Portare, “portare troppo” e autonomia

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C’è un limite oltre il quale si può “portare troppo”? Sicuramente quando si nega la spinta del bambino verso l’autonomia. E non è davvero questione di babywearing

Nessun genitore, per quanto bravo, competente e volenteroso, potrebbe far crescere un figlio se questo non crescesse anche per un suo movimento autonomo, grazie alla sua capacità di desiderare di crescere e alle sue vitali potenzialità di sviluppo. E nessun bambino, per quanto attrezzato, vispo e ben intenzionato, può crescere senza avere un adulto a fianco che lo faccia crescere, che ne sostenga la spinta verso lo sviluppo, la orienti, la guidi, ne disciplini lo sforzo e l’irruenza, tenga accesa la speranza a rischiarare il futuro. E ancora, nessun genitore e nessun adulto con compiti educativi fa crescere senza che cresca lui stesso. Crescere è un prodigioso gioco di specchi, di sguardi che restituiscono sguardi, di rimandi che ristorano, di reciprocità rispettose, di scambi che generano scambi.(Giovanni Cappello, “Crescere e Far Crescere”, Affatà Editrice 2007)

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Foto di Katie utilizzata con licenza Creative Commons su Flickr
Foto di Katie utilizzata con licenza Creative Commons su Flickr

Girovagando nei gruppi dedicati al babywearing, ci si imbatte nei dubbi delle mamme, che si vogliono avvicinare o che si sono avvicinate a questa pratica.

Una delle domande più frequenti riguarda la quantità, ovvero per quanto tempo si può portare addosso un bambino, inteso sia in termini di ore giornaliere, che rispetto agli anni.
La domanda è da sempre così sentita, che Esther Weber nel suo libro scrive un paragrafo dal titolo “Si può portare troppo nella fascia?”. E la risposta, “In una relazione sana, che si basa sull’ascolto, non si porta né troppo né troppo poco, ma il giusto, individualmente, per entrambi”, non può che trovarmi d’accordo. Senonché, proseguendo nella lettura, diviene chiaro, che l’unica eccezione per cui un bambino corra il rischio di essere portato troppo, sia quella in cui si trova ad avere una madre patologica, non sana di mente.

Sicuramente questo tipo di risposta è nato dalla necessità di mettere a tacere le mille voci e le mille ingerenze di chi vuole, da sempre e sempre di più, insegnare alle mamme a fare le mamme, dando loro modi e misure per relazionarsi coi propri figli e giudicandole come “vizianti”, se rispondono con affetto e cure amorevoli alle richieste dei loro bebè.

Però nel corso di questi anni di pratica sempre più diffusa del portare, la domanda sul “quanto”, ha trovato risposte sempre più spesso prescrittive e qualunquiste allo stesso tempo, che si sono allontanate dalla visione proposta da Esther Weber, che con molto buon senso scriveva anche che il portare, il fare spazio emotivo su di sé e dentro di sé, è così impegnativo che, per forza di cose, una mamma non potrà farlo per più di tante ore al giorno e per più di tanti anni nella vita, perché è fisiologica la stanchezza, che va a braccetto con le spinte all’autonomia del bambino.

Risposte come un tranchant “ illimitatamente” oppure “è solo una fase, gli passerà”, riferito al cosiddetto “sciopero della fascia”, cioè al fatto che il bimbo non ne vuole più sapere di essere portato, fanno pensare che forse, con la diffusione, si stia perdendo il senso del portare, che nasce come buona pratica di maternage, finalizzata ad una naturale conquista dell’autonomia.
Allora forse, oggi, dopo 8 anni dall’uscita del libro “Portare i Piccoli” è opportuno chiedersi se davvero un bimbo rischia di essere portato troppo solo da una mamma patologica e se davvero non ci sia un “portare troppo” con qualche tipo di conseguenza.

Per capire “quanto” portare, forse, basterebbe semplicemente ricordare che siamo esseri bio-psico-sociali e che il processo evolutivo è un’interazione attiva fra tratti ereditari e fattori ambientali che modellano questi tratti, ovvero che il bambino dentro il suo patrimonio genetico è portatore di potenzialità, ma che queste potenzialità vengono attivate dall’ambiente, primo fra tutti la relazione con la figura primaria di attaccamento: lo sviluppo è un processo dinamico in cui sono coinvolti molti attori che ri-contrattano continuamente il loro rapporto e da questa dinamica si modificano i legami e avviene la crescita (reciproca).

Questo vuol dire che la quantità del portare, dipenderà dal dialogo e dall’ascolto reciproci e dalla capacità di capire i bisogni del bambino, ma anche i propri, in un riaggiustamento continuo delle regole, dei tempi e dei modi.

Non bisogna poi dimenticare che lo sviluppo del bambino è fondato sul somatomotorio e che per poter arrivare a pensare per simboli deve strutturare il sistema nervoso attraverso l’esperienza tattile-motoria-esplorativa da neonato e, successivamente, con la conquista della postura eretta e della deambulazione sicura, attraverso il movimento libero nello spazio e che, quindi, a partire dai tre mesi circa di vita necessita anche di una determinata quantità e qualità di movimento fisico, per consolidare i propri processi evolutivi globali.

Il ruolo dell’adulto è quello di “base sicura”: dapprima contenitore, punto d’appoggio fisico e filtro del mondo, poi posto “fisico” a cui tornare dalle esplorazioni, per divenire, poi, base simbolica su cui poggia la sicurezza in se stessi.
Dal momento che, come diceva Alfred Adler, nel bambino convivono, la tendenza ad allargare il proprio campo d’azione e ansie e timori per le proprie capacità, per il nuovo e per il rapporto con “l’altro”, la funzione di base sicura viene espletata anche attraverso il no e l’imposizione di limiti, che lo facciano sentire libero di sperimentarsi e sperimentare, dove non ci sono pericoli. Ma anche l’imposizione di un limite ad essere sempre portato e trasportato, un no che serve a contenere l’angoscia per il nuovo, ma che vuole anche aiutarlo a comprendere di non essere tutt’uno con la mamma e aiutarlo a separare il mondo interiore da quello esterno, controllare le pulsioni, acquisire il senso di realtà, strutturando la propria personalità per la costruzione di confini del Sé solidi, alla base di una sicura e armonica personalità.
Non dobbiamo mai dimenticarci che il nostro compito di genitori è quello di rendere autonomi i nostri figli, che vuol dire renderli capaci di affrontare i compiti esistenziali e di cimentarsi con le difficoltà per verificare le proprie abilità.

Nella mia esperienza di mamma portatrice, mi è capitato di pensare che non ci sono differenze tra la fascia e il passeggino, per quel che riguarda l’autonomia del bambino; in questa società frenetica, corriamo il rischio di sostituirci ai nostri figli, perché abbiamo premura, di trasportarli per fare più in fretta, perché non abbiamo tempo di aspettare i loro piccoli passi, abituandoli, così all’impazienza e alla passività.

– di Elena Sardo, psicologa e psicoterapeuta –

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9 COMMENTI

  1. Quali sono i suoi criteri per definire una mamma patologica? Ha così senso etichettare come tale una mamma? Che impatto avrà nelle mamme questa etichetta che lei propone? Una collega

    • Buongiorno Alessandra. In attesa che Elena possa rispondere, posso dirle che il post mi sembra che ponga chiaramente l’accento sul portare oltre le necessità effettive del bambino. Se interpreto bene il senso del post scritto da Elena, direi che la patologia potrebbe essere definita quando una mamma porta, non per il bene del bambino, ma per poter continuare il suo ruolo di portatrice. In questo senso smette di essere a disposizione per soddisfare le esigenze del bambino e viceversa ignora la sua spinta verso l’autonomia, continuando a considerarlo “piccolo”. Alcuni bambini saranno sufficientemente forti da lottare comunque verso l’indipendenza “nonostante” tutto, altri purtroppo verranno limitati nella crescita e sviluppo dell’autostima attraverso l’immagine che la mamma proietta su di loro.
      Per quanto riguarda l’impatto che ha sulle mamme, dipenderà ovviamente da come le mamme reagiranno leggendo questo articolo e da come si porranno verso se stesse. Su questo sito si cerca come sempre di ispirare il dialogo costruttivo. Le consiglio di leggere anche gli altri post che abbiamo scritto sul babywearing per avere un quadro più completo: http://genitoricrescono.com/tag/babywearing/

    • Oibò, devo aver scritto davvero male, gentile collega, perchè lei è la seconda persona che capisce in modo errato ciò che ho scritto e attribuisce a me quella che è una citazione dal libro di Esther Werber!
      Quindi occorre fare chiarezza.
      Prima di tutto questo articolo è il terzo mio, di una serie di articoli che questo blog ha dedicato al “portare” come tema del mese: i primi due riguardano i benefici (e li ho scritti non come sequela di luoghi comuni o “per sentito dire”, ma con gli opportuni riferimenti scientifici, in modo che fossero DAVVERO degli articoli a sostegno del babywearing); quest’ultimo nasce da una domanda frequente, così frequente che, come scrivo nell’articolo, è il titolo di un paragrafo del libro “Portare i Piccoli”; così frequente che mi è stato chiesto di tenere un incontro a questo riguardo per le consulenti presso la PIP; così frequente da comparire almeno una volta al giorno nei gruppi dedicati.
      Nell’articolo qui sopra scrivo che, SECONDO ESTHER WEBER (pagina 181 del suo libro), l’unica eccezione per cui un bambino corra il rischio di essere portato troppo, sia quella in cui si trova ad avere una madre patologica, non sana di mente.
      Sempre nell’articolo qui sopra, io sostengo di non essere d’accordo con tale affermazione, perchè secondo me tutte noi mamme rischiamo di portare troppo. Per offrire un metro da utilizzare, OGNUNA DI NOI, per poter valutare il proprio percorso portato, in dialogo con nostro figlio, propongo dei punti di osservazione dei bisogni del bambino, che non sempre vengono presi in considerazione da certa “letteratura” contemporanea: ovvero i bisogni motori e il bisogno di limiti (bisogni descritti, non solo dalla letteratura “classica” della psicologia dell’età evolutiva, ma che le neuroscienze hanno confermato come imprescindibili per la strutturazione del sistema nervoso). In ultimo, essendo io adleriana, aggiungo il punto di vista di Alfred Adler sulla coesistenza negli esseri umani di spinte all’autonomia e paura per il nuovo.

      Quindi, forse, dovrebbe chiedere ad Esther Weber cosa intende (anche se leggendo il libro mi sembra abbastanza chiaro).

      Personalmente, essendo una psicologa del lavoro in primis e poi una psicoterapeuta con indirizzo psicodinamico, non amo le etichette, ma uso quelle ufficiali come guida, come punti di partenza nel LAVORO TERAPEUTICO (in cui ci sono, a volte, persone definibili come patologiche, dopo opportuna psicodiagnosi, definite tali secondo dei criteri che, essendo una collega, conosce). Sicuramente non applico quei criteri di lettura della realtà per scrivere articoli di psicologia.
      Spero che ora sia tutto più chiaro e resto a sua disposizione

  2. Un articolo molto sensato ed equilibrato. Ho portato la mia secondogenita nella fascia (lunga e non elastica: un successone aver finalmente capito come usarla, dopo il misero fallimento con la primogenita!), per pochissimi mesi, e francamente a fine giornata mi sentivo addosso tutta la stanchezza di quei 5-6 chiletti in più (lei è nata già quasi di 4 kg ed è sempre stata una bimbona!). mai fatto corsi per imparare a portare e forse è probabile che sbagliassi qualcosa nella postura (ho imparato a furia di video su u-tube). Il punto è che quando mi capitava di vedere mamme convinte e ruspanti caricarsi in groppa o sul fianco bambini di 2-3 anni rimanevo un po’ interdetta (il confronto, vuoi o non vuoi, rimane una costante per poter avere un metro di misura su se stessi) chiedendomi se fossero loro un tantino esagerate (ed esibizioniste, sì, me lo son chiesto), o io incapace e rinunciataria.
    A ripensarci ora la cosa è avvenuta nella più totale naturalezza. Lei, la mia secondogenita, ha tanto apprezzato il contenimento della fascia da neonata, quanto facilmente si è adattata all’uso di ovetto e passeggino, da cui si sporgeva per guardare il mondo con occhioni neri sognanti. Credo che (sì, magari complice il caldo di luglio e agosto, chcché ne dicano, io non trovo la soluzione della fascia così fresca e comoda con 38 gradi all’ombra), probabilmente, per lei in quel momento fosse giunto il momento di abbandonare l’involucro materno, senza tanti rimpianti né recriminazioni. Evidentemente ne aveva ricevuta la tranquillità necessaria.

  3. Beh in realtà nei vari gruppi del portare mi è capitato più volte di leggere di mamme di bimbi molto grandi (diciamo 4 anni) che chiedono consiglio per comprare l’ennesimo supporto da supertoddler… Io rimango sempre un po’ così

  4. Hai ragione Claudia, e questo credo che sia un punto a favore della fascia, perché la comodità del passeggino fa sì che se ne abusi ancora di più. Non ricordo più dove avevo letto un editoriale di un pediatra che aveva notato bambini in passeggino a 6 anni.

  5. Beh, una differenza tra la fascia e il passeggino è che difficilmente trasporteremo della fascia un bambino di 5 anni. Di cinquenni nel passeggino invece se ne vedono a pacchi…

    • Nei gruppi dedicati al babywearing ci sono bambini portati anche molto grandi e mamme che rassicurano altre mamme che il voler camminare del loro bimbo passerà… Io stessa, facendo escursionismo, ho portato le mie figlie molto grandi per fare cose che con le loro gambe non avrebbero potuto fare…ho visto bimbi molto piccoli spingere il loro passeggino e altri della stessa età portati…

      • A Stoccolma si vedono molti bambini “grandi” in passeggino, anche perché così l’adulto che spinge il passeggino non paga il biglietto in autobus 🙂

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