Mamme cattivissime

31

Il fatto che il libro della filosofa francese Elisabeth Badinter dal titolo “Le conflit. La femme et la mère” (Il conflitto. La donna e la madre) sia stato pubblicato in italiano con il titolo “mamme cattivissime?” fa sicuramente pensare su come queste tematiche siano viste nella cultura italiana, come se non bastasse il libro stesso a fornirci materiale su cui riflettere. Un libro che ha venduto e stravenduto, ma soprattutto ha smosso molte acque e ha fatto discutere ampiamente sull’argomento, persino in Francia.

La tesi principale della Badinter è semplice: la donna è stanca del suo ruolo di madre, perché è un ruolo che non dà soddisfazione, che mina la libertà personale e che viene vissuto come pieno di doveri. Il movimento child-free si inserisce proprio in questo contesto e la sua crescita è dovuta proprio alla visione della maternità come una prigione. Nessuna politica sociale a sostegno della maternità sembra dare frutti, nemmeno quella scandinava, e questo conferma che è proprio la donna che non vuole fare figli. La donna francese è l’unica che continua a sfornare figli perché abituata per motivi storici a delegare la cura dei figli e a continuare a vivere il suo ruolo di donna come il più importante e irrinunciabile (perdonate la sintesi eccessiva, ma che comunque mi sembra sufficientemente accurata).

Una buona parte del libro è dedicata alla descrizione di come le correnti naturaliste, impersonificate in quelle organizzazioni che spingono per riportare la maternità al suo ruolo naturale (a detta loro), stiano in realtà contribuendo a rinchiudere la donna nel suo ruolo di madre, agendo non solo attraverso la loro propaganda ma anche infiltrandosi in organi chiave quali ad esempio la World Health Organization, e influenzandoli nella divulgazione delle raccomandazioni senza, a detta della Badinter, una base scientifica a riprova delle loro convinzioni. Pur non condividendo pienamente il suo punto di vista mi sono trovata mio malgrado a riflettere su questi aspetti. E’ fuor di dubbio che il ritorno all’allattamento al seno rispetto al biberon è a totale svantaggio della libertà della donna, e mentre da un lato i vantaggi dell’allattamento sono stati evidenziati da diversi studi, la conseguenza psicologica sulla madre-donna e sul rapporto di legame con il bambino, non sono stati ugualmente analizzati, e al contrario vengono spesso passati come di importanza secondaria. Io credo invece che proprio l’aspetto del benessere psicologico della relazione madre-figlio dovrebbe essere messa al primo posto rispetto a presunti vantaggi dell’allattamento al seno, e forse si dovrebbe investire nel garantire un sostegno adeguato alla maternità anche nel ricordarci che l’allattamento è una cosa privata. Nel modello scandinavo, tanto criticato dalla Badinter questo avviene regolarmente, e il ruolo della nurse che segue la puerpera c’è anche quello di verificare il suo stato di salute psicologica per intervenire eventualmente suggerendo anche un allattamento misto. Eppure le statistiche mostrano che i paesi scandinavi hanno la quasi totalità di allattamento al seno, forse proprio grazie al fatto che l’allattamento è vissuto come naturale ma non obbligatorio, e il sostegno che si riceve è fondamentale per la sua riuscita.
La Badinter se la prende con l’istinto materno usato come bandiera per osannare il ruolo di madre insostituibile, con le teorie pedagogiche che portano il bambino ad essere al centro dell’educazione e della vita delle madri (ma i padri?), e non può mancare il rifiuto dell’epidurale per chi lo vede come prova da superare per poter dimostrare di essere delle madri degne di questo nome. Come sapete bene la sua posizione su questi temi non è lontana dalla nostra come abbiamo spesso discusso su questo sito, e pur trovandomi spesso d’accordo con quello che dice la Badinter non riesco a fare a meno di stizzirmi per il come e per il modo in cui tutto ciò viene espresso. Ho come la sensazione che un certo femminismo sia rimasto fermo a qualche anno fa, e continui a ripetere le stesse cose senza ascoltare quello che vogliono le donne.
Provo a spiegarmi meglio.
E’ evidente che certi meccanismi denunciati nel libro dalla Badinter stanno avvenendo, e molto probabilmente stanno avvenendo proprio nei termini da lei indicati. Però mi chiedo se non è il caso di preoccuparsi anche del perché. E’ troppo facile dire che c’è gente che fa lobby in una certa direzione, che ci sono persone che dis-informano basandosi su teorie para-scientifiche, ma bisogna riconoscere che c’è anche una recettività sviluppata rispetto a questi temi. Prendendo ad esempio il tema epidurale, è evidente che la medicalizzazione estrema che si vive in certi (anche troppi) ambienti ospedalieri ha portato le donne ad impuntarsi per il riscatto di uno spazio che viene sentito come proprio.
Forse qualcuno si è dimenticato di ascoltare le esigenze delle donne in tal senso? E allora è anche normale che se un gruppo di fanatici decide di cavalcare l’onda la cosa può prendere la mano e andare facilmente oltre quello fino a passare sull’altro lato della barricata. Dal niente al tutto. Dalla medicalizzazione estrema al parto in casa in acqua, dal biberon all’allattamento esclusivo al seno, dall’affidare i bambini alla balia a lasciare il lavoro per dedicarmi a mio figlio 24 ore su 24.

Ma non finisce qui. Nell’analisi delle varie politiche sociali in giro per l’Europa, la Badinter si scatena al meglio, snocciolando statistiche in merito alla quantità di congedo parentale, materno e paterno, in base ai modelli sociali scelti.
Il modello scandinavo sembra sfuggirle dalle mani, e in particolare riferisce statistiche che non molto aggiornate (e lo ammette lei stessa) per sostenere la tesi che persino nei paesi scandinavi in cui tanti soldi della spesa pubblica vengono impiegati in politiche di sostegno della maternità la crescita dei figli non sta aumentando (appunto statistiche vecchie, perché invece è in crescita e da una ricerca rapidissima in rete ho trovato statistiche che dicono il contrario, ad esempio qui e qui). Certo il suo modo di leggere le statistiche è che i padri non stanno a casa quanto le madri (verissimo) ma il fatto che negli ultimi 10 anni si sia triplicato il numero di padri che si dedica alla cura parentale mi sembra un segnale evidente di come le cose stiano cambiando nella direzione giusta, come spiegavo anche in questo post.
Sulle statistiche che riguardano l’impiego delle donne in ambito lavorativo in Svezia e non, non sono ancora riuscita a fare qualche ricerca sensata, e quindi rimando la discussione ad un prossimo post. Però non ho potuto fare a meno di ripensare ad un rapporto che metteva in relazione l’alta fertilità francese con la stabilità economica, e di cui avevo discusso qui. Sarebbe molto interessante capire in che modo la cultura diffusa della mère francese si inserisce in questa analisi economica, e se la tesi della Badinter non sia invece basata sul suo giudizio personale di come sia giusto essere donna e madre.

Detto ciò è un libro che mi sento di consigliare a tutte/i perché dà comunque molti spunti di riflessione importanti su come viviamo il nostro ruolo di madri e di donne, e che a me ha fatto riflettere veramente molto, ponendomi di fronte ad una valanga di interrogativi a livello personale sul come io vivo la maternità.

Chi di voi l’ha letto? Che ne pensate?

Se ti fosse venuta voglia di comprare questo libro, fallo utilizzando uno di questi link e aiuterai questo sito a crescere:
in Mondadori
lafeltrinelli.it
amazon.it

Prova a leggere anche:

31 COMMENTI

  1. @Close, non so a quando risalgono i dati su cui si basa l’analisi della Badinter, ma la Germania di cui parli nel tuo riassunto non corrisponde assolutamente alla Germania in cui mi sto riproducendo 🙂 La storia che l’epidurale in travaglio non è prevista, poi, è semplicemente falsa. In qualunque ospedale con reparto maternità è presente l’anestesista 24 ore su 24 e l’epidurale te la fanno di corsa appena la chiedi (beh certo non se la chiedi in fase di spinta). A me addirittura, vista la piega che stava prendendo il mio parto, l’ha caldamente consigliata l’ostetrica ancora prima di darmi l’ossitocina, e notare che ho partorito mia figlia in un ospedale dichiaratamente pro-parto naturale, con tassi di epidurale e cesareo al minimo indispensabile (sì sono andata lì per mia scelta. Oops no scusate, sicuramente sarò stata plagiata.)

    Gli assegni familiari per incoraggiare le donne a rimanere a casa 36 mesi, ti prego spiegami come fare ad averli perché ci metto subito la firma.

    Per il resto, le politiche familiari tedesche negli ultimi 15 anni sono così sbilanciate a favore delle donne con ottimo livello di studio e un ottimo lavoro, ma così sbilanciate, che t’assicuro spesso me ne vergogno. Il messaggio sembra proprio essere: se siete disoccupati non fare figli, se non avete un contratto con tutti i crismi non fate figli, perché non c’è trippa per gatti. D’altra parte se sei “in carriera” (qualunque cosa questo significhi), voilà il congedo di maternità/paternità pagato al 67% per 12 mesi, ovviamente se nel frattempo lavori part-time guadagni anche di più che te lo dico a fare; e magari bisogna combattere un po’ ma stai tranquilla che il posto al nido e poi all’asilo si materializza. Non necessariamente al nido privato eh… a quello comunale o parificato, quindi con rette assolutamente accessibili.

    E sto parlando solo della ex-Germania Ovest. Nell’ex-DDR i posti al nido ci sono per quasi tutti, i bambini ci vanno tranquillamente prima dell’anno e le donne tornano a lavorare ed è la cosa più scontata di questo mondo.

    Il “modello tedesco” è sicuramente molto migliorabile su tanti fronti, ma le cose negli ultimi 15 anni sono cambiate ENORMEMENTE rispetto a quello che racconta la Badinter.

    A proposito: non ho statistiche ma a livello aneddotico ti posso dire che le mogli dei miei colleghi che hanno avuto figli circa 15 anni fa, quando la situazione era più o meno come la descrivi, e che sono rimaste a casa senza lavorare anche 8-10 anni perché poi un figlio tira l’altro… poi a 45+ anni hanno cominciato a rientrare al lavoro. In base ai loro studi e alle loro competenze – fermo restando che ovviamente devono fare un gran lavoro per rimettersi in pari. Non so se in Italia questo sarebbe possibile.

    Riassunto: il “modello tedesco” della Badinter non rispecchia la Germania di oggi, temo che i dati siano vecchiotti, probabilmente sono vecchiotti anche i dati che riguardano gli altri Paesi, e a ‘sto punto se il “modello italiano” descritto dalla Badinter rispecchia l’Italia di oggi, ci dobbiamo proprio preoccupare – nel senso che possibile che in tanti anni non sia cambiato nulla??

  2. “Soutenir la maternité à temps partiel, que d’aucuns considèrent pourtant comme insuffisante et donc coupable, est aujourd’hui la voie royale de la reproduction. En revanche, exiger de la mère qu’elle sacrifie la femme qui est en elle ne peut que retarder plus encore l’heure de la première maternité et même la décourager”.

  3. Ed eccomi! 🙂 dopo la frase di Serena mi sento un po’ addosso l’ansia da prestazione 😀 L’ho trovato senza dubbio un libro da leggere e mi dispiace molto che la traduzione italiana del titolo selezioni solo le mamme fra il pubblico, quando in realtà secondo me dovrebbero leggerlo tutti. Discutibile in alcuni punti, ma con la caratteristica di far aprire gli occhi come può solo un buon libro di antropologia. Temo che non sarò così sintetica come avrei voluto 😉

    I capitoli più azzeccati secondo me sono il 1° sulle ambivalenze della maternità, di cui mi sembra si inizi solo ora timidamente a parlare, per lo meno in Italia, anche se ancora oggi le mamme che osano dire che non sono sempre al settimo cielo con il figlio spesso e volentieri si vedono accusate di mostruoso egoismo. Il 2° sulla “santa alleanza dei reazionari” dove si illustra secondo me molto bene il Discorso naturalista sulla maternità e le implicazioni che ha sulle politiche sanitarie e sociali relative alla genitorialità: la colpevolizzazione di chi non allatta al seno, di chi chiede l’epidurale in travaglio, di chi manda il figlio al nido ecc. Il 6° sulle childfree per caso, cioè sulle donne che per molti motivi hanno posticipato la loro maternità fino ad escluderla dalla loro vita, mostrando come loro per prime condividono l’ideale “naturalista” – nel senso di totalizzante – di maternità, decidendo che non fa per loro. Notevole anche la parte sulla Leche League anche se ho letto che qualcuno contesta la correttezza delle fonti. Tutto questo passo e quello sulla critica delle figlie delle femministe mi ha fatto perfino sospettare che il libro fosse stato scritto in quanto … nonna femminista messa in discussione dalle sue figlie 😉 ma sono meschina. Vado avanti.

    L’obiettivo di Badinter mi sembra evidentemente quello di difendere il modello francese, in cui storicamente si considerava che la donna avesse più doveri verso il marito che non verso il figlio, e in cui oggi la “maternità part-time” è uno dei fattori che permette alle donne di arrivare più facilmente ad avere anche tre figli. La critica al modello svedese per certi aspetti mi è sembrata strumentale a questa argomentazione, per esempio quando dice che la Francia batte la Svezia (2.0 figli per donna rispetto a 1.9, non mi pare questo gran divario, e soprattutto la Norvegia è anche lei a 2.0!).

    Tuttavia mi sono sentita costretta a confrontarmi con il passaggio in cui si domanda come può essere vissuto l’allattamento in un paese dove le percentuali di allattamento al seno sfiorano il 100%, e se il soffitto di cristallo per le Svedesi non ha per caso preso un’altra forma, cioè una divisione per generi del lavoro fra pubblico e privato.

    Rimane il fatto che il confronto con il modello Italiano/Tedesco/Giapponese è rivelatore: il Discorso sulla maternità è della serie “Devi tutto a tuo figlio e se non lo fai sei un mostro” , come conseguenza nessun sostegno o quasi in termini di servizi (asili nido introvabili e guardati con sospetto, ecc.): nel caso della Germania gli assegni familiari sono usati per incoraggiare le donne a rimanere in casa ad accudire il figlio fino ai 36 mesi.
    Risultato: le donne posticipano sempre di più la maternità e in qualche caso la rifiutano: i tassi di natalità sono bassissimi e in aumento le donne senza figli (un quinto le italiane contro a un decimo delle francesi).

    Di mio aggiungerei il tassello che in nessuno di questi tre paesi si prevede l’epidurale in travaglio su richiesta, o comunque è un miraggio: è un aspetto che secondo me rivela la coerenza e la pervasività del Discorso sulla maternità.

    Infine sono rimasta molto colpita dalla previsione di Badinter secondo cui la riscossa dei naturalisti che vorrebbero le madri rimanere in casa rinunciando alla loro vita di donna può avere una conseguenza imprevista: grazie alla contraccezione, sempre più donne potranno sottrarvisi semplicemente rinunciando alla maternità, segretamente odiate e invidiate dalle donne che invece si sono sentite più sollecitate a fare figli. Con la probabilità che a non fare figli saranno le donne che hanno più investito in cultura e lavoro, e a fare figli quelle dei ceti medio-bassi.

    Sollevare le madri dalla fatica facendo entrare lo Stato (come in Francia) o i padri (come in Svezia) sembra l’unica soluzione per non arrivare a una situazione orwelliana dove le donne veramente devono scegliere tra essere donna e fare la mamma. A me sembra questo il messaggio più importante, da tenere presente.

  4. @Barbara, forse mi sono espressa male, ma non intendevo nessuna delle cose a cui ti riferisci. Semplicemente ritengo che pur avendo i figli bisogno di entrambi i genitori, uomo e donna sono e saranno sempre diversi per natura così come sono e saranno sempre diversi, seppure entrambi indispensabili, i ruoli materno e paterno tanto nel modo in cui uomo e donna li sentono e vivono, quanto per come i figli stessi li vivono. Cambiano inoltre anche in base al momento in cui ognuno li vive (penso per esempio a come cambia la percezione reciproca dei genitori e dei figli nelle varie fasi di crescita). Credo che molto del movimento femminista sia nato e si sia sviluppato (a mio parere erroneamente) nel tentativo di rendere la donna “identica” all’uomo (nei modi, negli atteggiamenti, nel vivere famiglia e lavoro, nei rapporti di potere, etc.) più che “pari” a lui nella dignità di persona seppure mantenendo le peculiarità di una natura essenzialmente diversa e per questo anzi complementare. Concordo invece pienamente con te sul fatto che i rapporti si costruiscono e anzi credo che le fondamenta siano proprio nel rispetto delle singole e diverse nature di ogni individuo che vi prende parte (uomo, donna, bambino, adolescente…).

  5. @milena scusami ma non capisco cosa intendi. Vorresti dire che la dimensione ottimale dell’essere donna consiste nel bilanciare maternità e vita personale (intesa innanzi tutto come lavoro e carriera personale) mantenendo come primaria la “funzione” materna? In maniera comunque diversa da come possa fare un uomo che non ha bisogno della dimensione paterna per essere socialmente accettato? E che comunque non vive la paternità come una donna vive la maternità?
    Se è così non mi trovo d’accordo con te. Che la maternità possa essere preponderante nei primi mesi di vita del bambino posso essere d’accordo, specialmente se si allatta al seno, ma poi le cose cambiano. A me la mia vita di prima manca, e ti assicuro che non è una questione di accettazione sociale, anzi, mi sento molto più accettata adesso di quando lavoravo full time e mettevo la famiglia in secondo piano. E’ proprio una questione di soddisfazione personale, di realizzazione. E poi forse ho molta fiducia nei padri, e bisogno di sentire accanto a me un altro genitore che condivida gli sforzi, le fatiche ma soprattutto le gioie e le soddisfazioni che un figlio dà. Ma soprattutto voglio che mia figlia cresca con la consapevolezza che ci sono due persone, alla pari in tutto e per tutto, che si sanno prendere cura di lei e crescerla con lo stesso affetto e la stessa dedizione. E vedo che anche lei vuole questo: dopo due giorni di scuole chiuse e lei e il papà a casa e io al lavoro, chiede il papà più spesso. Le piace stare con lui e coinvolgerlo nelle sue giornate. Sono contenta che abbiano degli spazi solo per loro così come ne ha solo con me e che ne abbiamo altri come famiglia unita. I rapporti si costruiscono, non vengono per natura.

  6. Io non ho letto il libro e leggo solo ora il post. Confesso che ho sempre provato un certo fastidio rispetto ad un’impostazione pseudo-femminista in cui l’unico modo “giusto” di essere donna debba per forza essere nel compararsi all’uomo, a quello che può fare lui in società, nel lavoro e, alla fine, in famiglia e nella cura dei figli. Rimango dell’idea (naturalmente mia personale, frutto della mia esperienza e che non vuole criticare nessuna altra idea diversa o contraria) che la maternità e l’accudimento dei figli è geneticamente parte dell’essere donna e che tutti questi conflitti nel vivere questa dimensione della femminilità sono scaturiti dalla storia e dallo sviluppo socio-economico che hanno portato alla lotta femminista per la “parità dei diritti”. Credo fermamente che se non si fosse storicamente verificata una dinamica di oppressione dell’uomo sulla donna e di lesione di questa nei suoi diritti fondamentali di “persona” (come avvenuto rispetto ad altre categorie “deboli” di persone come i disabili, o la gente di razze diverse considerate inferiori) noi oggi ci sentiremmo libere di vivere la nostra dimensione di donne e madri in maniera perfettamente integrata. Se non avessimo una società che oggi ci impone di realizzarci professionalmente e individualmente per essere “accettate” non staremmo così male rispetto a gravidanza, allattamento, “attachment parenting”,etc… così come se 100 anni fa non avessero obbligato le donne a stare a casa a sfornare figli e a fare le schiave per un marito padrone per essere socialmente “accettate” non ci saremmo trovate a dover per forza dimostrare di sapere essere “come” gli uomini, di sapere e di volere stare lontane dai nostri figli 12 ore al giorno come loro, di volere per forza riprendere lo stesso lavoro di prima dei figli, di voler conservare per forza le stesse ambizioni, quando poi invece tutte sappiamo profondamente dentro di noi che dopo aver avuto un figlio, non sei più la stessa (e secondo me in meglio)…. Certo forse parlo del paradiso…ma secondo me ognuna di noi merita di conoscere ed avere quello che è nostro diritto fondamentale: esistere come DONNE e realizzarci in ogni nostra dimensione nella sua pienezza: madri e persone, perché per noi l’una non può prescindere dall’altra. (scusate la lunghezza).

  7. @Lutlia, sul primo punto forse si tratta di testi per gli addetti ai lavori? Non voglio essere polemica e non so, ma la mia esperienza personale di puerpera ti assicuro interessata e informata è che ho trovato un sacco di libri sull’educazione in senso lato, sul gioco, sul sonno, ma nulla sull’allattamento. Ero anche meno interessata, lo ammetto, sapevo di voler allattare e ho anche avuto dei problemi a iniziare, ma non mi sono mai posta dei traguardi temporali. Mia sorella ha sofferto di ragadi, mia madre mi ha allattato per soli 3 mesi e ha cominciato con le aggiunte a 40 giorni, in ospedale sono stata incoraggiata, ho visto la mastite di mia cognata eccetera, ma sapevo che potevano esserci dei problemi ed ero pronta ad affrontarli. Ho pensato: finchè dura bene, poi si vedrà anche con la mia vita. Mi sembra un atteggiamento molto naturale e libero da sensi di colpa, sinceramente le indicazioni dell’OMS che non ha mai visto in faccia nè me nè mia figlia mi interessano meno del nostro equilibrio personale e familiare (e questo in parte risponde anche al secondo punto).
    Sulle indicazioni frammentarie suppongo che ci siano tantissime correnti di pensiero, ognuna delle quali ha fondamenti medici, psicologici o di comune buon senso che dominano sugli altri. Forse ognuno di noi deve solo scegliere qual’è la corrente di pensiero adatta a sè: se ritieni la salute fisica di tuo figlio la cosa più importante allatti più a lungo possibile tenendoti le ragadi, se non ce la fai smetti presto, se hai un lavoro che mantiene tutta la famiglia hai poche scelte, insomma le situazioni sono talmente diverse che credo alla fine ognuno scelga soprattutto in base alle proprie necessità… o forse per me è stato così e ho gli occhi foderati di prosciutto, non lo so 🙂

  8. Il libro l’ho letto in francese. Prima che uscisse in Italia. Ho trovato terribile la traduzione del titolo in italiano, si vede che fin da subito si voleva creare polemos. Sarebbe stato meglio limitarsi ad una traduzione letterale:il conflitto, la donna e la mamma. Credo che l’analisi della filosofa, al di la’ di ogni ragionevole dubbio, abbia una fondatezza oggettiva, il problema della scelta. La questione e’ pse le donne, a differenza degli uomini, siano proprio libere di perseguire il loro cammino che sia in bilico tra conciliazione oppure totalizzante(solo mamma o solo donna).

  9. @Barbara, a me pare che esista invece una letteratura psicologica amplissima sia sul disagio delle madri che sugli esiti psicologici dell’allattamento sui bambini. E’ che forse chi si occupa di questi settori non incrocia facilmente chi scrive le linee guida sanitarie, o perlomeno non in maniera esaustiva. Mi sembra che di singoli professionisti privati e di Asl sensibilizzate (anche disponendo risorse) al sostegno donna-bambino in periodo perinatale ce ne sia una crescente quantità. Ma il messaggio che esce da questi servizi è oggettivamente schizofrenico e frammentario, e dico proprio frammentario, che è cosa ben diversa da pluralista, nel senso che lo stesso corso preparto può offrire un’ostetrica naturalista e formata a pompare l’allattamento, anche prolungato, e una psicologa che dice non solo che la madre deve tutelare il proprio sentire, ma anche che allattare oltre un certo periodo è potenzialmente pericoloso per il bambino.

    Quanto al secondo punto, non sono d’accordo: le madri, generalmente, a mio avviso sono molto influenzate sia dal senso comune che dai “consigli degli esperti”. Un allattamento può interrompersi o non partire per via di un pediatra che ti dice che il tuo latte non è nutriente, informazione scientificamente infondata. All’altro estremo, una madre sfibrata dall’allattamento a richiesta può far fatica a decidere di interromperlo perché ligia al dettame dell’OMS su quanto prezioso sia il latte di mamma. Ma anche senza i casi estremi, una madre può far fatica a prendere decisioni ad esempio lavorative, anche nel corso di un allattamento sereno: un conto è svezzare a 6-8 mesi un bimbo in modo tradizionale e dal nono essere teoricamente pronte al rientro al lavoro con inserimento al nido, tutt’altra storia è procedere con l’introduzione graduale degli alimenti complementari per un bimbo che magari si mostra ben poco interessato al cibo fino all’anno e oltre, e volendo seguire i suoi tempi, procrastinare il proprio ritorno all’attività professionale. Fare chiarezza a mio avviso è una responsabilità degli addetti ai lavori.

  10. @Lutilia, comprendo il tuo commento e provo a dare due spunti di riflessione: un motivo per la schizofrenia di cui parli potrebbe essere che non c’è una posizione precisa e provata scientificamente (diciamo medicalmente, và) perchè non gliene frega niente a nessuno, specialmente delle eventuali difficoltà psicologiche della madre. Che trattare la psicologia di un neonato è decisamente molto difficile, come ogni genitore sa, e la madre dal momento che ha partorito non è più una persona, ma un essere totalmente orientato e dedicato al neonato. Quindi delle sue difficoltà non vogliamo sapere, anzi, guai a lei se ha difficoltà, non si azzardasse a buttarcele addosso, che quello che deve fare ce l’ha scritto nel DNA o glielo dice l’Istinto Materno. Ok, l’ho detto in modo molto crudo ed esagerato, ma quante volte abbiamo parlato della solitudine delle puerpere, del senso di smarrimento, di perdita della propria personalità? Io in effetti posso comprendere fino a un certo punto perchè non posso dire di aver provato queste cose: ero una sorvegliata speciale per depressione post-parto e la mia famiglia si occupava più di me che della neonata, per fortuna inutilmente, ma sono decisamente un caso raro. I racconti delle madri mie amiche e che scrivono su questo sito sono illuminanti.
    L’altro punto di vista invece è prettamente pratico: a parte problemi particolari, smettiamo di allattare per motivi nostri, quando lo scegliamo noi. O il bambino (ricordo il divertente post di Serena quando Pollicino le fece capire che ne aveva avuto abbastanza). E meno male, mi sento di dire, almeno in questo siamo davvero libere di scegliere sulla base di ciò che vogliamo e/o riteniamo giusto. C’è chi finisce la maternità e le va via il latte se non dà le sue 5 poppate al giorno, chi non ne può più delle ragadi, chi viene morsa una volta di troppo, chi passa alle pappe in fretta perchè al vitellino il latte non basta, chi non ne può più di fare da ciuccio notturno (io, a 9 mesi) e chi più ne ha più ne metta. E allora quando arriviamo a quel punto li seguiremmo davvero i consigli dello psicologo? Sinceramente, io no.

  11. Io l’ho letto Serena, ci ho scritto una tesina che ho parzialmente messo nel mio blog e l’ho recensito, come blogstorming di questo mese 😉 La mia impressione è identica alla tua, direi, sia sui punti di forza del libro che sulle debolezze. Tra i tanti spunti validi che proponi mi colpisce particolarmente questo:

    “e mentre da un lato i vantaggi dell’allattamento sono stati evidenziati da diversi studi, la conseguenza psicologica sulla madre-donna e sul rapporto di legame con il bambino, non sono stati ugualmente analizzati, e al contrario vengono spesso passati come di importanza secondaria.”

    Oltre all’impatto sulla madre e le sue ricadute sul figlio che tu citi, c’è un altro aspetto collegato. Il muro contro il quale ho continuato a sbattere durante le mie ricerche è la posizione della psicologia, o meglio delle psicologie, nei confronti dell’allattamento prolungato e delle pratiche di accudimento “ad alto contatto” come vengono definite in Italia (all’estero si parla più di attachment parenting e si fa riferimento alla puericultura promossa dalla Leache League). E inoltre, il ruolo delle discipline psicologiche nella definizione delle linee guida per la salute materno infantile. Mi è apparso chiaro che c’è una corrente autorevole, forse prevalente, della psicologia clinica e della psicanalisi che considera l’allattamento oltre l’anno potenzialmente patologizzante per lo sviluppo psicoemotivo del bambino. Questo cozza drammaticamente con l’indicazione dell’OMS di allattare fino a due anni e oltre, fatta propria ormai dalle istituzioni sanitarie e pediatriche di mezzo mondo. Della differenza Occidente/Terzo mondo sempre citata in questo caso, che appare pure sensata, in realtà non viene dato conto in nessuna sede istituzionale. Resta una diceria sulla bocca degli addetti ai lavori. Com’è possibile che quanto viene così caldamente raccomandato come un caposaldo della salute, sia osteggiato dalla comunità psicoanalitica? E’ un tipo di schizofrenia che ancora non sono riuscita a spiegarmi

  12. Uffa sto col cell e non posso divagare come vorrei (nota di servizio: che fastidio questo pop-up sull’adozione a distanza!)

    Close, in austria non ho idea ma in Germania le cose sono cambiate molto negli ultimi anni, col congedo di genitorialita’ sl 67% dello stipendio (dal 2007) posso decidere se stare via dal lavoro dai 2 mesi minimo a massimo un anno ( o 14 mesi se il congedo e’ condiviso col padre). Inoltre dal 2013 ogni bambino dai 12 mesi ha diritto per legge a un posto all’asilo. Una donna con un buon lavoro ha tutti gli incentivi a tornare il prima possibile. Il governo federale fa molta pressione in quel senso, semmai il problema e’ che i comuni (che devono provvedere agli asili) non riescono a star dietro alla domanda.

    Forse ci vuole un post sulle politiche familiari comparate, ci sono troppe cose da dire.

    Serena ma che me ne frega a me delle critiche? 😀 c’e’ sempre qualcuno che ha qualcosa da ridire, qusndo hai figli. Iovoglio poter decidere quanto sto a casa con la figlia neonata e la legge e’ dalla mia, il resto s’attacca!

LASCIA UN COMMENTO