La prima estate con i gemelli

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estate-gemelliErano diversi già allora, a tre mesi di vita, questi due esseri nati nello stesso giorno dagli occhi scuri e le guance tonde.
Uno aveva il naso un po’ schiacciato, i capelli neri come la pece, la carnagione scura e le gambe lunghe.
L’altro aveva il naso più tondo, i capelli più chiari, le gambe più corte e le cosce più tornite.
Uno già allora era incontenibile, sempre affamato, capace di pianti inconsolabili se l’attenzione non era perennemente dalla sua.
L’altro era tranquillo, prendeva il latte dal seno o dal biberon, dormiva senza interruzioni e aspettava il suo turno pacifico.
Li guardavo dormire incrociando le dita che non si svegliassero, avevo nelle orecchie tre mesi di pianti che mi rimbombavano nella testa.
Ero fuggita da Milano con un’amica e una quantità infinita di bagagli, cinque figli sotto i tre anni, due nonne e una casa vicino al mare.
Speravo che cambiare aria giovasse a tutta la famiglia.
Speravo che questi due bambini dalla pelle olivastra facessero una pausa e mi concedessero qualche attimo di quiete.
Speravo che il ritmo delle onde servisse a placare questa loro fame perenne, che mi aveva prosciugato anche l’anima.

Era fine giugno, quell’anno l’estate ci aveva sorpreso con la sua cappa di caldo e di immobilità.
Uscivo con il passeggino doppio nell’aria tersa delle due, mi fermavo nel bar più vicino per concedermi un caffè di pochi minuti, che bevevo lentamente per fermare il tempo.
Ogni giorno guardavo le finestre della stessa casa affacciata sul mare, il mio sguardo si soffermava sul terrazzo del secondo piano.
Vedevo due tende di lino bianco mosse dal vento e una tavola ancora apparecchiata, bicchieri di vino e piatti in disordine, residuo di un pranzo lento nell’azzurro della baia che mi si apriva davanti.
Immaginavo la vita delle persone che vedevo muoversi in penombra, sognavo un tempo che allora mi sembrava lontanissimo, in cui poter guardare il mare senza continue interruzioni.
Raccoglievo l’ultimo residuo di caffè con il cucchiaino e proseguivo la mia passeggiata, sotto gli ombrelloni davanti a me vedevo bambini costruire castelli di sabbia di fianco a genitori pigri, intenti a sfogliare riviste colorate per far passare i minuti del dopo pranzo.
Alla fine degli stabilimenti balneari il viale alberato faceva una curva stretta, per poi infilarsi nella pineta fitta immersa nel silenzio.
Mi fermavo sulla prima panchina all’ombra, sperando di poter leggere qualche minuto, quasi sempre uno dei due si svegliava chiedendomi la prima poppata del pomeriggio.
Lo prendevo in braccio velocemente per evitare che svegliasse il secondo, lo attaccavo al seno e chiudevo gli occhi, respirando il profumo dei fiori di lilla’ che vedevo intorno.
Verso la fine l’altro gemello apriva quei suoi occhi neri e mi guardava sospirando, reclamando il suo turno con crescente impazienza.
Lasciavo il primo e sfamavo il fratello, prima di riprendere il mio cammino in mezzo agli alberi alti.

In spiaggia andavo solo per pochi minuti, nel tardo pomeriggio, i ritmi incalzanti rendevano impossibile la mia permanenza a lungo.
Affondavo le mani nella sabbia e costruivo una pista di biglie per mio figlio più grande, che rideva e iniziava a far roteare le sue palline colorate.
Soffrivo ogni volta in cui ero costretta a lasciarlo alla nonna per tornare a sfamare i suoi piccoli fratelli. Mi sembrava sempre troppo poco il tempo per lui, il tempo per me.
Mi rimpinzavo di gelati alla fragola, bevevo chinotto nelle bottigliette di vetro come quando ero bambina, sognavo una cena sotto le stelle che non fosse intramezzata da pianti e continue poppate.
Al tramonto uscivo in balcone e guardavo la gente al rientro dalla spiaggia, bambini in ciabatte con palette e secchielli, madri cariche di giochi e asciugamani bagnati, padri in occhiali scuri con il giornale sotto al braccio.
Mi sentivo sempre alla ricerca di qualcosa, qualche volta affittavo la bicicletta e mi prendevo mezz’ora di pausa, con mio figlio grande sul seggiolino davanti che si guardava intorno incuriosito.
Solcavo strade polverose e asciutte, ricche di margherite e altri fiori variopinti. Ne sentivo il profumo e mi lasciavo trasportare, persa nelle immagini di quei colori. Rientravo a casa giusto in tempo per dar da mangiare ai due piccoli, già vispi e attenti a vedermi a entrare dalla porta d’ingresso, dipinta di azzurro come l’acqua cristallina che scorgevo in lontananza.

Erano giorni faticosi, aprivo gli occhi al mattino e non avevo il tempo di svegliarmi con calma come avrei voluto e di farmi una doccia rigenerante.
La stanchezza mi assaliva e mi disarmava nei momenti più strani, provavo a guardare oltre, rifugiandomi nelle coccole di tutti i miei bambini.
Tre settimane sfumarono in un lampo, non riuscivo a saziarmi per lo scorcio di mare solo accennato, in cui avrei voluto tuffarmi e che sembrava sfuggirmi dalle mani.
Non sono più tornata in quel piccolo paese sulle coste toscane che ha accompagnato le mie giornate, passate ad aspettare il domani e a sentire il rumore del mare che intravedevo dalla mia finestra.
Ormai fa parte di un ricordo lontano, una manciata di momenti e di interminabili istanti della mia vita di sei anni fa.

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