La madre dell’adolescente: manuale di soccorso

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La pedagogista olandese offre alla madre italica l’occasione di strapparsi quel benedetto pezzo di core adottando il metodo: Arrangiati e Spera, che viene in soccorso del genitore dal cuore tenero.

Come mi ritrovo io nel mio ruolo di madre di adolescente? Ah, signora mia, stendiamo un velo pietoso. Negli ultimi anni come raccontavo qui, tra le maggiori esigenze di cura dei figli e la crisi nel mio lavoro, quella che gestisce maggiormente il fronte casa sono io. E tra figlio maschio adolescente e madre italica i conflitti spesso si risolvono con litigate clamorose.
Eravamo arrivati al punto che se mi mettevo a far ripassare i compiti a Ennio, anche con le migliori intenzioni, il prozac e la santa pazienza, dopo pochi minuti le urla si sentivano dal piano di sotto. Un po’ lo spirito di contraddizione dell’adolescente, un po’ le dinamiche interne, resta il fatto che lo stronzetto la creatura da me non accettava niente, mentre col padre si tacitava, magari brontolando, ma eseguiva.

Va bene il carattere, va bene l’autorità, va bene che mio marito tentava di ricordarmi “sei tu l’adulto” ma le scintille c’erano. Ho deciso di tenermele, senza esagerare, ma senza sentirmi in colpa. (La parte peggiore, ovviamente, è quella in cui il padre risponde: “ma con me non lo fa mai”. Eggrazziealcavolo, sei la mamma forse? Ci si sono schiantati matrimoni solidi su questo, padri, ripensateci).

foto di Quentin utilizzata con licenza CC0
foto di Quentin utilizzata con licenza CC0

Il punto è che non so dove, non so quando, ma me lo confermavano amici già all’università, pare che il maschio adolescente, nella sua disperata ricerca del proprio ruolo di uomo in divenire, debba in qualche modo commettere questo matricidio simbolico che consiste nel rompere l’anima alla madre a livelli irripetibili.
Il tutto per due scopi principali:

  1. capire fino a che punto può tirare la corda, capire quante volte esagera e la madre gli riconferma di volergli sempre bene, che lui è sempre l’amore della sua vita, anche se delle volte, figlio mio, cerchiamo di capire se vuoi davvero arrivarci vivo alla maggiore età;
  2. staccare il benedetto cordone ombelicale, dimostrare di non essere più il bambino che ha bisogno di correre da mammà. E ammetto che certe volte non glielo rendo facile, perché si, insomma, io ho sempre in mente il pupo piccolo che era e certe volte neanche capisco quando è cresciuto così tanto, che fra poco mi supera in altezza, mentre di scarpe, signora mia, mi ha bello che superato.

Il punto è che probabilmente i nostri figli hanno dei genitori dediti, mediamente capaci e funzionali e che li amano, altrimenti non staremmo a leggere e scrivere Genitoricrescono. E quindi anche tra le paturnie esistenziali e gli sconvolgimenti ormonali peggiori, in qualche angolo di barlume razionale, sanno che su noi possono sempre contare. Hanno solo bisogno di verificarlo. Di tirare l’elastico per capire se si spezza o se si allunga, e fino a quanto si allunga.

E il punto è che il genitore in generale e la madre in particolare e la madre mediterranea forse al quadrato, ecco, nasce e vive in funzione dell’accudimento del figlio. E quindi vuoi per inerzia, per abitudine, distrazione o mancanza di acume, il genitore, per comodità nel prosieguo denominato: “la mamma”, tende a scordarsi che detto figlio ormai è alto quanto lei o forse di più.

E il figlio, che adolescente sì, ma cretino no, capisce perfettamente che ci può marciare in svariate occasioni: tipo il lunedì mattina, che è stanco, scazzato, non ha voglia di andare a scuola e si dà malato, sa che con una buona interpretazione della Dama delle Camelie, atto ultimo, la scena dell’agonia, ottiene dalla mamma una delle seguenti reazioni automatiche:

  • coredemamma stai male, mamma ti fa la tisana e misuriamo la febbre (un mio compagno di scuola approfittava della tisana per infilarci il termometro e procurarsi febbroni improvvisi da cavallo, fino al giorno in cui esagerò e persino mamma sua si fece venire il dubbio, e da allora per vendetta lo ha mandato a scuola SEMPRE, una volta pure con 39 che stava per svenire e dovettero telefonare a casa);
  • mamma col cuore spezzato e un filo di dubbio finge di telefonare al medico e prenotare analisi approfondite secondo il metodo: qui si parrà di tua nobilitate e qualche figlio per amore di mamma, inesperienza o paura dell’ago ci casca e si spiccia ad andare a scuola;
  • ma il metodo preferito da qualsiasi adolescente che si rispetti è la resistenza passiva detta anche tiratardi ad oltranza: fare tutto quello che deve fare mettendoci il doppio del tempo, trascinandosi, scordandosi gli occhiali, il telefono, l’astuccio, il panino, la testa e tornando a prenderla a casa mentre l’autobus brum brum passa rombando e la madre dopo aver passato i primi, fondamentali 45 minuti dal risveglio a sollecitare, incoraggiare, favorire e già sperava di potersi bere il caffè in santa pace e rilassarsi, se lo vede ricomparire e rischia la fusione a freddo sul posto.

Nel senso che o fonde o esplode, e io, lo confesso, spesso e volentieri esplodo, perché ho capito la santa pazienza e urlare fa male (alla gola), ma sono una donna, non sono una santa, e se penso alle botte che ho preso io da piccola per molto meno, rimpiango la decisione di esimerci dalle punizioni corporali, che una volta si, che tra mazze e panelle i figli venivano non solo belli, ma pure obbedienti e meno scostumati. Altri tempi, per fortuna, ma tornano i mobili vintage, tornano le nostalgie del ventennio e posso farmi tornare pure io una nostalgia da ciabatta volante materna, non dico sempre, ma in caso di emergenza almeno?

Basta, mi viene da iperventilare solo a ripensarci che per due anni Figlio 1 mi ha presa per i fondelli in questo modo, e io con tutto che tra andare e tornare perdevo un’ora sana ogni mattina, erano più le volte che lo accompagnavo in macchina – che in fondo a quello puntava il disgraziato – che non quelle che andava a scuola in bus. La bici dopo le prime due settimane in cui lo accompagnavo io pedalando, che mi fa tanto bene, dimenticata.

A quel punto la santa pedagogista Ineke, con i tempi e i modi, che la povera mamma non può venir confrontata con le proprie debolezze tutte in una volta, mi convinse ad adottare:

il metodo Arrangiati e Spera

Non hai preparato ieri sera la borsa perché non ne avevi voglia? fra 3 minuti passa l’autobus, arrangiati e spera.

Invece di fare colazione prepari frettolosamente il compito in classe, quello stesso per il quale quando ieri ti ho proposto di ripassarlo insieme hai fatto la scena del Trovatore “Pronto io or son, in me tu non hai fede” con coro e orchestra e acuti? E mi chiedi: “Mi accompagni in macchina così ripasso?” Arrangiati e spera.

Mi chiami da scuola perché muori, hai la peste bubbonica, le convulsioni, sudi lacrime di sangue e stille di veleno? Dai amore, prova ad aspettare la terza ora e poi richiamami. (Intanto arrangiati e spera).

Mi richiami e insisti? Va bene, vai dalla mentor a dirle tu che torni a casa, che io sono informata e che ti firmo la giustifica? Come dici, la devo chiamare io? Scusa amore, non sento niente, allora vai dalla mentor e ci vediamo stasera. Arrangiati e spera.

Io ci ho messo dei mesi, anche se lo capivo: in teoria mi mancava la rapidità di riflessi e ci cascavo. Gli imponevo di consegnare il telefonino prima di andare a letto, lui cincischiava, io mi scordavo, mi addormentavo prima di lui e alle 2 di notte lo beccavo come la pantàfica in giro per casa e si infilava nel lettone, dove dormiva in tre secondi netti lasciandomi la scelta tra un dormiveglia spenzolante dal materasso o il trasloco al suo letto di sopra.

Perché diciamocelo, è vero che l’adolescenza dei figli si riconosce da quell’irresistibile necessità di strozzarli 20 volte al giorno, ma è anche vero che questi figli raggiungono anche delle vette di coccolite tenerissime e tra il bacetto, la paura di volare e “mamma vieni che ti faccio i grattini” compensano ampiamente e ti fanno scoppiare il cuore di amore e orgoglio, nella pause tra uno strangolamento e l’altro, ovviamente.

Il padre è stato molto più bravo di me perché taglia corto: si fa così perché lo dico io, decido così perché sono tuo padre, vai a fare la borsa e poi ne parliamo. Oltre all’esempio, ci ha salvati dalla mia sindrome di madre chioccia in cerca di riposizionamento nel ruolo, un mio viaggio di lavoro improvviso, in cui Arrangiati e spera è stato il metodo settimanale, col padre che si faceva 200 km al giorno per rientrare ed accudirli per tempo e loro che di giorno si dovevano arrangiare.

Prima mattina: padre esce di corsa e in anticipo per poter rientrare per cena, lui dopo il solito cincischìo, panico improvviso: “non trovo l’abbonamento, non mi sono fatto il panino, è tardi, aiuto, accompagnami.” Il padre tira fuori dei soldi e gli dice di arrangiarsi per biglietto e panino e ci vediamo stasera. Si è arrangiato. Non è neanche arrivato in ritardo.

Seconda mattina: sciopero dei tram. Telefona impanicato al padre, ormai a 100 km. di distanza, il padre riferisce di non poter far nulla, arrangiati e spera. Da solo decide di tornare indietro, prendere la bicicletta e andare a scuola in bici. Non sapeva la strada e ha telefonato altre tre volte per farsela spiegare, il padre con santa pazienza e google maps lo ha avviato, alla fine è entrato alla terza ora ma è arrivato. E, miracolo, al ritorno scopre che un compagno di classe torna in bici grossomodo nella stessa direzione. Scopre un tragitto alternativo che ci vogliono solo 20 minuti. Comprende, senza la mamma che glielo spieghi per la centesima volta, che se uscisse in bici tutte le sante mattine, potrebbe dormire 20 minuti in più. Da allora va a scuola in bici.

Questo concorso di eventi ha chiarito in maniera inequivocabile a tutta la famiglia che: se si arrangia, ce la fa. Perché è grande. Perché non ha bisogno di noi che lo teniamo per la manina, gli basta sapere che siamo a portata di telefono pronti per lui con Google Maps. Finalmente l’ho capito persino io.

“Certo che in bici, adesso che ho scoperto questo percorso, faccio prima, però che stress dover stare sempre attenti alle macchine”.

Grazie al cavolo, il percorso che gli ho fatto fare il primo anno per due settimane accompagnandolo di persona, che mi faceva tanto bene pure a me è lungo il doppio, ma era stato scelto per la sicurezza e le ciclabili. Era una scelta mia pensando a lui bambino piccolo in bici nella grande città.

La cosa importante, e bella e diversa e consolante, adesso, è che il percorso se lo è scelto lui. Ed è lui che la mattina esce per tempo e sale in bici. Io gli faccio ciao ciao da dietro al vetro. In pigiama.

Anzi, facevo. Adesso una volta svegliati e chiamati le prime 18 volte per incitarli a vestirsi, scendo con loro a controllare che mangino – l’adolescente DEVE uscire di casa a stomaco pieno, lo dice anche Ineke – poi gli faccio ciao ciao e dico che torno a dormire: arrangiati! E sinceramente tre mesi fa non ci avrei sperato.

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7 COMMENTI

  1. A me è sempre venuto abbastanza naturale :)))
    Ma, anche così, ritengo che dovrebbero esistere dei posti dove depositare gli adolescenti fino a che non lo sono più. A quel punto possono passare per casa per un mesetto e poi via, università in altra città, altro paese, altro continente… dopo è bellissimo riprendere i rapporti 😀

  2. Oh cavolo, ma non può essere che che l’adolescenza inizi in qualche caso a 4 anni ???!!!
    La lotta a priori con la mamma, in bilanciamento alle effusioni diabetiche, il cincischiare per perdere tempo e cercare di ottenere di non andare all’asilo (ha già pure provato a lamentare mal di pancia fasulli…), no dai, non può essere. Come ci arriverò alla sua vera adolescenza???

  3. signori e signore, IL POST.
    Devono essere le radici polacche perché pure mio marito riesce a guidarmi verso il metodo arrangiati&spera via skype.
    Grazie per questo post, Barbara. Ho riso a denti strettissimi

  4. “arrangiati e spera” mi piace molto ed è il metodo che adotto alle sette di mattina quando mi viene ricordato che la tuta doveva essere lavata, l’autorizzazione firmata, la merenda pronta, il compasso comprato. La seconda frase che dico è “me lo devi dire quando sono cosciente di me stessa” cioè quando posso (e voglio) intervenire (quindi non di notte, non all’alba, non di domenica con tutti i negozi chiusi e la mamma in meritato relax). funziona alla grande, è vero. Funziona dalla prima media che poichè l’attuale adolescente si doveva svegliare ad una certa ora diversa dalle nostre, si è messo la sua sveglia, si fa la sua colazione, si prepara il suo zaino e ciao. ma è dagli 8 anni che si fanno il loro zaino quando partono con gli scouts…. qualcosa gli sarà servito!

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