Quando un figlio non vuole mai spegnere i videogiochi

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Sono certa che la situazione è nota a molti dei genitori alle prese con preadolescenti e adolescenti che amano giocare ai videogiochi. Sembra impossibile riuscire a farli smettere senza iniziare una interminabile lotta a colpi di minacce, ultimatum e odio urlato reciprocamente. Ovviamente la situazione non è uguale per tutti. Uno dei miei figli quando gioca si dimentica di mangiare, di bere, e pure di andare al bagno. L’altro invece non ha nessun problema a interrompere o a scegliere altro. Le domande per sono sempre le stesse. Giocano troppo? Come si definisce quel troppo? Un’ora al giorno, due, tre? Ogni genitore si regola un po’ a modo suo, e ogni esperto snocciola ricette diverse. Non so voi ma io oscillo sempre tra la sensazione di dover fare qualcosa e l’incertezza su cosa fare. E ogni articolo allarmistico che parla di dipendenza mi genera un senso di inquietudine estrema.

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La dipendenza da videogiochi

La questione di dipendenza dai videogiochi è come un unicorno di cui parlano tutti gli articoli allarmistici. Però è anche pieno di psicologi e psichiatri che dicono che in realtà non è una vera e propria dipendenza, almeno non lo è per la maggior parte delle persone e dei ragazzini, anche se può diventarlo in alcuni casi. In pratica, come ci spiegava anche il nostro psicologo di riferimento Massimo Giuliani in alcuni post qui sul sito, la dipendenza da videogiochi non è molto diversa dalla dipendenza da cibo, o dal sesso. E’ vero che riceviamo gratificazioni mangiando o facendo sesso, e quindi vogliamo continuare a farlo, però sappiamo bene che nonostante i meccanismi di reward siano gli stessi per tutti, non è che tutti fagocitiamo chili e chili di cibo senza sosta, e non facciamo sesso 24/7. Insomma questa faccenda della dipendenza va tenuta d’occhio, ma non è il caso di entrare nel panico, soprattutto se il pargolo nella vita fa anche altro.

Interesse o intrattenimento?

Un giorno parlavo con il papà di un amico di mio figlio, che giustificava il fatto che il figlio trascorresse tutti i pomeriggi davanti alla consolle dicendo che, sai, ha un grandissimo interesse per queste cose. Allora mi sono incuriosita e gli ho chiesto cosa intendesse per interesse. Passa ore a confrontare tipologie di videogiochi? studia strategie e modalità di giochi diversi? E’ interessato a capirne il funzionamento o la programmazione? No, niente di tutto ciò, era semplicemente interessato a giocare, e per di più giocava ad un solo gioco. Ecco, giocare ad un videogioco, anche se lo si fa molte ore al giorno, nella maggior parte dei casi non è un interesse, è un intrattenimento. E’ come dire che una persona ha un forte interesse per una serie TV! In realtà si tratta di puro e semplice intrattenimento. A proposito, avete notato come sia difficile smettere di guardare una serie TV quando il prossimo episodio è a portata di click (anzi non c’è nemmeno bisogno di cliccare per farlo iniziare)? Eppure nessuno parla di dipendenza, al limite si parla di binge watching, o se si tratta di leggere libri si parla di lettore vorace, e nessuno si sognerebbe mai di parlare di dipendenza da libri. Forse considerarlo intrattenimento e non un interesse potrebbe aiutarci a sentirci meno cattivi quando gli impediamo di giocarci.

Ma cosa rende i videogiochi così difficili da interrompere?

I videogiochi sono sempre più una flow activity, ossia un’attività in cui non c’è una fine, un po’ come la news feed di Facebook o di Instagram per capirsi, continui a scrollare e arrivano sempre cose nuove. Anche in molti videogiochi succede la stessa cosa, si continua a giocare all’infinito. Non c’è nulla di male in una flow activity, fintanto che non condiziona la nostra vita in modo negativo. Certamente questa caratteristica rende estremamente difficile trovare un momento in cui smettere, e riuscire a farlo richiede molta maturità e forza di volontà, qualità abbastanza rare negli adulti, figuriamoci nei ragazzini!

C’è una differenza sostanziale tra i giochi tradizionali e i videogiochi: i videogiochi sono costruiti per evitare che il giocatore esca dal gioco. Io non sono un’esperta, però vi dico che un giorno nel tentativo di farli smettere di giocare ho preso in mano io il comando, e ci sono voluti una decina di click per poter uscire dalla PlayStation. Domande trabocchetto tipo “Sei sicuro di voler uscire dal gioco?” YES. “Vuoi continuare a giocare?” NO. “Vuoi davvero tornare alla home?” YES.  Nooo, non alla home del gioco! Voglio tornare alla home della PS e chiudere tutto!!!! Vi confesso che la voglia di spaccare la PS ce l’ho avuta più di una volta.
Ma non basta, le difficoltà principali sono dovute al modo in cui il gioco è disegnato, ad esempio nel fatto che in molti dei giochi non esistono momenti di chiusura, tipo la classica fine di un livello, o la fine di una partita a FIFA (ad esempio in giochi quali Minecraft). Ma anche nei giochi in cui si muore e si esce, si entra in metalivelli in cui ti si chiede se vuoi prendere altre armi, rinnovare skins, scambiare soldi, insomma trabocchetti per farti rimanere dentro più a lungo possibile, perché una volta che hai collezionato nuove armi, ti pare che non vuoi iniziare subito una nuova partita per provarle sul campo!

Poi c’è la faccenda dei giochi di squadra, che riguarda molti dei giochi che si fanno online in cui si forma una squadra con amici, veri o virtuali. Per questi giochi capite che lasciare di punto in bianco gli amici con un membro in meno nel loro team non viene visto molto bene, e rende ancora più difficile interrompere in un determinato momento solo perché mamma ha detto di farlo.

Insomma è una specie di sabbia mobile, come ti muovi fai danni, ed un genitore alle prese con un figlio giocatore può essere una sfida notevole.

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Riuscire a porre dei limiti

Vabbè questa è facile, dite la verità che ci eravate arrivati anche voi. Però attenzione che il porre limiti funziona solo se si è trovato un accordo reale con i figli, o se si è genitori davvero davvero Kattivi, di quelli che ti staccano la spina della PS se non la smetti subito, che però non ti rende particolarmente popolare con tuo figlio. Come in ogni ambito, la cosa che funziona meglio è di stabilire delle regole a freddo, prima di arrivare alla crisi, o prima di iniziare a giocare. Per alcuni i videogiochi sono anche un modo per rilassarsi dopo una giornata di lavoro a scuola, ma per molti più che rilassante diventa eccitante, e spesso causa sbalzi di umori di cui faremmo volentieri a meno. Insomma ogni famiglia dovrebbe stabilire delle regole e porre dei limiti sulla base delle esigenze del ragazzino in questione, e della famiglia in questione.
Da noi valgono le seguenti regole generali:

  1. Niente videogiochi la sera prima di andare a letto (leggi anche Routine dell’addormentamento per adolescenti: 6 regole base.)
  2. Niente computer o cellulari la notte in camera da letto (la stazione di ricarica batterie è fuori dalla porta) (leggi anche Prima che diventi vamping, addiction e social creeping)

No, non sono molte regole. So che molte famiglie hanno una regola di tempo massimo di gioco al giorno o a settimana. Noi abbiamo scelto di non adottare questa limitazione nella speranza di riuscire ad insegnare loro a ragionare e sentire gli effetti su se stessi.

Come facilitare la transizione ed aiutarli a trovare il punto?

Si può partire dal discutere con loro dei pro e contro di ogni gioco, partendo dalle emozioni. Domande aperte, tipo “come ti senti quando giochi a Minecraft? Come ti senti quando giochi a Fortnite? Come ti senti quando hai giocato 3 ore senza muoverti? Come ti senti quando devi smettere di giocare? Come ti comporti dopo 1 ora di gioco, sei più irascibile? Ti arrabbi con facilità o riesci a mantenere la calma?” Scrivete insieme il risultato di questa chiacchierata come promemoria, per aiutarli a sviluppare una autocoscienza da giocatori di videogiochi: saper riconoscere le proprie reazioni emotive e nervose può aiutarli a fare scelte migliori.

Chiedetegli quali giochi è più facile smettere di giocare o più difficile, e il perché secondo loro. Insomma parlate della differenza tra i vari giochi, e provate a trovare un accordo, sempre a freddo, ad esempio potrebbe provare a giocare prima con i giochi che è più difficile interrompere, e quando si avvicina il momento di chiudere, fare una partita ad un gioco in cui è più facile (ad esempio un gioco a livelli o un gioco di sport che spesso funzionano a tempo).

Molto spesso dopo aver giocato ai videogiochi, l’umore è nero. Quindi, se quella dei compiti è una faccenda delicata, vi consiglio di mettere come condizione che i compiti debbano essere svolti prima di iniziare a giocare ai videogiochi. Questo vi impedirà di dover affrontare il momento dei compiti quando è esaurito dall’aver giocato, e potrebbe portarlo a svolgere i compiti molto più velocemente, nella certezza di poter giocare dopo.
Invece di tuonare infuriati quando è il momento di terminare il gioco, provate a prepararli al momento in cui devono smettere di giocare. Però attenzione, invece di dire “tra 10 minuti devi smettere”, provate a dire “tra 10 minuti devi chiudere, quindi inizia a cercare un momento in cui va bene interrompere il gioco”, dandogli margini di movimento per riuscire a chiudere il gioco in un momento meno delicato possibile.

Genitori severi o permissivi?

Quando si tratta di prendere decisioni su quale modello educativo adottare riguardo ai videogiochi, ci troviamo di fronte ad un vuoto. Non abbiamo riferimenti culturali perché è un nuovo fenomeno, una cosa di cui i nostri genitori non hanno dovuto preoccuparsi. Per questo non possiamo scegliere di fare come hanno fatto i nostri genitori, nè scegliere di fare l’opposto di quello che hanno fatto i nostri genitori, perché loro non hanno mai dovuto affrontare la questione specifica. Questo potrebbe risultare difficile per alcuni genitori, che potrebbero oscillare tra il volere essere rigidi e autoritari oppure permissivi. Ma si tratta veramente di dover scegliere tra essere genitori severi o permissivi? E se provassimo ad essere genitori flessibili?

La flessibilità consiste nel considerare i videogiochi un passatempo come un altro, che li aiuta a sviluppare skills a cui magari non pensiamo, dall’imparare regole di un gioco per quanto complesso, a sviluppare strategie per portare a termine degli obiettivi, e ad analizare situazioni complesse. Un consiglio classico è di provare a sedersi con loro e farsi spiegare cosa stanno facendo, e magari provare a fare una partita anche voi, almeno una volta ogni tanto. Questo non funziona per tutti i ragazzini, alcuni amano quando i genitori si interessano alle loro cose, altri lo odiano, e va bene così. Non funziona neppure per tutti i genitori, alcuni semplicemente odiano giocare ai videogiochi, e va bene anche questo. Evitate però ad ogni costo di denigrare quello che stanno facendo, di fare commenti su quanto sia inutile, brutto, stupido, una perdita di tempo, possibile-che-tu-non-sappia-trovare-qualcosa-di-meglio-da-fare! Insomma se i videogiochi sono una parte importante nella vita dei vostri figli, è bene cercare di mantenersi aperti sull’argomento.

La flessibilità consiste anche nell’accettare il fatto che semplicemente smettere di giocare ai videogiochi richiede un po’ più tempo rispetto a farli interrompere qualche altra attività. Se si accetta questa caratteristica, diventa più facile portare avanti la contrattazione e sviluppare strategie di gestione dei videogiochi senza arrivare alla crisi. Essere flessibili quando è possibile, permette anche di esser più rigidi quando invece è necessario che smettano subito, ad esempio perché si deve uscire per un appuntamento.

Quando dobbiamo preoccuparci?

L’Organizazione Mondiale della Sanità ha aggiunto “gaming disorder” nell’elenco delle dipendenze nel 2018, nonostante le rimostranze di ordini di psicologi e psichiatri in molte parti del mondo, che preferiscono considerlo un compulsive disorder, ossia un comportamento ossessivo compulsivo, e non una vera e propria dipendenza. In ogni caso è bene sapere quali sono i comportamenti che dovrebbero preoccuparci, ecco qui una lista:

  • Pensa a giocare tutto il tempo
  • Sente il bisogno di trascorrere sempre più tempo ai videogiochi
  • Non è in grado di smettere nè di diminuire il tempo di gioco
  • Perde interesse per tutto quello che amava fare prima
  • Sviluppa problemi di rendimento a scuola (o al lavoro nel caso di adulti)
  • Mente a chi gli sta intorno su quando tempo impiega a giocare
  • Utilizza il gioco per allievare situazioni di tensione e stati d’animo

Insomma finché vostro figlio o vostra figlia si limita a giocare ai videogiochi, ma continua a svolgere una vita con altre attività, non c’è davvero nulla di cui preoccuparsi, almeno dal punto di vista della dipendenza, ma spero che questo articolo vi aiuti a gestire la faccenda con un po’ più di assi nella manica e un po’ meno conflitti. E fatemi sapere se voi avete altre strategie che funzionano bene con i vostri figli!

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1 COMMENTO

  1. E’ vero quel che dici, i videogiochi di oggi sono studiati per non farti abbandonare la partita. Penso ai primi videogiochi del Nintendo, con cui giocavo da adolescente: per quanto mi piacessero, dopo un po’ smettevo perché avevo finito le vite e non volevo ricominciare tutto da capo o perché c’era un livello che non riuscivo a superare e mi stancavo di ripetere sempre lo stesso quadro. E poi avevano un obiettivo, raggiunto il quale, il gioco finiva. Tutti aspetti che non ritrovo nei videogiochi di oggi, dove si rinasce sempre, si va sempre avanti e non c’è una vera e propria fine.
    Comunque grazie dei suggerimenti, li terrò a mente per cercare di trasformare le lotte quotidiane con mio figlio in qualcosa di meno “litigioso”.

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