Quello che ho imparato dai figli sulla felicità

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Satisfaction, came in a chain reaction diceva una vecchia canzone.

Anche io, credo come molti e molte, mi sono chiesto più volte durante la mia vita, in momenti diversi, se fossi felice, o come essere felice. Ed è una domanda sbagliata, anzi, come diceva un comico, è una domanda “mal posta”. Se c’è una cosa sicura è che la felicità non è un valore assoluto. Non è misurabile né comparabile tra le persone, perché troppo dipendente da questioni soggettive. Quindi ci si deve interrogare, per ottenere un risultato meno frustrante, in un altro modo.

Posso essere più felice di così? E la risposta è quasi sempre “sì”. Perché oltre alla nostra felicità, che può essere zero o tantissima, c’è quella degli altri. E un’altra cosa sicura della felicità è che se la si condivide si moltiplica istantaneamente in quantità enormi.

Quindi forse è più sensato chiedersi: come faccio a essere felice con qualcuno e per qualcuno? Ecco, questa è una domanda sicuramente più complicata, ma più reale. Reale nel senso che anche se la risposta è difficile, è possibile. Per esempio quando sei padre.

I miei figli mi hanno insegnato che la felicità con e per sta nella libertà reciproca delle relazioni. Fare sì che le relazioni possano liberare, e non costringere, le persone; dare possibilità, e non chiuderle o tenerle solo per sé.

E’ qualcosa che avrei dovuto imparare molto prima, e forse ne ho avuto spesso l’occasione ma non l’ho capito bene come ora. Ora sono felice non solo quando creo occasioni e possibilità per loro, per i loro liberi pensieri e per le loro libere attività, ma anche con amici, conoscenti, persone incontrate a lavoro.

Non so se è una regola condivisibile, né quanto lo sia. Però è una risposta la cui efficacia è misurabile direttamente negli altri e nelle altre, e che non dipende esclusivamente da me, dai miei umori del momento o dai casi che mi capitano. La condivisione della felicità la mette al riparo da queste due spiacevoli evenienze, e mi sembra già moltissimo.

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