Il pentimento delle madri

12

Pentirsi della propria maternità è socialmente accettabile? E questo pentimento può convivere con l’amore? Una riflessione di Marilde Trinchero

foto di paras gupta utilizzata con licenza CC Flickr
foto di paras gupta utilizzata con licenza CC Flickr
Yamato Tanooka è un bambino di 7 anni sopravvissuto una settimana in una foresta dell’isola di Hokkaido, in Giappone. Si potrebbe scrivere di resilienza, visto che era solo e sprovvisto di cibo, e anche di fortuna, considerata la zona popolata da orsi.

Tanooka ha vissuto questa terribile avventura perché un giorno nel quale deve essere stato più ingestibile di altri giorni, i suoi genitori hanno raggiunto un punto di rottura. Quel punto in cui non si è lucidi nel valutare le conseguenze di una punizione, che nel momento stesso in cui mette in pericolo la vita di un figlio ovviamente non è più una punizione, ma un attacco alla sua sicurezza. Quel punto di rottura che ogni genitore si augura di non incontrare mai. Che non dovrebbe incontrare mai.

Chissà cosa è davvero successo nell’auto che si allontana dal bambino: forse il padre schiaccia il piede sull’acceleratore con la forza della rabbia accumulata, per mettere più distanza possibile, forse la madre urla con tutta la voce che ha in corpo: “Che diavolo stai facendo? Torna subito indietro!” Oppure la donna sta in silenzio perché non esiste la possibilità di contrastare una decisione del marito, o tace perché lui sta compiendo qualcosa di terribile, qualcosa che lei non avrebbe mai pensato possibile, ma tutto sommato perché no? E nel silenzio delega a lui la responsabilità del gesto. Non lo sapremo mai: la verità sarà occultata non solo perché il lieto fine ne ha spostato le conseguenze (sul piano penale – forse-, su quello relazionale lo diranno i decenni a venire), ma perché alcune verità si nascondono anche a se stessi.

Pensavo a tutto questo quando Silvia e Serena mi hanno chiesto di scrivere sul pentirsi di diventare madre, pensavo che la madre era in auto con il padre, ma che è stato poi lui a chiedere scusa.
E allora Tanooka può essere lo spunto per scrivere non di resilienza o di fortuna, ma di pentimento: pentirsi di essere diventati genitore. Non che chi si pente metta in automatico a repentaglio la vita di un figlio: lo specifico perché il territorio maternità è un campo minato nel quale una frase non troppo chiara è più pericolosa di una bomba con la miccia innescata.

Il libro Regretting Motherhood di Orna Donath, sociologa Israeliana, è chiarissimo invece, nato come saggio accademico, raccoglie interviste di donne che raccontano quanto e perché si sono pentite di aver messo al mondo uno o più figli. Testimonianze che hanno dato voce non solo alle donne intervistate, ma alimentato un dibattito che ha amplificato il contenuto del libro ben oltre i confini di Israele.

Anche in Italia se ne sta discutendo ed è palese che “il pentimento“ segna un confine netto da tutto ciò che è stato scritto e si continua a scrivere sull’ambivalenza (non dimentichiamo che per quest’ultima sono stati necessari parecchi anni per includerla nella “normalità”). Il pentimento crea una linea di demarcazione tra il dicibile e l’indicibile, collocandosi tra le parole che non possono essere accostate alla parola madre senza sgradevoli conseguenze.

Nei commenti agli articoli su questo argomento, si leggono giudizi carichi dei più triti luoghi comuni (Da vecchia cosa farai? I figli sono la cosa più bella che c’è, ecc…), oppure frasi nelle quali il giudizio è sostituito da una solidarietà che invita a farsi curare ed aiutare. (Hai un problema, bisogna risolverlo, se lo risolvi non sei più pentita). Esistono anche però voci – e non sono poche – che dicono sicure: sì, è così anche per me, grazie che l’hai detto, scritto, condiviso.

Devo dire che non mi stupisce che alcune madri si dicano pentite, mi stupisce piuttosto lo stupore e lo scandalo che creano queste dichiarazioni.
Sarà perché quotidianamente mi confronto su questi temi e ho ben presente quanto le emozioni legate alla maternità siano potenti, multiformi, scomode, complesse e talvolta sussurrate con vergogna: che si desideri o meno un figlio, che questo figlio venga concepito, partorito e cresciuto senza troppe difficoltà o che la strada sia in salita da subito, quando non impossibile da percorrere.
Sarà che chiunque sia a contatto con le persone in un lavoro educativo, terapeutico, di relazione o di cura e abbia l’opportunità di ascoltare le storie delle persone – le storie vere intendo-, sa che oltre ai casi nei quali le conseguenze di gravi psicopatologie sono visibili e tragiche (maltrattamenti, infanticidi), esistono tante – troppe situazioni nelle quali l’invidia, l’odio, la cattiveria di una madre verso i figli (cattiveria e invidia talvolta ben celate dietro una presunta normalità), è costante e continuativa.

A volte succede che madri che mai si direbbero pentite, sistematicamente sminuiscono, boicottano e minacciano l’autonomia e l’autostima di quel figlio. Dunque meglio non gridare troppo allo scandalo verso le madri che lo dichiarano. Può succedere. Un figlio non lo puoi rispedire al mittente, anche se quel mittente sei tu. Anzi i mittenti sono due, ma se lo dice il padre fa meno rumore, come fa meno rumore qualunque emozione positiva o negativa declinata da un padre verso un figlio. Ancora, nel 2016, con estremo dolore da parte di tante donne e tanti uomini, il legame con un figlio riguarda più le madri. Dunque anche il pentirsi.

Perché non si può dire? Non si può dire perché pentirsi di quel figlio attraverso il quale si sono messe al mondo anche delle parti di sé significa negare se stessi? Pentirsi di se stessi? Non si può dire perché significherebbe ammettere che quel figlio lo si è messo al mondo per bisogno? Bisogno di sapere se si è fertili, per esempio. Bisogno di dare un fratello o una sorella al primo figlio non perché si desidera davvero un altro figlio, ma perché si è stati figli unici e solitudini antiche eventualmente vissute possono essere così riparate. Perché i 40 anni si avvicinano e la prospettiva angosciante del tempo che corre si può allentare con il futuro di un figlio? Anche questa è una possibilità. Bisogno di legare un partner a sé in una crisi di coppia che si teme porti alla separazione? E questa è tutt’altro che isolata come ipotesi. E se una volta superato o soddisfatto quel bisogno, la presenza di un figlio diventasse anche un ingombro? Un ingombro di cui ci si pente? Può succedere, certo che può succedere, ma i benpensanti del sempre sacro amore materno appollaiati sulla cattedrale del senso di colpa sono pronti con la frase successiva: Dovevi pensarci prima. Beati loro: permeati di certezze e di solido sapere. Mai una volta che siano scalfiti dal dubbio che tra l’idea di un figlio e la realtà di un figlio ci può essere un abisso.

Indubbiamente il pentimento si pone a un livello diverso dall’ambivalenza, più forte, più duro, più definitivo, ma tutto ciò che possiamo fare con i contenuti scomodi e inquietanti, è dar loro diritto di esistere, assumendocene la responsabilità, cercandone il senso, rendendoli più maneggiabili e digeribili. Provando a non giudicare anche se non si riesce a comprendere.
C’è un punto in comune nelle testimonianze di Regretting Motherhood ed è un punto molto dibattuto perché considerato impossibile. Riguarda la dichiarazione di ogni donna di amare molto il figlio nonostante il pentimento di averlo messo al mondo. Mi sembra che il pensarlo impossibile possa avere a che fare con la consuetudine di considerare un figlio tutt’uno con se stessi e non altro da sé. Poiché se lo si considerasse naturalmente, istintivamente altro da sé – quale in effetti è – che difficoltà ci sarebbe nel pensare che una madre è pentita del suo essere madre, senza per questo allentare di un grammo l’amore verso un figlio? Madre e figlio distinti insomma, mi pento di me – madre, ma amo te – figlio. Tuttavia, che farne di questo concetto in una cultura che sulla simbiosi madre-figlio ha costruito fortezze a prova di assedio? E come sdoganare la parola pentimento quando è ancora così valorizzata la parola sacrificio?
Non ho risposte, naturalmente, ma una speranza: che fra i tanti punti interrogativi di questo articolo esista almeno una buona domanda, perché le inossidabili certezze su ciò che dovrebbe essere, sentire, pensare e vivere una madre hanno già provocato fin troppo dolore.

di Marilde Trinchero

autrice de “La solitudine delle madri” e “Reclusioni di corpi e di menti
terapista presso Via Giacosa – studio di psicoterapia e arteterapia

Prova a leggere anche:

12 COMMENTI

  1. Da mamma spesso e volentieri.in difficolta’non trovo giusto ne’ realistico parlarr di PENTIMENTO. Per non dilungarmi tropppo vi portero’ un esempio: il rapporto.di coppia. Con il mio.compagno NON e’ affatto tutto rose e fiori.come i primi tempi e.come.si vede nei film (o.come tante.persone raccontano). A volte mi irrita, mi.infastidisce. a volte.lo.ingnoro, lo ferisco o siamo lontani. A volte.pero siamo vicini, ci amiamo e costruiamo.la.nostra relazione in sintonia. Bene, e’ un percorso, fatto di alti e bassi, gioie e dolori, il.percorso di costruzione di una relazione vera. Nulla.nasce “gia’ fatto”, facile.e liscio.come l’olio. La sofferenza fa parte della realta’ della.vita. soorattutto.nelle relazioni che contano. Cosi’ con i figli. Non disgnateci come.madri pentite, non e’ reale.ed e’ umiliante. Riduttivo. Non ci pentiamo, facciamo semplicemente fatica.

    • bè io penso che tu magari non ti sia pentita, altre sì, io l’ho sentito con le mie orecchie “tornassi indietro non rifarei un figlio”, detto da madri.

      poi sicuramente per te è diverso, e per fortuna! penso che ci siano tante diverse sfumature, io non vedo perché si pensi che non sia possibile pentirsi della maternità: è una scelta, e come tutte le scelte della vita, è possibile pentirsene, no? non vedo perché debba essere diverso. a volte ci si pente di essere sposate, di aver scelto un certo lavoro, un certo posto in cui vivere, a volte ci si pente anche di aver fatto un figlio, no? non penso sia impossibile.

      • La penso come te. Secondo me il pentimento delle madri è visto come un tabù, forse perché rimanda a cose orribili e impensabili come le madri infanticide. In realtà, come mostra il libro di Oona Donath, anche le madri pentite amano i loro figli, tanto quanto le altre, è che non amano il ruolo di madre. In questo la società come dici giustamente tu nel commento sotto, ha una grossa responsabilità, perché ancora oggi fa troppa pressione sulle donne perché diventino madri a prescindere. Eppure secondo me questo non esaurisce la questione, perché molte di quelle madri pentite del libro non le ha forzate nessuno ad essere madri, solo che non avevano idea di come la maternità avrebbe impattato su di loro. Perché non è prevedibile fino in fondo. E però il commento che si sentono fare, invece che ottenere un po’ di solidarietà, come mostra la pagina di genitorisbroccano, è che è colpa loro, dovevano pensarci prima. Ovvio che alla fine di pentimento non parla apertamente nessuno. Invece andrebbe davvero sdoganato, così alla stanchezza delle madri (e dei padri, ma se si “pentono” loro nessuno fa una piega) almeno non si aggiungerebbe pure il carico da novanta del senso di colpa e magari sarebbe più facile anche superarlo.

        • mah, sono daccordo con molte delle vostre osservazioni, ma il concetto di “pentimento” continua a non calzare, forse come dicevate voi, non calza a pennello su di me e sul mio vissuto. Sono daccordo che il modello di madre che ci infilano addosso appena lo diventiamo (spesso anche prima..) è assolutamente opprimente, umiliante e totalizzante/annichilente, anche io NON mi ritrovo per nulla in tante cose che la società (famiglia e esterno, parlo di “tutti” quelli che mi stanno intorno) si aspetta da me. Però non per questo mi pento. Perchè io penso che NON SIA GIUSTO quel ruolo lì. che non sia GIUSTO per me. E allora con grande fatica, sofferenza, dolore e quant’altro, cerco di costruire un nuovo ruolo. Senza cedere alle aspettative altrui. Senza immolarmi per una causa che non è la mia. Senza adattarmi a modelli che non riconosco, imposti da altri. Non è che mi PENTO, perchè pentirsi vuol dire ammettere “essree madre E’ COSIì e DEVE essere così, e sono io a non essere capace/adatta”. E invece no, io ho un punto di vista opposto. La mia scelta è libera e giusta, mi scontro con una realtà che non mi appartiene, ma non è che mi pento della mia scelta: soffro ma non mi conformo, e lotto per vivere una genitorilità che sia la MIA.

          • sì ma ripeto, io non mi permetto assolutamente di dire che TU sei pentita: non ti conosco, se dici che non lo sei, vuol dire che è così.

            questo non toglie che la maternità è una scelta come tante altre che si fanno nella vita, a volte ci si può pentire, penso sia possibile no?

            ripeto, tu non ti sei pentita, lo dici e ci credo ci mancherebbe: altre magari sì, non mi pare così impossibile.

            questo tabù dell’impossibilità del pentimento per una madre penso vada a braccetto con la mistica della maternità come fonte di gioia e realizzazione e compimento della femminilità di tutte le donne, a prescindere, e sinceramente penso che sia una grossa stupidaggine.

  2. forse se la smettessimo di pensare che per forza femmina = futura madre la finiremmo con questo condizionamento culturale che appunto vede tutte le donne per forza come potenziali madri. e forse ci sarebbero anche meno gli sfoghi come quelli che leggiamo qui (legittimi eh, ci mancherebbe) nella sezione genitori sbroccano, perché magari diventerebbero madri solo quelle che davvero lo desiderano e sono portate per quel tipo di vita, non tutte le donne che lo diventano “perché si fa così” “perché lo fanno tutte” “perché se sei donna devi per forza voler diventare madre” e, fondamentalmente, perché è stato loro inculcato quando neppure erano in grado di parlare e camminare.

    non è un’eccezione non diventare madri, molte non lo diventano mai e molte non lo desiderano mai. è una scelta come un’altra.

    • Sì, credo che tu abbia centrato il punto. La società spinge nella direzione della genitorialità e molte donne non hanno ben chiaro cosa comporti diventare madre, semplicemente si conformano alla massa perché il compito principale di una donna è “dare la vita”. Poi per alcune è un compito gestibile, seppure con fatica, e per altre si rivela una condanna. Chi non desidera figli non è né “migliore” né “peggiore” di chi ne desidera (e ne mette al mondo) e viceversa. Se solo si smettesse di giudicare e anche di argomentare in maniera insensata, per esempio dando dell’egoista a chi non vuole figli. Egoismo verso qualcuno che non esiste, l’ho sempre trovato un ragionamento illogico.

      • Egoista? Chi dice cosi e’ un cretino. Tutte le.nostre scelte (fare.un figlio.o non farlo) sono egoiste, in quanto dettate dai nostri.interessi e considerazioni. Ed e’ giusto e sacrosanto. Non e’ giusto parlare.di egoismo.ma di interessi e inclinazioni personali. A me questo.commento sull’egoismo di chi non fa figli mi sembra la tipica “critica della.zia”: se ti puo.consolare ti assocuro che anche quando lo fai, poi ti senti accusare e criticare di molte cose (a me, per dire ” l’hai fatto tardi! Sei vecchia! E avevo 35 anni…)

        • ah immagino, poi se ne fai “solo” uno sei egoista perché non gli dai il fratellino, ecc. ecc.

          anche io non capisco che egoismo ci sia e soprattutto verso chi, ma ti giuro che una volta mi è stato detto “sei egoista contro il figlio CHE NON HAI, perché non gli dai la possibilità di esistere”!! pensa tu…. :-/

  3. Eccezionale…..grazie a chi ha scritto il libro è a chi a scritto il pezzo….da una madre pentita ma pur sempre innamorata dei suoi figli

  4. Bellissimo articolo, davvero ben scritto, complimenti all’autrice, Marilde Trinchero, per averlo formulato in maniera così chiara, così potente, così profonda…e grazie a voi di “genitori crescono” per averlo pubblicato!!!

LASCIA UN COMMENTO