Il pentimento delle madri

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Pentirsi della propria maternità è socialmente accettabile? E questo pentimento può convivere con l’amore? Una riflessione di Marilde Trinchero

foto di paras gupta utilizzata con licenza CC Flickr
foto di paras gupta utilizzata con licenza CC Flickr
Yamato Tanooka è un bambino di 7 anni sopravvissuto una settimana in una foresta dell’isola di Hokkaido, in Giappone. Si potrebbe scrivere di resilienza, visto che era solo e sprovvisto di cibo, e anche di fortuna, considerata la zona popolata da orsi.

Tanooka ha vissuto questa terribile avventura perché un giorno nel quale deve essere stato più ingestibile di altri giorni, i suoi genitori hanno raggiunto un punto di rottura. Quel punto in cui non si è lucidi nel valutare le conseguenze di una punizione, che nel momento stesso in cui mette in pericolo la vita di un figlio ovviamente non è più una punizione, ma un attacco alla sua sicurezza. Quel punto di rottura che ogni genitore si augura di non incontrare mai. Che non dovrebbe incontrare mai.

Chissà cosa è davvero successo nell’auto che si allontana dal bambino: forse il padre schiaccia il piede sull’acceleratore con la forza della rabbia accumulata, per mettere più distanza possibile, forse la madre urla con tutta la voce che ha in corpo: “Che diavolo stai facendo? Torna subito indietro!” Oppure la donna sta in silenzio perché non esiste la possibilità di contrastare una decisione del marito, o tace perché lui sta compiendo qualcosa di terribile, qualcosa che lei non avrebbe mai pensato possibile, ma tutto sommato perché no? E nel silenzio delega a lui la responsabilità del gesto. Non lo sapremo mai: la verità sarà occultata non solo perché il lieto fine ne ha spostato le conseguenze (sul piano penale – forse-, su quello relazionale lo diranno i decenni a venire), ma perché alcune verità si nascondono anche a se stessi.

Pensavo a tutto questo quando Silvia e Serena mi hanno chiesto di scrivere sul pentirsi di diventare madre, pensavo che la madre era in auto con il padre, ma che è stato poi lui a chiedere scusa.
E allora Tanooka può essere lo spunto per scrivere non di resilienza o di fortuna, ma di pentimento: pentirsi di essere diventati genitore. Non che chi si pente metta in automatico a repentaglio la vita di un figlio: lo specifico perché il territorio maternità è un campo minato nel quale una frase non troppo chiara è più pericolosa di una bomba con la miccia innescata.

Il libro Regretting Motherhood di Orna Donath, sociologa Israeliana, è chiarissimo invece, nato come saggio accademico, raccoglie interviste di donne che raccontano quanto e perché si sono pentite di aver messo al mondo uno o più figli. Testimonianze che hanno dato voce non solo alle donne intervistate, ma alimentato un dibattito che ha amplificato il contenuto del libro ben oltre i confini di Israele.

Anche in Italia se ne sta discutendo ed è palese che “il pentimento“ segna un confine netto da tutto ciò che è stato scritto e si continua a scrivere sull’ambivalenza (non dimentichiamo che per quest’ultima sono stati necessari parecchi anni per includerla nella “normalità”). Il pentimento crea una linea di demarcazione tra il dicibile e l’indicibile, collocandosi tra le parole che non possono essere accostate alla parola madre senza sgradevoli conseguenze.

Nei commenti agli articoli su questo argomento, si leggono giudizi carichi dei più triti luoghi comuni (Da vecchia cosa farai? I figli sono la cosa più bella che c’è, ecc…), oppure frasi nelle quali il giudizio è sostituito da una solidarietà che invita a farsi curare ed aiutare. (Hai un problema, bisogna risolverlo, se lo risolvi non sei più pentita). Esistono anche però voci – e non sono poche – che dicono sicure: sì, è così anche per me, grazie che l’hai detto, scritto, condiviso.

Devo dire che non mi stupisce che alcune madri si dicano pentite, mi stupisce piuttosto lo stupore e lo scandalo che creano queste dichiarazioni.
Sarà perché quotidianamente mi confronto su questi temi e ho ben presente quanto le emozioni legate alla maternità siano potenti, multiformi, scomode, complesse e talvolta sussurrate con vergogna: che si desideri o meno un figlio, che questo figlio venga concepito, partorito e cresciuto senza troppe difficoltà o che la strada sia in salita da subito, quando non impossibile da percorrere.
Sarà che chiunque sia a contatto con le persone in un lavoro educativo, terapeutico, di relazione o di cura e abbia l’opportunità di ascoltare le storie delle persone – le storie vere intendo-, sa che oltre ai casi nei quali le conseguenze di gravi psicopatologie sono visibili e tragiche (maltrattamenti, infanticidi), esistono tante – troppe situazioni nelle quali l’invidia, l’odio, la cattiveria di una madre verso i figli (cattiveria e invidia talvolta ben celate dietro una presunta normalità), è costante e continuativa.

A volte succede che madri che mai si direbbero pentite, sistematicamente sminuiscono, boicottano e minacciano l’autonomia e l’autostima di quel figlio. Dunque meglio non gridare troppo allo scandalo verso le madri che lo dichiarano. Può succedere. Un figlio non lo puoi rispedire al mittente, anche se quel mittente sei tu. Anzi i mittenti sono due, ma se lo dice il padre fa meno rumore, come fa meno rumore qualunque emozione positiva o negativa declinata da un padre verso un figlio. Ancora, nel 2016, con estremo dolore da parte di tante donne e tanti uomini, il legame con un figlio riguarda più le madri. Dunque anche il pentirsi.

Perché non si può dire? Non si può dire perché pentirsi di quel figlio attraverso il quale si sono messe al mondo anche delle parti di sé significa negare se stessi? Pentirsi di se stessi? Non si può dire perché significherebbe ammettere che quel figlio lo si è messo al mondo per bisogno? Bisogno di sapere se si è fertili, per esempio. Bisogno di dare un fratello o una sorella al primo figlio non perché si desidera davvero un altro figlio, ma perché si è stati figli unici e solitudini antiche eventualmente vissute possono essere così riparate. Perché i 40 anni si avvicinano e la prospettiva angosciante del tempo che corre si può allentare con il futuro di un figlio? Anche questa è una possibilità. Bisogno di legare un partner a sé in una crisi di coppia che si teme porti alla separazione? E questa è tutt’altro che isolata come ipotesi. E se una volta superato o soddisfatto quel bisogno, la presenza di un figlio diventasse anche un ingombro? Un ingombro di cui ci si pente? Può succedere, certo che può succedere, ma i benpensanti del sempre sacro amore materno appollaiati sulla cattedrale del senso di colpa sono pronti con la frase successiva: Dovevi pensarci prima. Beati loro: permeati di certezze e di solido sapere. Mai una volta che siano scalfiti dal dubbio che tra l’idea di un figlio e la realtà di un figlio ci può essere un abisso.

Indubbiamente il pentimento si pone a un livello diverso dall’ambivalenza, più forte, più duro, più definitivo, ma tutto ciò che possiamo fare con i contenuti scomodi e inquietanti, è dar loro diritto di esistere, assumendocene la responsabilità, cercandone il senso, rendendoli più maneggiabili e digeribili. Provando a non giudicare anche se non si riesce a comprendere.
C’è un punto in comune nelle testimonianze di Regretting Motherhood ed è un punto molto dibattuto perché considerato impossibile. Riguarda la dichiarazione di ogni donna di amare molto il figlio nonostante il pentimento di averlo messo al mondo. Mi sembra che il pensarlo impossibile possa avere a che fare con la consuetudine di considerare un figlio tutt’uno con se stessi e non altro da sé. Poiché se lo si considerasse naturalmente, istintivamente altro da sé – quale in effetti è – che difficoltà ci sarebbe nel pensare che una madre è pentita del suo essere madre, senza per questo allentare di un grammo l’amore verso un figlio? Madre e figlio distinti insomma, mi pento di me – madre, ma amo te – figlio. Tuttavia, che farne di questo concetto in una cultura che sulla simbiosi madre-figlio ha costruito fortezze a prova di assedio? E come sdoganare la parola pentimento quando è ancora così valorizzata la parola sacrificio?
Non ho risposte, naturalmente, ma una speranza: che fra i tanti punti interrogativi di questo articolo esista almeno una buona domanda, perché le inossidabili certezze su ciò che dovrebbe essere, sentire, pensare e vivere una madre hanno già provocato fin troppo dolore.

di Marilde Trinchero

autrice de “La solitudine delle madri” e “Reclusioni di corpi e di menti
terapista presso Via Giacosa – studio di psicoterapia e arteterapia

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3 COMMENTI

  1. Eccezionale…..grazie a chi ha scritto il libro è a chi a scritto il pezzo….da una madre pentita ma pur sempre innamorata dei suoi figli

  2. Bellissimo articolo, davvero ben scritto, complimenti all’autrice, Marilde Trinchero, per averlo formulato in maniera così chiara, così potente, così profonda…e grazie a voi di “genitori crescono” per averlo pubblicato!!!

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