Mentalità di crescita e mentalità fissa

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Due mentalità diverse, di crescita e fissa, per spiegare le diverse reazioni di fronte a errori e cambiamenti. Imparare a pensare “in crescita” si può e e aiuta l’autostima.

“Abbiamo visto un video in classe oggi” mi rivela il secondogenito a cena, e giù a raccontarmi, lui sempre super dettagliato nelle spiegazioni, i perché e i percome, le cose che hanno discusso, e che da ora in poi devono cambiare il modo di parlare di se stessi e di altri.

In realtà sapevo già di cosa si trattasse, la preside aveva convocato un incontro con i genitori in cui ha spiegato cosa stava per succedere, fra i bimbi e fra gli insegnanti.

Si parlava nel video di “growth mindset”, di attitudine mentale di crescita, in opposizione alla “fixed mindset”, la attitudine mentale fissa. Sono termini coniati da Carol Dweck,  eminente psicologa dell’Università di Stanford, in USA, che si occupa principalmente di motivazione, e motivazioni.

Secondo la teoria di Carol Dweck, i bimbi, ma anche gli adulti, hanno differenti attitudini mentali rispetto a quello che pensiamo essere un talento o una abilità.

Coloro che hanno una mentalità di crescita, pensano che l’intelligenza e le capacità non siano innate ma sono sviluppate con lavoro, persistenza, resilienza, e imparando dai propri errori.

Coloro che invece hanno una mentalità fissa, pensano che intelligenza e talenti siano innati, o ce l’hai o non ce l’hai, e se non sei portato per qualcosa, peccato.

Diventa molto interessante osservare come, persino in un’età abbastanza giovane e ricettiva all’apprendimento come quella della scuola primaria, le due attitudini siano già marcate. I bimbi con una mentalità fissa, spesso sono più precoci, riescono subito nelle cose, partono lanciatissimi, ma se sbagliano qualcosa, o anche se trovano qualcosa difficile, cominciano presto a sentirsi inadeguati, a pensare che se non ci riescono vuol dire che non sono bravi abbastanza, e quindi non vale la pena tentare. Questa mentalità porta ovviamente ad una autostima bassa, e anche a comportamenti opposizionali, come se volessero distrarre l’attenzione dal loro “fallimento”.

I bimbi con una mentalità di crescita invece danno molto valore allo sforzo, se sbagliano pensano che devono riprovarci, magari in un modo diverso, o magari impegnandosi di più, e sono più in controllo delle proprie azioni. Il fallimento non li definisce, ma li rende determinati e li motiva.

Il tutto ovviamente non si limita soltanto alle abilità accademiche e scolastiche, le due mentalità si applicano a molte fasi della vita, chi ha una mentalità fissa crede che quello che capita sia da attribuire alla (s)fortuna e che non ha voce in capitolo, o pensa che il fatto che una cosa risulti difficile, come imparare una lingua straniera o a suonare uno strumento, o anche mettere in atto i propositi dell’anno nuovo, sia chiaro segno che “non si è portati per la tale cosa”, e quindi si rinuncia subito.

Ci sono anche degli studi che mostrano come proprio l’attività del cervello cambia fra le due attitudini di fronte ad un errore: in studenti con una mentalità di crescita, dopo aver commesso un errore il cervello è in piena attività, cercando di capire cosa fare. In quelli con una mentalità fissa, dopo un errore si vede una calma piatta, il cervello cerca di “scappare”, si auto-inibisce.

A scuola quindi hanno parlato di queste cose, ma hanno anche spiegato ai bimbi come si può fare per cambiare mentalità: nel pieno spirito della teoria, una mentalità fissa non è innata, e una di crescita si può coltivare e raggiungere.

E a volte, molte volte, tutto parte da un semplice cambiamento di linguaggio. Per esempio, diceva mio figlio, se non so fare una cosa, non devo semplicemente dire “non la so fare”, ma devo dire “non la so fare ancora”. Cosa che trovo molto utile ricordargli nei momenti di frustrazione, lui così perfezionista.

Ma soprattutto, a scuola tutto il corpo insegnanti si è preso l’impegno collettivo di usare certe parole per comunicare con i bambini, e non usarne altre, e quindi il tono di voce della scuola intera si è adeguato a questo impegno.

Per esempio, ma questo succedeva già, si è molto attenti a non lodare in modo sperticato o generico, o in modo che faccia capire che qualcosa sia “naturale” o “innata” (ma sei geniale, ma sei bravissimo, ma sembri davvero portata per questa cosa) e invece lodare lo sforzo (hai lavorato bene e ci sei riuscito, sei migliorata tantissimo, hai trovato un’ottima strategia per risolvere il problema).

Oppure, si è molto aperti e anzi celebrativi nei confronti degli errori: uno dei modi migliori di imparare qualcosa è quello di sbagliare, ricordo un bellissimo filmato di Benjamin Zander, il geniale direttore della Filarmonica Giovanile di Boston, in cui diceva che quando tiene delle masterclass, a volte nota questi giovani musicisti che quando commettono errori, li somatizzano quasi, li vedi ripiegarsi su se stessi, curvare le spalle, abbassare il capo, e bisbigliare “mi scusi maestro”, e invece lui li incoraggia a fare il contrario, ad ogni errore a scattare in piedi, allargare le braccia, alzare la testa, e gridare “interessantissimo!!!!!”.

Ma la regola dell’ancora mi pare la più efficace e di immediato utilizzo, e una maestra mi raccontava di averla sentita più volte applicata spontaneamente dai bimbi stessi durante il gioco a ricreazione.

Pratichiamola anche noi quindi, ogni volta che pensiamo di aver avuto una pessima reazione e che non siamo buoni genitori, aggiungiamola in coda. Non siamo buoni genitori, ancora. Ma siamo qui per imparare no? Siamo genitori che crescono.

(PS il video che hanno mostrato in classe ai bimbi lo trovate qui https://www.youtube.com/watch?v=-_oqghnxBmY)

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