Non ti fidi di me?

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A volte quello che prendiamo come una mancanza di fiducia nei nostri confronti può nascondere qualcosa di completamente diverso.

Foto ©Valewanda
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“Non e’ vero”, mi dice Riccardo, ogni volta che dico una cosa che non soddisfa le sue aspettative. “Dammi qua”, prosegue, “lo faccio io”.
Capita per esempio quando chiede la marmellata di fichi, il barattolo e’ troppo stretto e mi accorgo che non riesco ad aprirlo. Glielo spiego con calma, ma lui mi interrompe.
“Io ci riesco”.
Glielo porgo, prova, e me lo restituisce dopo due minuti con l’aria afflitta di chi non è riuscito nell’impresa.
Succede sempre la stessa cosa e dice sempre come prima cosa queste stesse parole.
“Non e’ vero”.
Gli esempi potrebbero susseguirsi all’infinito, e si ripete ogni volta lo stesso copione.
Un altro episodio.
Le scarpe blu con le righe gialle, le sue preferite numero 33, posizionate in ordine perfetto nella scarpiera in fondo al bagno verde. Le ha messe tanto, con orgoglio, andava a scuola balzandoso guardandosi i piedi.
Non gli vanno più, sono strette di quasi due numeri, ma l’altro giorno voleva mettersi proprio quelle, che ora stanno al suo gemello.
“Non ti vanno Ricky, hai il piede più grande ora”, gli dico paziente.
“Non è vero”, mi dice con voce ferma, e me le strappa di mano per provarle.
Non entrano, per quanto si sforzi, tristemente se le toglie e ne sceglie un altro paio.
Il terzo e ultimo esempio e’ di ieri sera.
Arrivo a casa tardi, dopo una giornata interminabile, ho la pasta per la pizza che mi aspetta sul tavolo, l’ho promessa a tutti e tre.
La stendo, la condisco, la inforno, ci vorranno circa 45 minuti.
Lo so, e’ tardi, sono decisamente fuori tempo, mangeremo mezz’ora dopo l’orario massimo consentito.
Dopo circa venticinque minuti Riccardo entra un cucina, si dirige verso il forno e fa per aprirlo.
“Non è ancora pronta Ricky, se la tolgo adesso e’ cruda”.
“Non è vero”.
La tolgo dal forno, ne taglio un angolino, soffio e gliela porgo. La assaggia, mi guarda, prende la sua palla di spugna e torna a giocare, mentre io metto nuovamente la pizza intorno al forno.
“Non ti fidi di me Ricky?”, gli ho detto a bruciapelo un giorno.
Forse ho sbagliato, ma mi è venuto dal cuore, all’ennesima incredulità di fronte a una mia affermazione.
Come al solito mi sono messa a osservare il suo gemello, così profondamente diverso anche nel suo affidarsi a chi gli sta vicino ed è li’ per indicargli la strada.
Uno afferma, l’altro chiede.
Uno contraddice, l’altro ascolta.
Uno insiste, l’altro si ferma.
Il confronto mi serve solo per capire, per avvicinarmi a quello dei due che non mi permette, a volte, di guidarlo prendendolo per mano.
Perché? Mi chiedo.
Perché non si fida di quello che gli dico?
Non uso le parole giuste? Sbaglio il tono della voce? Non sono abbastanza convincente?
Qual è il mio errore?
Nessuno di questi.
Mi sono ricordata il test sul temperamento che avevo fatto su suggerimento di Serena, e ho cercato di ripensare alle risposte che avevo dato. In alcune riconoscevo in Riccardo alcuni tratti del bambino amplificato, in altre di un bambino particolarmente vivace.
Sicuramente una delle caratteristiche che lo distinguono nettamente dai fratelli, e ancor di più dal suo gemello, e’ la difficoltà ad accettare le situazioni differenti rispetto alle sue aspettative.
Più in generale il cambio di programma, anche su un dettaglio minimo, lo manda in tilt.
Il fidarsi non c’entra, il problema in quel momento e’ la realtà che gli si prospetta, diversa da quella che si aspettava.
Non importa se questa realtà e’ fatta da un paio di scarpe che lui voleva mettersi e non vanno più, dalla marmellata di fichi che voleva sul panino che non si può mangiare, o da un cartone animato che voleva vedere che è stato tolto dalla programmazione del cinema.
Non è la fiducia in me che manca a questo bambino dagli occhi profondi e la risata chiassosa e coinvolgente.
Il problema sono le aspettative tradite, che lui fa fatica ad accettare.
Capirlo mi ha aiutato ad affrontare proprio quei momenti.
Mentre pensavo a tutto questo ho saltato la mia fermata della metropolitana, sono scesa, ho inciampato in uno scalino e mi sono ritrovata a terra.
“Si è fatta male signora?”
Alzo lo sguardo e c’è un ragazzino moro con lo zaino che mi allunga una mano e mi guarda.
Anche lui ha gli occhi profondi come quelli del mio bambino, e tanti capelli scuri che gli coprono la fronte.
Mi sono sentita più leggera, ho accettato il suo aiuto e ho provato a rialzarmi.
L’ho salutato con un cenno e con un grande sorriso, e dolcemente ho ripreso la metro e sono volata via.

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3 COMMENTI

  1. Grazie perché con questo articolo sono riuscita a capire un lato del carattere di mio figlio – 9 anni – che avevo sempre scambiato per testardaggine. Invece è proprio come dici tu: il crearsi delle aspettative che poi vengono disattese. Anche per lui la parola d’ordine è: non è vero!

  2. @Angela, ti ringrazio davvero per le tue parole, che fanno bene in giornate di sconforto. Ciò che scrivo e’ sincero, e mi piace poterlo condividere proprio perché sia utile ad altri genitori nella mia situazione. Poter parlare qui aiuta anche me, quando ho bisogno di mettere a fuoco per affrontare situazioni difficili. Grazie!

  3. ogni volta che ti leggo, su questa rubrica in particolare, riesci a colpire dritto al cuore. Mamma anche io di tre scatenatissimi maschi, di cui due gemelli. Soprattutto quando parli di loro grazie, perchè mi porgi delle riflessioni che mi aiutano a capirli di più e ad accettarli per la loro meravigliosa unicità nel quotidiano inevitabile confronto.

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