Ho paura di diventare come mia madre!

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non_come_mia_madreAbitualmente, cerco di evitare di generalizzare, soprattutto in tema di maternità e genitorialità. Mi sembra sia un percorso così unico, che coinvolge almeno tre persone nella loro unicità, che qualunque affermazione generalista e generica svilisca un po’ quello che l’altro ci sta chiedendo di ascoltare di sé.

In questo caso, però, se mi è permesso, vorrei concedermi un’affermazione un po’ assoluta e semplicistica, almeno per iniziare l’argomento.

Nel momento in cui si resta incinte/i, qualunque sia stato il percorso e le fatiche precedenti, è come se si incontrasse uno stop e si ritornasse al punto di partenza.

Non importa se il rapporto con i genitori, in particolare con la madre, è stato idilliaco o di scontro. Non importa se si è trattata di una naturale evoluzione o se è costata anni di analisi. Se siete stati una piacevole continuazione della narrazione familiare o, al contrario, vi siete fatti punto d’onore di essere un punto e a capo.

State per procreare, far procedere verso il futuro il vostro patrimonio genetico. Che comprende la vostra infanzia, quella dei vostri genitori, dei nonni, degli avi e trisavoli e così via fino al medioevo e anche più in su. La passione guelfa dei vostri antenati ribolle nel vostro sangue rivoluzionario e pure un po’ anticlericale (se preferite, volgete tutto alla parte ghibellina).

E’ un attimo e tutto il credo faticosamente cresciuto con la vostra (unica e particolare) persona e che magari state lottando per portare avanti con le passioni, o con la carriera, o con gli studi, si ritrova avvinghiato all’albero genealogico. E’ il momento in cui si vedono risorgere in noi tutti i tic e le manie familiari (quelle manie da cui, probabilmente, vi siete faticosamente differenziati in adolescenza) e ritrovarsi a chiedersi: quindi, sarò madre esattamente come mia madre? Sia che questo significhi fare i conti con un modello da cui avete lottato per differenziarvi sia che questo significhi affrontare la perfezione di un modello in cui faticate a riconoscervi.

Diventare genitori custodisce in sé quel mistero rappresentato dall’essere unici ma nello stesso tempo evoluzione (non sempre miglioramento) di un patrimonio genetico iscritto in una determinata e ben determinabile storia familiare. Sono uno di questa storia qui ma sono diverso. E così sarà mio figlio /a.

Però è un bello shock, eh?

E va di pari passo all’altro shock: nel bene o nel male non risponderò mai al modello genitoriale che ha in mente il mio partner. (e, in certi casi, sembra palese che non lo si voglia neppure, anche se – Freud insegna – ci sarà ben un motivo per cui il nostro partner ha scelto proprio noi, per portare avanti la sua storia e il suo patrimonio genetico).

Però il senso della paura è molto chiaro: mi vedo, diversa, ho lottato, per essere diversa. E all’improvviso le distanze che ho messo faticosamente rispetto a modelli e comportamenti che mi hanno fatto soffrire (o sentire inadeguata) si azzerano. E si ritorna punto e a capo. Ci arrendiamo? Ci mangiamo nervosamente le unghie di fronte a un’impresa degna di Sisifo (portare sulla cima del monte un’enorme masso che poi ritorna al punto di partenza)? Come dicevo, credo fermamente che le paure vadano ascoltate. Come piccole parti di noi che chiedono dignità di parola. Forse, solo, ci stiamo dicendo che – al di là di tic che ovviamente ereditiamo perché sono l’unica cosa che abbiamo visto sull’argomento – abbiamo una nostra unicità, un nostro progresso storico. E che le conquiste fatte, se tali le consideriamo, vanno difese.

Anche se ci costerà la fatica di costruirci, inventarci, ricercare nuovi modelli per fare le cose che in famiglia “si sono sempre fatte così”. Ecco, no. È il momento in cui la nostra paura di “essere come” significa la nostra voglia di rivendicare “un modo nostro”. Paura di non significa essere condannati a ripercorrere le orme della mamma che c’è pesato vedere casalinga o viceversa che non c’era mai mentre lottava per una carriera o vivere come uno stigma familiare l’incapacità di cucinare o di guidare l’automobile.

La paura ci dice “qui dietro c’è una mia differenza che considero importante”.

La paura non condanna, allerta. Dà un segnale. Ci rimanda a una precisa responsabilità prima ancora che verso i nostri figli verso noi stessi. Perché i primi ad essere unici (e irripetibili) siamo noi, mamme e papà “nuovi”.

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8 COMMENTI

  1. Si, grazie a tutte voi che avete scritto, i vostri punti di vista, il vostro vissuto ed i vostri sentimenti sono davvero preziosi per me che sto leggendo…io sono mamma di 3 femmine…

  2. @Close the door,
    @Elisa

    grazie: avete completato questo post con punti di vista differenti ma non per questo meno necessari.
    e a me, certe parole hanno fatto un gran bene (tipo “Essere consapevole che io *non* sono tante delle cose che mi hanno detto di me, magari a 7 anni, mi permette di sentirmi me stessa. “)

    grazie, a presto
    s.

  3. diventando madri si torna fortemente figlie e questa paura che aleggia in tanti io l’ho vissuta come mancanza. A volte mi infastidisce sentire il dissidio tra madri e figlie o tra suocere, forse per non aver avuto la possibilità di viverlo…grazie silvietta, bellissima riflessione, che mi riporta al tema delle costellazioni familiari su cui sono sono sempre in bilico, cioè vorrei approfondire ma mi fa – ovviamente – paura

  4. Mmmmmmmmmm sì, l’idea dello stop e della ripresa ci sta tutto. In questi 3 anni di maternità mi sono sentita un po’ Silvietta un po’ Lanterna, e su questo c’è un’ambivalenza forte.
    Da quando mia figlia ha iniziato a interagire, intorno all’anno, ho avuto sempre potente la paura di essere come mia madre e quindi di incutere paura a mia figlia. I primi suoi 3 anni di vita mi hanno vista impegnarmi a fondo per evitare questo – e guardando certe occhiate di traverso che mi lancia quando le chiedo di ubbidirmi, direi che ci sono riuscita 😉
    Non è mancato il contrappasso, ovviamente, a partire dai terrible two, il fatto che appunto lei cerchi di imporre la sua piccola volontà sul mondo mi ha mandata in crisi sulla mia capacità di contenimento.
    Sto cercando di superare queste ambivalenze smettendo di ascoltare quello che è stato detto in passato su di me, le famose etichette che ti rimangono appiccicate addosso come profezie auto-avveranti, che mi hanno fatto sentire una persona debole e contemporaneamente attribuire a mia madre una forza che non possiede. Insomma rileggere la nostra storia familiare con occhi nuovi. Essere consapevole che io *non* sono tante delle cose che mi hanno detto di me, magari a 7 anni, mi permette di sentirmi me stessa. Spero di permettere in questo modo anche a mia figlia di essere se stessa.

  5. @Lanterna: in effetti ricordavo questa tua paura, mi ha sempre colpito e fatto riflettere perché anche io nella mia linea familiare ho sempre notato questi interessanti legami che saltano di generazioni.
    Ma poi si, è necessario avere qualche paura 🙂

    @Mammasterdam: mi piace sempre molto la capacità propositiva con cui affronti le emozioni. grazie!

  6. Uh, quello che dice Lanterna quanto mi sembra interessante (e anche quello che scrive qui Silvietta). Io nei primi 2-3 anni con figlio 1 in un paio di occasioni ho temuto di essere come mio padre in certi scatti estremi di furia omicida. Poi capisci che anche se ti sale l’ impulso non fai male a nessuno, solo a te stessa e in qualche modo ci scendi a patti. Evvabbè, vuol dire che certe cose inevitabilmente le prenderemo da genitori e nonni e anche i nostri figli, e che forse non riusciamo a controllarci davvero così tanto da estrarre alla radice tutto quello che non ci piace e non vorremmo trasmettere. Ma il liquido in cui tutto questo sta immerso per trasportarlo in giro attraverso la vita è tutto nostro e anche questo fa la differenza: alcune particelle restano in sospensione, altre so sedimentano, altre galleggiano e se non ci piace, siamo noi che possiamo rimescolare tutto.

  7. Per fortuna, questa è una paura che mi si riaffaccia periodicamente ma immotivatamente: io sono molto diversa da mia madre. E non potrò neanche essere come mio padre, per ovvie ragioni e per circostanze diverse.
    La mia grande, enorme paura è che mia figlia sia come mia madre. Che, nell’alternarsi delle generazioni per cui io somiglio molto a mia nonna, lei prenda un modello che le si attaglia per attitudine e ci si adegui, perché lo trova più “suo” del mio.
    Lo so che io non sono mia nonna: ho una cultura ben più vasta, comunque un’attitudine diversa, una presenza più discreta.
    Ma il fantasma aleggia su di me. Del resto, bisognerà pure avere qualche paura, no?

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