. Nel momento in cui una decisione, un gesto, una parola, trasferisce un “peso” verso l’altra persona, o perché la mette sotto i riflettori senza richiesta o preavviso, o perché manca di considerare il bagaglio che questa persona porta costantemente addosso, non possiamo ritenerci politically correct. Per la visita a Roma del presidente iraniano, sarebbe stato politically correct impostare una situazione in cui la visita fosse avvenuta in naturalezza: sottolineare il gesto in modo così eclatante, oltre che segno di pessima etichetta, ha creato un riflettore artificiale puntato sull’altro, l’esatto opposto, secondo me, di correttezza politica.

La barzelletta sui cannibali non può mai esser resa politicamente corretta, neanche dalla presenza di una analoga barzelletta sui bianchi, semplicemente perché la barzelletta sui bianchi cade in un contesto in cui un’immagine stereotipata del bianco non esiste, i bianchi sono protagonisti di storie a tutto tondo, i ruoli che impersonano sono innumerevoli.

E’ ancora una volta un problema di storie, che dovremmo cercare di raccontare più diverse possibili, per arricchire l’immaginario, anche quando questo immaginario non corrisponde alla realtà che meglio conosciamo. Perché se non esistono queste storie, se non esistono storie in cui il protagonista è un bimbo immigrato che va naturalmente a scuola, una bimba che vuol diventare scienziata, un padre che vuole occuparsi della casa, una persona con disabilità che vuole fondare un’impresa, insomma se non esistono storie che parlano di quotidianità con protagonisti diversi, se i protagonisti diversi esistono solo come eccezioni, ecco che stiamo addossando un peso indebito sulle spalle di questi protagonisti. Quei bimbi immigrati, quelle bimbe scienziate, quei padri casalinghi, quegli imprenditori con disabilità, tutti questi devono essere quattro volte “più” degli altri, immigrati più bravi/onesti/affabili/socievoli/fluenti nel linguaggio dei locali, donne più determinate/brave/indipendenti/assertive degli uomini, padri più accudenti/premurosi/ordinati/organizzati delle madri, persone con disabilità con più acume di impresa di quelle senza. E quindi quelli che non si sentono “quattro volte più” pensano che questo tipo di vita non sia destinato a loro, e corriamo il rischio non ci provino neppure.

Certo non accade tutto immediatamente, ma l’urgenza di cominciare a raccontarle, le storie diverse, è quanto mai pressante, ecco perché OscarSoWhite è importantissimo in questo momento storico.  Per tornare al discorso sulla Barbie che si faceva qualche giorno fa, le Barbie di diverse taglie e etnie non faranno probabilmente la differenza per i bambini che ci giocano oggi, per loro saranno ancora necessariamente la Barbie alta/bassa/nera/asiatica eccetera, perché sono abituati a pensare ad una sola Barbie, ad un’unica storia. Ma fra qualche anno, quando tutte queste Barbie saranno… semplicemente Barbie, quando i bambini non ricorderanno l’epoca in cui c’era l’immagine canonica di Barbie, e poi tutte le altre, che dovevano avere una specifica vicino di alta/bassa/nera eccetera, ma ne prenderanno una che a loro piace e potranno inventarsi una storia con quest’una, e saranno tutte Barbie, e tutte le storie saranno equivalenti, allora potremo verificare con mano quanto rivoluzionario sia stato introdurre questo nuovo modello.

Le storie “diverse” saranno storie diverse fino a quando, a furia di raccontarle, non diventeranno ordinarie.

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