Mamma senza filtro?

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Un guestpost estemporaneo ed ispirato di un’amica e blogger di talento: Chiara Yeni Belqis.
I genitori sviluppano una doppia personalità? Essere madre o padre ed essere se stessi, sono due cose diverse? Ci libereremo un giorno dal ruolo? Una riflessione, per oggi, un po’ così.

Quando si diventa genitori è praticamente inevitabile una riflessione sulla propria infanzia e sul modello di genitorialità che a ciascuno di noi è stato proposto. Io ho sempre ritenuto, ad esempio, che i miei genitori avessero fatto con me un ottimo lavoro. Se avessi dovuto indicare il loro punto di forza più vistoso era probabilmente la coerenza e la compattezza. Senza essere eccessivamente autoritari, non lasciavano trasparire mai una discrepanza nel loro sistema educativo. Avete presente quelle piccole incongruenze tra padre e madre in cui i figli si insinuano abilmente per trarne vantaggio? Apparentemente tra loro non esistevano.

Certo, crescendo anche io mi ero resa conto che quel risultato era frutto di astuti espedienti, di risposte lasciate in sospeso, di ritirate strategiche (per lo più di mio padre) quando le circostanze diventavano troppo scivolose. Ma lo hanno sempre saputo fare con arte e stile e io, come figlia, sono cresciuta sicura e appagata dalle regole chiare e dalle altrettanto nette convinzioni che mi sono trovata a fare mia con naturalezza e senza particolari ribellioni adolescenziali (almeno di sostanza).

Tuttavia una cosa, diventata adulta, mi ha spiazzato. Quando hanno iniziato a rilassarsi, perché anche l’ultima figlia era abbondantemente laureata e autonoma, hanno iniziato a concedersi di esprimere se stessi senza mediarsi più di tanto. Non fraintendetemi, non è che prima recitassero. Ma, specialmente mia madre, evidentemente aiutata da un temperamento disciplinato e sostanzialmente introverso, aveva semplicemente evitato con sistematicità di esporre noi figlie alle sue fragilità, alle sue esitazioni e persino a alcune sue caratteristiche, assolutamente innocenti, che però potenzialmente intralciavano il suo ruolo quotidiano di moglie e di madre: amava mangiare fuori (e non lo faceva mai, neanche in vacanza, per assecondare mio padre che invece non lo gradiva – ma sarà stato poi vero? oggi inizio persino a sospettare che a nessuno dei due andasse di andare al ristorante con bambini al seguito), amava la Coca Cola, amava i gatti che non ha mai voluto in casa, prestandosi a recitare la parte della severa e inflessibile (mentre più probabilmente era mio padre a non avere dimestichezza né passione per gli animali in appartamento). Semplificando un po’, ho avuto l’impressione di iniziare a conoscere i miei in modo più realistico quando loro si sentivano “un po’ meno genitori”.

Io ho un temperamento molto diverso da quello di mio padre e di mia madre. Non ho e non ho mai avuto particolare autocontrollo. Io ho visto mio padre piangere forse solo una volta e mia madre un po’ di più, ma esclusivamente quando aveva passato i 60. Io davanti ai miei partner verso fiumi di lacrime, ma talora mi è capitato di piangere in ufficio, per strada e, ovviamente, davanti a Meryem. Altrettanto apertamente manifesto la mia gioia, il mio entusiasmo, il mio affetto, la mia indignazione. Evidentemente con la maturità ho cercato di imparare a tenermi entro i limiti del buon senso, dell’educazione e dell’opportunità. Ma più in là di tanto non vado.

La mia maternità chiaramente si va costruendo su di me e sulla mia storia e dunque si allontana molto dal modello di genitori che io ho sempre considerato valido. Per certi versi ho meno certezze. Per altri, faccio più caso ad aspetti che per i miei non erano così importanti (forse per loro valutazione, forse perché sia io che loro siamo stati condizionali dai “temi caldi” di cui si discute negli ambienti che frequentiamo, dall’uso della televisione all’organizzazione dei compleanni). Di una cosa sono certa: nessuno può interpretare la parte di un genitore diverso dal genitore che è, o che sta diventando. Con questo non voglio dire che non bisogna mettere testa e attenzione nel proprio atteggiamento di genitore, limitandosi a riversare sui bambini gli impetuosi moti del proprio animo: credo che per ciascuno di noi esista una certa, più o meno voluta, divaricazione tra identità di genitore e identità tout court. Ma gli esiti di questa ricerca, peraltro in continua evoluzione, sono diversi tra loro quanto lo sono le nostre impronte digitali. Mi sono quindi data pace: non sarò una madre come mia madre, anche se per molti versi la promuovo a pieni voti (e non so davvero se lo stesso potrò dire per me stessa). E comunque quando si è genitori come si fa si sbaglia. Questa è una delle poche certezze che mi sono rimaste.

La foto che illustra questo post ci è stata messa a disposizione da Flavia di VereMamme (CiVorrebbeUnaCoach) ed è una sua foto di famiglia. Grazie

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11 COMMENTI

  1. Sono più che convinta che da genitori si cambia. Non è che non siamo noi stessi, ma come in altre tappe della vita, anche nella tappa in cui si diventa genitori, qualcosa di noi cambia. C’è chi cresce e raggiunge una sua stabilità emotiva superando i “fantasmi” del passato e chi invece diventando genitore si trova ad affrontare quei “fantasmi” di cui prima ignorava la conoscenza. Io e mio marito viviamo proprio questa situazione: io diventando madre ho acquisito una sicurezza e una stabilità che mai nella mia vita avevo avuto; mio marito invece nel ruolo di padre (che pur svolge eccellentemente) ha scoperto lati della sua personalità che ignorava. E sono d’accordo con Daniela quando dice che “saranno loro i nostri giudici”, perchè per quanto ti sforzi di fare al meglio, quel “meglio” è il tuo e sarà tuo figlio e solo lui a dirti se quello è stato il “meglio” anche per lui.

  2. Sono d’accordo con Daniela quando dice che il risultato dipende dai figli. Io non ho notato (ancora) questa trasformazione da genitori a nonni, forse i miei non riescono ancora a lasciarsi (e lasciarmi) andare e mi sentono ancora figlia, oppure non hanno compresso la loro personalità per questo. Però se per essere se stessi intendiamo “sbroccare” e piangere davanti ai propri figli… non lo so, dipende dall’occasione – e certo, dal come. Credo che farsi vedere piangere “forte” davanti a tuo figlio sia una cosa estremamente destabilizzante, e sarebbe meglio controllarsi.

  3. Ho sempre pensato che il risultato poi dipendesse dai figli… Ho sentito adulti ringraziare per gli scuolaccioni, e altri rinnegarli, alcuni che ringraziavano la severità dei genitori, altri erano grati perché hanno potuto essere liberi, sbagliare, soffrire, ma senza troppi vincoli… Ecco, dipende da chi hai davanti, se è un figlio forte e autonomo, forse sta meglio con poche regole, se è insicuro gliene servono di più, se è affettuoso vuole una madre fisica e coccolona, se è un “orsetto” come la mia, vuole una madre che sa mantenere le distanze.
    Certo, il meglio sarebbe partorire con il modello stampato addosso, come la matricola per le macchine, ti esce il pupo e ci trovi sopra “modello introverso, richiede poche parole e una presenza discreta” o “modello espansivo/sognatore, necessita di essere annaffiato sovente con fiabe e favole, una guida che lo aiuti a non perdersi nel mondo reale e coccole a volontà”. Perché poi l’impressione è che quando hai capito che tipo ti è passato per le mani, ecco, come dire, è passato.
    E così ormai ho deciso che quando mi chiedo “avrò fatto bene? Dovevo essere più comprensiva/severa?” esagero. Ho fatto il meglio sul momento, magari ero stufa e incavolata ma tanto non ti passa a comando perchè non sei un manuale, e comunque sia, saranno loro a decidere da adulti se gli stava bene o meno. Saranno loro i miei giudici, e non so se c’è modo per accattivarmeli un po’, per ora non l’ho trovato…

  4. Il tuo post mi ha fatto pensare a come sono Io senza di Lei, mia figlia , cioè.
    Che cosa ci ho perso e che cosa ci ho guadagnato. Tra l’altro proprio ieri pensavo che in una routine, fatta nell’ultimo mese di ufficio-parco – casa, avrei bisogno di stare un po’ per i fatti miei. E basta.
    Diciamo che con lei ho perso per forza di cose quel lato un po’ irresponsabile e sbarazzino che mi ha sempre contraddistinto. Insomma, divento più pesante, inutile girarci attorno. Però, magia, con lei divento stabile emotivamente. Insomma ‘na roccia! Io, quella degli spleen adolescenziali e degli sbalzi d’umore giganteschi, boom! di botto la sua felicità diventa la mia più grande soddisfazione …con tutti i distinguo, chiaro.. Però, niente, comunque mi basta pensare a lei per sentirmi meno triste.. Magie inaspettate della maternità!

  5. Va detto che la madre in questione aveva cresciuto 5 figlie, di cui 3 nate nell’arco di un solo anno solare… Un po’ di piglio generalesco era necessario!

  6. comunque, scherzi a parte. Credo che la nostra identità sia sempre multipla, nel senso che in contesti diversi assumiamo stili e metodi di comunicazione diversi, e quindi di fatto diventiamo persone diverse, senza per questo dover tradire i nostri valori e la nostra natura più profonda. Non li chiamerei filtri, forse, ma abiti/cappelli mentali. saperli usare tutti è una forza. Quello di genitori/educatori è solo uno dei tanti nostri cappelli, ed è certo il più impegnativo. Mi ha fatto molta tenerezza l’idea di questa madre che a un certo punto, finalmente, si “rilassa”…

  7. Bel post, molto toccante. Riflettendo credo che i miei genitori si siano sempre posti in maniera abbastanza coerente nei miei confronti.
    Le differenze di atteggiamento, se posso chiamarle così, sono dovute al fatto che diventando adulta ci siamo posti su un piano di effettiva parità e di scambio, per cui il nostro rapporto è diventato anch’esso più maturo, io non sono più “solo” una figlia e loro non sono più “solo” genitori, ma siamo persone autonome con un forte legame affettivo.
    A volte vedo genitori che considerano i figli sempre come dei bambini anche a 40 anni: credo che questo non aiuti l’autonomia e lo sviluppo della maturità dei figli e contribuisca a mantenere un rapporto sbilanciato.
    Per carattere non sono una che finge, quindi spero di pormi con mia figlia in maniera trasparente ed essere capace di crescere con lei, errori compresi!

  8. Fino alla fine ho sperato che fornissi il famigerato libretto di istruzioni, e invece ti arrendi alla frase più vera mai sentita: come si fa, si sbaglia!
    Bellissimo post.

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