Il pregiudizio non è questione di gusti

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È un fatto comune, purtroppo, che pur autentici sentimenti di tolleranza e rispetto siano ammantati da un generale atteggiamento paternalista verso chi è considerato diverso, anche se non minaccioso. Questo fa sì che, al di là della natura benevola o malevola dell’atteggiamento scelto, si instauri comunque una gerarchia, nella quale il diverso è più in basso: per il suo aspetto, per le sue origini, per il suo status sociale, per le sue tradizioni – a questo si aggiunge: per il suo sesso.

Foto di Garry Knight utilizzata con licenza FlickrCC
Il sessismo non nasce né per caso né allo stesso modo del razzismo, ma come le altre forme di razzismo s’inserisce in un quadro di potere già delineato, per il quale c’è un sesso – quello maschile – e un orientamento sessuale – quello eterosessuale – posti in alto nella gerarchia sociale e mantenuti al vertice attraverso meccanismi culturali di vario tipo che investono chiunque nasca in una società sessista.

Gli stimoli e gli influssi culturali sono importantissimi durante la crescita proprio perché onnipresenti nella vita quotidiana dei bambini e, di fatto, è impossibile esserne immuni. Fin da piccoli ai maschi è continuamente chiesto di «provare» la propria mascolinità con atteggiamenti, parole, azioni, abitudini che rassicurino chi ha intorno della sua virilità. Ai bambini si predicano molte cose affinché non si comportino «come una femminuccia». A questa costruzione della virilità si contrappongono però i tanti altri stimoli che, intorno a loro, intaccano il concetto di «normalità», della loro famiglia, del loro quartiere, delle loro città. Per questo ha senso comprendere fin da subito che nella vita di bambini e bambine il sessismo appare molto presto, tanto presto quanto altre forme di discriminazione, proprio perché comunemente accettate in un sistema sociale patriarcale e dai valori di questo sistema, anche se discriminatori – anzi, verrebbe da dire soprattutto se discriminatori.

Nella vita di ciascuno sessismi, razzismi e altre discriminazioni arrivano da subito insieme e pensare che si possa trovarne uno più ingiusto o più urgente di altri significa già accettare una gerarchia di problemi di tipo patriarcale. Sarebbe davvero molto bello se i bambini nascessero puri nei loro sogni e nei loro desideri. Sogni e desideri, invece, non possono che essere fatti di ciò che vivono, di quello che il mondo di chi esiste trasmette loro. Ecco perché l’esempio diventa uno strumento fondamentale, per impedire l’attecchimento di ogni forma di razzismo.

Per capirci meglio: non sono uno schizzinoso nel mangiare, mi piace provare tutto e digerisco qualunque cosa, però qualche cosa che non mi piace c’è: i carciofi. Posso appena tollerarli con la pasta o infornati insieme a qualche altra mezza dozzina di cose, oppure fritti. Problemi miei, sono gusti. La conseguenza però, è che a casa di carciofi se ne vedono pochi. Con tutta la buona volontà, sarà difficile che i miei figli imparino ad apprezzarli per il fatto che, seppur non piacciono a me, sono un più che degno alimento. I bambini sono piccoli ma non sono scemi: se pure mi impegno a cucinare i carciofi e tento di farglieli mangiare si accorgono subito che non piacciono nemmeno a me. E io, il sacrificio di mangiarli davanti a loro per mostrare che sono buoni, non lo voglio proprio fare; tra l’altro, c’è il rischio che sia del tutto inutile.

È allo stesso modo che si trasmettono, di padre in figlio o figlia, anche i pregiudizi. Che non sono affatto questioni di gusto. È allo stesso modo, come accade per l’odio verso i carciofi, che è possibile ritrovarsi in casa un figlio intollerante, razzista, omofobico. Se c’è l’assenza di parole, di gesti, di letture, di compagnie, di spiegazioni, quei vuoti verranno riempiti da ciò che la società intorno a loro propone e diffonde. E con loro bisogna essere onesti: la nostra è ben lungi dall’essere una società tollerante verso il diverso, lo straniero, l’altro. Se non ci affrettiamo a rispondere alle domande di figli o figlie, anche prima che si affaccino alla loro mente, qualcun altro lo farà, e potrebbe essere spiacevole scoprire che cosa ha trasmesso.

Credo che sia una pratica giusta quella di regalare ad altri bambini vestiti e giocattoli in buono stato che non si usano più, non facendoli sparire ma spiegando perché li si regala e a chi. Credo che si debba spiegare – anche più volte, se serve – chi è la persona che cerca di pulirmi il vetro dell’auto e perché a volte ho delle monete per lui o lei e a volte no. Pur se i meccanismi economici e del mercato del lavoro possono sfuggire a un bambino (sfuggono anche agli adulti…), mi pare importante fargli capire che non è il caso di cominciare una guerra tra poveri: tra me e il lavavetri non c’è una gran differenza. Allo stesso modo andrebbe spiegato perché loro non seguono le pratiche religiose che seguono tanti loro coetanei e perché diamo loro tanti libri adatti alla loro età che parlano di tutte le religioni del mondo. Sul colore della pelle di tanti loro compagni di scuola, non c’è stato bisogno di spiegare granché ai miei figli, per fortuna. Sui temi più evidentemente razzisti l’attenzione è alta da sempre anche da parte di chi insegna, nonostante il contesto regionale in Italia faccia ancora la differenza.

Però è successo che alcuni compagni abbiano chiesto «per gioco» a mio figlio di confessare a un altro bambino che era innamorato di lui: e mio figlio, non capendo, per gioco è stato lo zimbello di chi voleva farsi una risata omofoba già a dieci anni. Tutto è rientrato rapidamente nei ranghi, sono stati individuati i responsabili e ciascuno nel suo ambito ha fatto il proprio dovere – gli e le insegnanti lo so, i rispettivi genitori lo spero. Perché ecco, succede questo a non parlare presto ai bambini di ogni forma di pregiudizio. Succede che noi possiamo pensare che si tratti di gusti e di carciofi; e invece sono pregiudizi, sono persone.

Non so i carciofi, ma le persone sicuramente soffrono molto dei pregiudizi.

Tratto liberamente a cura dell’autore dal libro “Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni” di Lorenzo Gasparrini, Editore Settenove

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