Quando anche il papà ha il pancione

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papà-tatuaggioMassimiliano è un papà genovese che ancora prima di vedere nascere la sua prima figlia ha aperto il blog Anche i papà hanno il pancione per raccontare la sua straordinaria avventura di genitore. Da quasi tre anni leggiamo le sue esperienze con le figlie che nel frattempo (in pochissimo tempo!) sono diventate due, Ginevra e Adelaide: solo loro le protagoniste del blog che, come dice Massimiliano, è “un luogo indispensabile dove dire al mondo che un papà sta crescendo”. Con lui ho chiacchierato di paternità, del suo ruolo in famiglia e di… strategie.

Mi spieghi il titolo del tuo blog “Anche i papà hanno il pancione”?
Eravamo alla ventesima settimana di gravidanza, esattamente a metà strada. Ho avuto quest’idea di aprire un blog proprio quando il pancione cominciava a vedersi, ad apparire inequivocabilmente come ciò che era.
Quando ho pensato al titolo del blog, vuoi per “invidia”, vuoi perchè l’ironia fa parte del mio essere, mi venne fuori spontanea la frase “ma sì, anche io mi sento di avere il pancione”, e dunque: anche i papà hanno il pancione!
Più in generale, direi che il titolo è un modo per alzare la voce e illuminare il ruolo del padre, che spesso si perde in una società “mammesca”, che, quando si tratta di genitorialità, ruota intorno prima alla pancia e poi al rapporto mamma-bambino, trascurando la componente paterna. Insomma, non siamo quei padri padroni temuti e rispettati dai figli, non siamo nemmeno dei “mammi” tuttofare e tantomeno dei padri da buttare. Siamo semplicemente dei papà del 2013.
Io il ruolo di padre me lo sento ritagliato addosso, credo sia l’attività in cui ho avuto più successo in vita mia, sarà perchè, fin da subito, ho voluto vivere in prima persona il pancione, ad esempio leggendo un libro sulla gravidanza giorno per giorno, alla sera, tutte le sere per nove mesi, insieme a mia moglie…

Vorrei proporti un approfondimento di questa risposta:
– Ti sembra davvero che la società sia “mammesca”, cioè che ruoti tutto intorno alla figura della madre? Non è che forse i padri si sono un po’ autoesclusi?

Sicuramente non c’è una verità assoluta, ma basta guardarsi in giro: fino a pochi anni fa la scuola d’infanzia si chiamava scuola… materna, le pubblicità che ineriscono la sfera genitoriale sono esclusivamente rivolte alle madri, le stesse tipologie di congedo dal lavoro presuppongono che sia la madre ad occuparsi dei figli (ciò è ovvio per l’allattamento, quindi per i primi mesi, ma poi?). Si noti che io non sono contrario a questo modo di vedere le cose: è la natura e ogni genitore ha un suo ruolo… sicuramente ci sono dei padri che tendono ad autoescludersi perché “intanto c’è la mamma” o perchè “cambiare il panno è roba da mamme”… ma se certi stereotipi esistono, sono fondati su un certo grado di verità…
– In che modo declini nel privato questo “alzare la voce”?
In senso pratico, in famiglia sono io che “alzo la voce” con le bimbe. Succede di rado, ma quando avviene le conseguenze sono evidenti… significa che una delle due l’ha combinata grossa ed entrambe sembrano capire che la sgridata ha un senso… il più delle volte la grande “va a pensare” in un’altra stanza e poi torna a scusarsi.
Alzare la voce significa anche avere voce in capitolo, sui temi classici che maturano durante la crescita dei figli: quali vaccini fare, quale pediatra scegliere, ecc… in famiglia è tutto condiviso. Discutiamo tutti i giorni, ma finora non c’è stata scelta riguardante le nostre figlie che non sia stata ponderata insieme.

– Che caratteristiche hanno i padri del 2013? Ovvero, tu che genitore sei?
Se devo dire che genitore sono, devo premettere che prima di prendere in braccio le mie figlie non avevo mai preso in braccio un neonato. Mi sono informato molto ma a dirla tutta ho sempre avuto un po’ timore di maneggiare un neonato. Ancora oggi certe maniche strette dei vestiti mi fanno un po’ dannare, figuriamoci quando avevano pochi giorni di vita e pensavo che le loro manine sarebbero rimaste intrappolate nei vestiti… a trattare con bimbi piccoli ho imparato da padre, anche se con bimbi di tre anni avevo giò avuto esperienze come baby-sitter. Credo che il meglio di me, come papà, verrà fuori da quell’età in poi.
I padri del 2013 credo vogliano “dimostrare” di esserci e questo a volte può apparire un atteggiamento infantile, addirittura prevaricare lo scopo primario, che è fare il bene dei propri figli, senza necessità di mostrare questo bene. Ma non è così, almeno per me. C’è una componente narcisista nello scrivere un blog, è indubbio: ma si limita al fatto che a me piace davvero narrare, raccontare, mettermi al pc e scrivere, come sto facendo ora.
Alla domanda, comunque, dovranno rispondere le mie figlie tra un po’ di tempo.
Leggevo l’altro giorno un libro di Stefano Zecchi in cui viene citata una frase dell’Iliade. E’ Ettore che, per farla breve, si augura che un giorno suo figlio possa essere giudicato migliore di lui. E’ l’augurio che mi sento di fare anche alle mie creature: che un giorno possano dire “nostro padre è stato bravissimo, ma noi siamo ancora meglio”. E che questo possa essere un fatto riconosciuto, oggettivo. Spero, insomma,che le mie figlie possano raggiungere un Bene più grande del mio, sul sentiero che stiamo inevitabilmente tracciando per loro.
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Avete avuto due bambine in tempi molto ravvicinati: come ti sei organizzato per conciliare il lavoro con la famiglia?
Per l’organizzazione famiglia/lavoro, ho la fortuna di avere un contratto di lavoro che mi consente di prendere congedo (anche in contemporanea con quello di mia moglie) con una retribuzione pari all’80% dello stipendio. Nella maggior parte dei casi si percepisce il 30%, che di questi tempi è davvero poco. Grazie a questo “privilegio” sono riuscito a rimanere a casa nel primo mese dopo il parto, sia nel primo caso e soprattutto nel secondo. La seconda volta è stata epica: mia moglie era stesa dal mal di denti, la primogenita era in pieno broncospasmo, e faceva una media di 6 aerosol al giorno (uno anche di notte)… Il fatto di poter essere a casa credo sia stata una grande fortuna. Ancora oggi nei momenti “difficili” ripetiamo il nostro mantra: se siamo sopravvissuti al “primo mese di Adelaide” (la seconda nata), possiamo superare qualsiasi cosa.
Oltre ai periodi immediatamente successivi alla nascita, facendo un lavoro con orario 8-17 (senza turni), riesco a mantenere una buona routine, e quando torno a casa cerco sempre di ritagliarmi uno spazio di gioco e di condivisione con le bambine…e con la loro mamma.

In quale aspetto senti di dover ancora migliorare come padre e in quale invece ti senti “arrivato”?
Per rispondere bisogna fare un distinguo tra attività pratiche e ruolo di educatore.
In quest’ultimo mi sento “arrivato” nel senso che sono sicuro di me stesso, consapevole che ad ogni età corrisponde un diverso modo di approcciare “l’educazione” e che saprò farmi trovare pronto. Contrariamente a molti genitori, ad esempio, io sono uno di quei papà che non vede l’ora di aiutare le proprie figlie nello studio. Non la vedo come un’attività “obbligatoria” ma come una splendida opportunità di arricchimento.
Per quanto riguarda gli aspetti pratici dell’essere genitore, ho ben poca dimestichezza con il momento del “bagnetto”. Per dirla fuori dai denti, le lava la mamma, io mi limito a spogliarle e rivestirle 🙂

Il tema del mese è “sfide quotidiane e strategie di sopravvivenza”: con due bambine piccole le sfide saranno molte, hai qualche vostra strategia familiare da consigliarci?
Una strategia che mi sta a cuore è quella della fase “pre-nanna”. Me ne sono occupato in prima persona e l’aspetto che ritengo più importante è creare qualche piccolo “momento” (quando si è a casa) per ricordare, in maniera simpatica, che si avvicina l’ora di andare a nanna. Esempio banale ma che rende l’idea: in casa abbiamo una cornice fotografica che alle 20:30 si spegne automaticamente. Ginevra (che ha poco più di due anni) ha imparato che quello è il segnale: quando vede che la cornice è spenta dice: “è notte”.
Di strategie che valgono per tutti, però, non ne esistono: quello che ho imparato DOPO essere diventato padre è che spesso bisogna trovare “un’alternativa”. Ad un gioco, ad un pasto, ad un progetto che salta per svariati motivi. E in tutte le fasi di apprendimento, la strategia che abbiamo adottato la potrei definire “niente pressing”. Non abbiamo mai forzato le bambine quando non volevano mangiare, non abbiamo insistito troppo sull’uso del vasino, non abbiamo costretto le bambine a usare la forchetta: hanno imparato da sole (cioè, la piccola preferisce ancora le mani… ma la forchetta la sa usare). In sostanza, io ho capito che non ci sono età precise per “fare” qualcosa. I figli imparano quello che vedono, senza bisogno di fissare troppe regole, e soprattutto senza bisogno di tempi precisi.
Ecco, forse la strategia “unica” è questa: fissare qualche paletto, ma lasciare spazi di libertà, e farsi scappare qualche “sì” anche quando si vorrebbe dire “no”. Non su tutto ovviamente, ci sono per quanto mi riguarda regole ferree che non possono essere dimenticate. Ad esempio, non si mettono i piedi sul tavolo, ma se a fine pasto si fa qualche “pasticcio” (magari si gioca un po’ con l’acqua) non ci vedo niente di male…

– di Chiaradinome

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9 COMMENTI

  1. Ottima, come sempre la segnalazione della Chiara. Che di papà che alzano la voce ce n’è sempre bisogno, altrimenti non riusciremo mai a tornare ad abbassarla.
    Grande Max.

  2. x Supermammbanana,

    🙂 forse era meglio usare il condizionale 🙂
    quello che intendo dire è che una madre assalita dai dubbi può ritrovare la serenità e la sicurezza con le proprie forze, che derivano dall’essere generatrice di vita, oppure con queste stesse forze può trovare il coraggio per chiedere aiuto. Ma è tutto molto più “biologico” rispetto al papà, che il suo ruolo in qualche modo se lo deve costruire giorno dopo giorno…nell’esperienza quotidiana e non (solo) nella natura.

  3. Grazie Supermambanana 🙂

    Io penso che una madre non abbia bisogno di dire che è “sicura di sè”.
    In una madre il bimbo vive 9 mesi, una madre partorisce…mia moglie spesso ripete: ho partorito, d’ora in poi posso fare TUTTO. 🙂
    Una madre è sicura per natura, se mai un po’ di ansia da prestazione la possono avere i papà.
    Perchè, occhio, sentirsi sicuri non significa non avere ansie (io, che vado in ansia per un colpo di tosse delle bimbe! :-D). Sentirsi sicuri vuol dire esserlo nella visione totale dell’essere genitore, non nella singola azione.
    Io vado in ansia per un colpo di tosse, ma sono sicuro di essere un ottimo padre…il migliore e l’unico per le mie figlie 🙂

  4. Evviva i “papà del 2013”! Mio marito fortunatamente è tra questi e se non fosse così la nostra famiglia non andrebbe avanti.
    So che siete molti di più di quello che ci dicono le pubblicità stereotipate e i luoghi comuni, spero diventiate sempre di più e soprattutto che diventiate la norma.
    Quando nessuno si stupirà più alla frase “ho preso il congedo per stare cvicino a mia moglie” avremo davvero svoltato

  5. Ciao Massimiliano, bellissima intervista.

    Mi hanno colpito molto due passaggi: “Io il ruolo di padre me lo sento ritagliato addosso, credo sia l’attività in cui ho avuto più successo in vita mia” e poi “In quest’ultimo mi sento “arrivato” nel senso che sono sicuro di me stesso, consapevole che ad ogni età corrisponde un diverso modo di approcciare “l’educazione” e che saprò farmi trovare pronto.”

    Io provo sincera ammirazione per chi riesce a dire una cosa del genere, non credo si tratti di sicumera, o di incoscienza (spero almeno!) ma di “coscienza a posto”, in un certo senso. E devo dire sono specialmente i padri, anche quello che abbiamo in casa qui, che ho sentito parlare in questo modo, le madri non riescono a dirSi queste cose (a se stesse intendo, non importa poi quello che dicono in pubblico). Mi chiedo se anche questa non sia una questione di genere, che poi si declina in tutti gli aspetti, lavoro incluso. Una certa ansia da prestazione che dobbiamo levarci di torno al più presto, insomma, e ci arrovella sempre.

    … ma ho finito per parlare dacapo di mamme, ops, pardon! 😛

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