Papà, giochi con me?

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Scegliere giochi e giocattoli per i nostri figli e giocare con loro, andrebbe fatto con lo spirito del giocatore, colui che si mette in gioco, si lascia andare e sa abbandonare i propri schemi.

foto di Filter Collective utilizzata con licenza Creative Commons
foto di Filter Collective utilizzata con licenza Creative Commons

La vita è più divertente se si gioca.
(Roald Dahl)

Non so tradurre questa domanda, per comprenderla meglio, se non così: “Papà, vuoi stare bene insieme a me?“. In quel momento mio figlio sta bene, e pensa che con me starebbe meglio. E ha quasi sempre ragione, starei molto meglio anche io a giocare con lui. Perché giocare è un’attività senza alcuno scopo se non divertirsi, stare bene, lasciar andare desideri e fantasia – tutto qui.
Hai detto niente.

Ecco perché la scelta dei giochi è tanto difficile e personale. Spesso spetta a me sceglierli per loro, e l’unica regola che ho più o meno estratto dalle esperienze di acquisto – molte fallite, qualcuna andata benissimo – è quella di comprare qualcosa che può essere usato in più modi. E non c’è da chiedere troppo ad altri, ma darsi da fare: perché sono i buoni giocatori a saper scegliere i migliori giochi.

D’altronde, perché avrei conservato per trenta e più anni le mie LEGO per i miei figli? Per regalargli una possibilità di felicità, la stessa che ho provato io per ore e giorni insieme a quei giochi. Come si regala lo stesso pupazzo per dormire, o lo stesso libro a distanza di tanti anni.

Se vogliamo imparare a scegliere bene i giochi per loro, dobbiamo giocare con loro, e senza voler fare gli arbitri o i direttori del gioco, ma, come si dice, “stando al gioco”: accettando le regole e il ruolo che ci è stato assegnato, esplorando un mondo di significati che arrivano direttamente dai nostri figli e figlie. Giocare da soli è un modo di esprimersi, come sanno tutti quelli che guardano alle attività ludiche come strumento diagnostico o di conoscenza; giocare in (almeno) due è un vero e proprio dialogo, nel quale sfrenate fantasie, desideri e ambizioni devono trovare il modo di venirsi incontro senza scontrarsi. Oppure nel quale s’impara ad annoiarsi – e a gestire anche un tempo vuoto d’impegni e di pressioni.

L’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare.
(George Bernard Shaw)

La scelta di un giocattolo, o la scelta di un gioco, per un figlio o una figlia diventano così la scelta di un mondo: un mondo del quale spesso sappiamo molto poco, e le cui aspettative e conseguenze ci sfuggono del tutto al momento dell’acquisto, o quando iniziamo l’attività. Giochi da tavolo, con le carte, digitali – non possiamo sapere quale di queste attività avrà le migliori conseguenze, possiamo solo essere lì con i giocatori e vedere che succede.

A qualche bambina che è stato regalato un PC è stato dato il suo futuro da coder; qualcuno che guardava il nonno spostare figurine di legno è poi diventato uno scacchista professionista. Sono certamente eccezioni, se lette col senno di poi, ma non si può negare che il nostro immaginario di concetti, le nostre capacità spaziali e percettive, il nostro modo attuale di affrontare la cultura circostante sono fortemente condizionati dai giochi che facevamo – o che non abbiamo mai fatto.

Ecco perché è abbastanza insensato ostinarsi, come fanno molti papà, nel forzare le attività ludiche verso il “quello che facevo io“, cavalcando luoghi comuni legati a paradisi perduti, esperienze a contatto con la natura, ore di solitarie avventure da contrapporre a una supposta aridità dei videogiochi o del computer. Non sappiamo quali forme abbiano oggi quelle stesse esperienze, e non è detto che ora sia piacevole provare a fare quelle stesse che decine d’anni fa ci esaltarono. Al contrario, se il gioco (anche il videogioco) serve per socializzare, aumentare il proprio immaginario, scoprire storie e attività nuove, non ha senso prendersela col mezzo tecnologico. Confrontare due giochi è sempre abbastanza insensato – soprattutto di fronte al piacere di giocare senz’altro scopo che divertirsi.

I videogiochi hanno rovinato la mia vita. Meno male che ne ho altre due. (Anonimo)

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