Mindfulness a scuola: l’esperienza UK

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La mindfulness è una tecnica che può aiutare la salute mentale di adulti e bambini e insegna ad affrontare lo stress. In UK è stata introdotta nel curriculum scolastico e già si vedono i primi risultati.

© foto flickr.com utilizzata in licenza Creative Common
© foto flickr.com utilizzata in licenza Creative Common

Mi trovo spesso a concordare con chi sostiene che, nell’affollata vita del terzo millennio, non dedichiamo molto tempo alla salute della nostra mente.

Neanche alla conoscenza della stessa, per quello.

Certo ci prodighiamo di investire nel suo arricchimento quanto cultura, conoscenza, cerchiamo di migliorarne l’utilizzo nel ragionamento pratico, ma noi gente non del mestiere, non passiamo molto tempo a capire come funziona il nostro cervello, proprio in termini biologici, come facciamo con tutti gli altri organi: sappiamo a grandi linee come funziona lo stomaco, o i polmoni, o il fegato, l’apparato riproduttivo, ma il cervello, uhm, un grande mistero.

Sapere come funziona il cervello

Per esempio, in un post di qualche tempo fa qui su genitoricrescono si parlava delle strategie impiegate dal cervello per gestire situazioni di pericolo, del “combatti o fuggi”, che una volta assimilato viene come decodificato ed utilizzato sempre, anche in condizioni di semplice stress quotidiano. “Disattivare” questa reazione diventa fondamentale per affrontare le situazioni di stress con più calma e lucidità, ma una volta che il cervello viene preprogrammato è difficile modificare questo condizionamento automatico, è stato dimostrato che occorrano sei settimane circa per disattivare questa reazione istintiva. Ma le sei settimane devono essere impiegate attivamente, non basta semplicemente rilassarsi e andare in vacanza.

Insomma, proprio come non ci si aspetta di cominciare a correre una maratona in un giorno, ma si allena il proprio corpo con un programma ben definito e graduale, allo stesso modo, una volta capito come funziona il cervello, si potrebbe (dovrebbe) utilizzare la stessa meticolosità, la stessa serietà di approccio, per allenare il nostro cervello. Lo capiamo, questo, molto bene per la funzione di apprendimento, o per imparare a risolvere quiz o giochi enigmistici: beh, è la stessa cosa anche per tutto il resto.

Cosa è la mindfulness

E’ in questo che tecniche come la cosiddetta mindfulness, l’imparare a vivere nel momento, con tutti i nostri sensi e percezioni, possono diventare di cruciale aiuto: non basta dirsi “ora sto attento” e la cosa accade magicamente, allo stesso modo in cui non basta dirsi “ora corro 40km” e ci si riesce al primo tentativo. Il lavoro sulla mindfulness fornisce un programma di allenamento per passi, che mette le radici nei piccoli gesti quotidiani, come il respirare o il muoversi o il camminare, per aiutare a raggiungere obiettivi più ambiziosi.

Dunque, per chi non ne ha mai sentito parlare, o per chi ha visto qualche pubblicità in giro ma non ha approfondito, forse è opportuno, per fugare ogni dubbio, iniziare con lo specificare cosa mindfulness NON è.

Mindfulness non è yoga, non è meditazione, non è una religione, non è una moda hippie, non è spiritualità, non è una terapia, e non è una filosofia di vita, magari ispirata al carpe diem.

Forse usare una parola italiana aiuta, anche se mi rendo conto che certe cose non sono traducibili, e allora scegliamo “consapevolezza”, e mettiamolo fra virgolette per ricordarci che stiamo usando un termine tecnico, come se fosse.

Agire in maniera “consapevole” vuol dire prestare attenzione al momento mentre accade, senza elaborarlo mentalmente, con preoccupazione o ansia, rispetto al passato o al futuro. Allenarsi ad agire “consapevolmente” significa avere una risposta circostanziata ad uno stimolo esterno, precisa e puntuale, non necessariamente positiva o negativa, ma totalmente immersa nello stimolo, e riconducibile ad esso. L’obiettivo, nell’agire con “consapevolezza”, è quello di allenare il cervello ad affrontare le cose con più calma e presenza di spirito, pensando più chiaramente e, si spera, con migliori risultati. Quindi, per esempio nello studio, riuscire ad imparare in maniera più efficiente.

Se questo vi fa venire in mente Kung Fu Panda, o lo catalogate immediatamente come roba New Age, beh, riconsiderate la cosa, perché l’effetto e la potenziale efficacia di tecniche di mindfulness sono state studiate scientificamente, e i risultati sono stati talmente importanti che in UK è stato formato un gruppo parlamentare trasversale, a Maggio di quest’anno, proprio per discutere la possibilità di introdurre di routine queste pratiche in molti settori, inclusa la sanità, e, ovviamente, la scuola.

In massima parte gli studi sull’efficacia di tecniche di mindfulness sono stati condotti fra gli adulti, ma recentemente sono oggetto di un programma di ricerca ambizioso che vede unire le forze le Università di Oxford, Cambridge e Exeter, e che vuole esplorare cosa accade con i bambini. Lo studio in particolare si concentra sull’effetto dell’introduzione di mindfulness nella scuola. Recenti pubblicazioni in giornali specializzati, come il British Journal of Psychiatry, hanno già riportato risultati promettenti: in uno studio su più di 500 bambini di 12 scuole superiori, di tre mesi, e nei tre mesi che coincidevano con periodi di esame, quindi ad alto potenziale di stress, si è visto che quelli che hanno preso parte ad un programma di mindfulness mostravano meno sintomi depressivi, meno stress, e maggior benessere generale.

Introduzione della Mindfulness nelle scuole

Il programma di Mindfulness in schools, fondato nel 2007 per introdurre in maniera sperimentale tecniche di consapevolezza nelle scuole, è, a partire dall’anno scorso, diffuso in modo più vasto in UK fra le scuole che desiderano partecipare a questa fase introduttiva. Un programma di training per gli insegnanti si svolge periodicamente, certificando “mindulness teachers” sia per la scuola primaria di seconda fascia (dai 7 agli 11 anni) sia per la secondaria. Di recente è partito anche un programma per il training di insegnanti per la scuola primaria di prima fascia, sotto i 7 anni.

Il programma per la fascia 7-11 anni si chiama “Paws.b” ed è parte formalmente della materia Educazione Personale Sociale, Sanitaria, ed Economica (PSHE), ma informalmente incorporato in tutte le altre materie, così come nelle attività quotidiane. Il titolo è al solito accattivante per i bimbi, il logo della zampa (Paw) attira l’attenzione, e sfrutta, come spesso accade in inglese, un gioco di pronuncia, Paws si pronuncia allo stesso modo di pause, pausa, e quindi Paws.b vuol dire Pause-be, “fermatevi e siate”.

Lo spirito è proprio questo: fermatevi e pensate, fermatevi e considerate quello che state per fare, anche un movimento, anche un respiro, anche una parola. Agite, ma consapevolmente. Rendetevi conto di quello che state facendo nel momento in cui lo fate, e liberate la mente da altri condizionamenti esterni.

Il programma Paws.b si evolve attorno a sei parti fondamentali:

  1. Conosci il tuo cervello: capisci come funziona.
  2. Riconosci il cagnolino: impara a renderti conto di quando la mente reagisce per riflessi abituali di comportamento.
  3. Trova un posto stabile: impara come fare a “toccare terra”, a metterti in una condizione mentale sicura e stabile.
  4. Stress e difficoltà: impara come affrontarli.
  5. La mente cantastorie: riconosci il potere delle storie che la mente ci racconta.
  6. Coltiva la felicità: scegli di prenderti cura di te stesso e degli altri.

La scuola che frequentano i boys è una delle scuole in cui si sta sperimentando il Paws.b. E, come è tipico, sentendo i racconti dei boys, il tutto è trasmesso come gioco, soprattutto per i piccoli e soprattutto nelle tecniche di auto-allenamento. Ad esempio, il controllo della respirazione: Boy-Two mi ha parlato spesso del loro “finger breathing”, il respirare con le dita, che consiste nell’aprire le dita di una mano, e inspirare ed espirare seguendo, con l’indice dell’altra mano, il contorno della mano aperta. Inspira, e sali dal polso alla cima del pollice, espira e scendi alla base del pollice, inspira e sali alla cima dell’indice, eccetera, e poi torna indietro. O, del “mangiare con mindfulness un cioccolatino”: prendilo, osservalo, concentrati sulle caratteristiche fisiche, la forma, seguila con il dito, il profumo, pensa che stai per metterlo in bocca prima di farlo, non farlo automaticamente, segui la mano che lo porta alla bocca, assaporalo.

Devo ammettere che anche io uso spesso queste tecniche ormai, tipo: lavo i piatti con mindfulness 😀

Il messaggio che trovo importante è che, nell’agire consapevoli, e quindi a differenza della classica meditazione, non bisogna pensare a qualcosa, ma anzi, bisogna cercare di non pensare a niente. Bisogna, soprattutto, liberare la mente da ogni giudizio: mindfulness significa anche accettazione di sè, significa riconoscere che la mente si metterà a vagare e pensare, perché questo è quello che la mente fa, non ci si può far niente, e accettare questa cosa, riportando i pensieri indietro. Una, due, dieci, cento volte, senza autoflagellarsi, senza sentirsi inadeguati: non si sta facendo una gara con nessuno, non c’è un premio per il miglior mindful. Mindfulness significa etichettare anche i pensieri negativi o le ansie come, appunto, “cosa che accade nella mia testa”, osservare i pensieri che arrivano, vanno, e ritornano, come si potesse star seduti a vederli passare su un fiume, ma senza giudizio, senza sentirsi colpevoli o sbagliati. Significa anche “trovare uno spazio” per i propri dolori, spirituali o anche fisici, e le proprie ansie, tenerli in un palmo di mano, non nasconderli o ignorarli sperando che passino, ma accogliendoli, appunto, consapevolmente.

In un’intervista con un membro del gruppo parlamentare sulla mindfulness, mi aveva colpito la considerazione che, con la secolarizzazione della scuola, si sono a volte perse delle pratiche, tipo la meditazione o preghiera in assemblea mattutina, che, scorporate dal loro significato religioso, erano comunque evidentemente di notevole beneficio psicologico e sociale. Introdurre mindfulness a scuola può essere un modo per recuperare questi benefici, e magari introdurne altri ancora.

(foto credits @ Boudewijn Berends )

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17 COMMENTI

  1. Concordo con Claudia, presenza mentale è una traduzione molto diffusa, non ha alcun collegamento con specifiche tradizioni buddiste ed è ampiamente utilizzata in letteratura. Buona giornata.

  2. Ciao, non sono un’esperta di Mindfulness ma ne mastico un pò. Grazie per aver diffuso questo articolo molto interessante; vorrei chiarire che la Minduflness E’ una forma di meditazione, perchè da essa è derivata. La meditazione, infatti, possiede tutte le caratteristiche di questa pratica. Tanto che, se leggi nel link che hai postato,
    “gli insegnamenti della tradizione del Buddhismo Theravada ….perchè lo spirito, le pratiche e le attitudini coltivate nell’MBSR fanno particolare, anche se non esclusivo, riferimento a questi insegnamenti. ”
    Inoltre io propenderei per il termine “meditazione di consapevolezza”, così come il sottotitolo di questo libro sulla Mindfulness:
    http://www.macrolibrarsi.it/libri/__mindfulness-montano-antonella-libro.php?pn=994

  3. Ciao
    Veramente interessante!
    Esiste qualche libro, anche in inglese (o francese o spagnolo) che tratti di questo argomento? Magari proprio sui bambini?

    E secondo te da che età si può cominciare? Proprio a livello di sviluppo del cervello.

    Perché è vero che da piccoli sono “totalmente presenti” quando giocano, ma mi piacerebbe trovare qualcosa per aiutare la mia tre-enne a affrontare meglio le sue arrabbiature. ( ho capito che il fine ultimo della mindfulness non è questo, ma sicuramente essere più “centrati” aiuta a non “over-reacting”)

    Grazie
    V

    • l’atteggiamento mentale con cui si approccia lo yoga, probabilmente no, non è diverso, ma tutto l’insieme di pratiche spirituali, né ovviamente il fine ultimo dello yoga, non sono parte della mindfulness

  4. Anche a me piace un sacco l’esempio del cioccolatino! Vedo molte analogie con l’idea di intelligenza emotiva, il saper accettare le proprie emozioni (e di riflesso anche quelle degli altri), non so se un equivalente italiano potrebbe essere ”consapevolezza” ma mi piace e forse è più chiaro e facile da usare di mindfulness 🙂

  5. In italiano si chiama (o meglio si chiamava, prima che prendesse piede il termine “mindfulness”) “presenza mentale”. La maggior parte dei bambini la praticano spontaneamente. Purtroppo crescendo siamo sempre più orientati verso il passato o verso il futuro…

    • sai, non sono sicura, presenza mentale è un termine che associ immediatamente allo zen e al buddismo, e anche se in sostanza possono essere la stessa cosa, e avere gli stessi risultati, mi piace che si sia scelto un termine che sia volutamente laico. Certo sarebbe bello trovare l’analogo italiano, e mi pare che consapevolezza sia usato da parecchi, anche se, di nuovo, non è esattamente la stessa cosa 🙂

  6. E se si volesse approfondire? Mi sa che farò una ricerca in libreria. La cosa mi interessa parecchio: prima di tutto per me che sono una campionessa del vivere il momento pensando alle preoccupazioni del futuro, per dirne una. Ma anche per i miei piccoli: l’esempio del cioccolatino è mirabile!

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