Ma che cos’è la disciplina?
Secondo me la disciplina non ha nulla a che fare con l’obbedienza. La “disciplina” applicata ai bambini è solo un lungo percorso per accompagnarli verso una consapevole autodisciplina: quella capacità di dare a noi stessi delle regole di vita e, nello stesso tempo, di accettare le regole sociali, come unico mezzo di rispetto nella vita di relazione.
L’obbedienza, al contrario, è uno dei concetti più contronatura che mi vengano in mente, per quanto io ne sia rispettosa in senso religioso cristiano. Ed infatti, provate a chiedere ad un sacerdote quale sia, dei tre voti di obbedienza, povertà e castità, quello più difficile da rispettare: non ne ho mai conosciuto uno che mettesse al primo posto la castità o la povertà.
L’obbedienza, come rispetto cieco di una regola, al di la della sua comprensione, non è di questo mondo: perchè pretenderla dai nostri bambini?
La disciplina dei propri figli, non dovrebbe mai essere un fine, ma solo un mezzo per insegnare loro una strada di rispetto e condivisione, di crescita sana, di riconoscimento del pericolo. Interpretare la disciplina come finalità del proprio ruolo di genitore, significa solo cercare un compiacimento personale. Ma che soddisfazione può dare ad un adulto misurarsi in una prova di forza con un bambino di due o tre anni?
Certo è che delle regole devono essere presentate ai bambini fin dall’inizio della loro vita di relazione. Dare loro delle regole non è un nostro diritto di genitori, è un nostro dovere. Dobbiamo, ad ogni costo, anche quando è molto faticoso, dare loro quegli strumenti che permettano di non mettersi in pericolo e di gestire i propri rapporti con gli altri, ma anche con se stessi. Indubbiamente in presenza di caratteri particolarmente caparbi, oppositivi, volitivi, emotivi, sensibili la vita non è facile.
L’idea, però di “piegare” un temperamento ostico con la disciplina, mi inorridisce! Il carattere dei nostri figli è un dato di fatto, come lo è il nostro. Noi adulti abbiamo già imparato (non sempre) a gestire il nostro e ad integrarlo con quello delle persone che ci circondano. I bambini stanno proprio inziando questo processo di armonizzazione tra loro stessi ed il mondo circostante. Noi vogliamo che conservino ogni aspetto del loro carattere, ma li dobbiamo anche rendere adatti alla vita di relazione.
La disciplina è prima di tutto insegnamento, ma non di “verità assolute”. Piuttosto insegnamento di quello che a noi adulti è stato dato dall’unica cosa che manca ai bambini: l’esperienza. Se guardiamo alla disciplina come ad un passaggio di esperienza, credo che sarà molto più facile trovare la strada per far accettare le regole ai nostri figli: quando poniamo una regola, stiamo spiegando un perchè, non stiamo dando un ordine. Spiegare è universalmente più accettabile che comandare. E deve essere un atteggiamento mentale.
Dalla mia esperienza questo modo di proprorre le regole è essenziale in caso di bambini amplificati, la cui prima risposta è sempre un “no” e dove la dimostrazione pratica della loro resistenza alla regola non gradita è sempre eclatante.
Ovviamente bisogna anche imparare a spiegare con il linguaggio giusto per ogni età. Se un bambino di due anni lancia i suoi giocattoli da tutte le parti (è uno dei tanti comportamenti che alcuni sperimentano nei terrible two), la spiegazione più ovvia al divieto dovrà essere offerta mostrandogli il suo gioco rotto: presentandogli la conseguenza della sua azione. Se per noi è ovvio che un oggetto scagliato contro il muro si rompe (o peggio scagliato contro un fratellino… LO rompe!), non lo è altrettanto per un duenne: prima di strillare e punire… proviamo a spiegarglielo con un vocabolario a lui comprensibile, ovvero il toccare con mano che il gioco non è più intero (cercando di intervenire prima dell’esempio dato con il fratellino che sanguina…). A questo punto la privazione di quel gioco come punizione, ha un senso e, soprattutto, ha un senso comprensibile anche per lui.
La punizione decontestualizzata non ha senso, rappresenta solo una prova di forza e non una spiegazione: “se tiri i giocattoli contro il muro, non ti prendo il gelato” è un nonsenso, “se tiri i giocattoli contro il muro, li tolgo fino a domani” è comprensibile.
Questo meccanismo, poi, funziona se viene attuato in concreto: “guarda che se continui a tirare i giocattoli contro il muro te li tolgo” ripetuto 10 volte senza mai metterlo in pratica, per timore di lasciare il bambino senza giochi e quindi doverne patire le lagne e i pianti, è un altro nonsenso. Attuare quello che si è promesso nei fatti, aiuta a comprenderlo.
E poi non è detto che la regola, così spiegata, passi immediatamente al primo tentativo: il ricordo del nesso di azione e reazione in un bambino piccolo è molto diverso dal nostro. La necessità di ripetizione del meccanismo azione/reazione non è indice di un insuccesso, è anzi utile perchè alla comprensione della regola, ne segua il ricordo e quella regola venga acquisita come propria e, quindi, condivisa.
Perchè poi, alla fine, lo scopo è questo: arrivare alla condivisione delle regole più che alla loro accettazione.
Dato che il lavoro di genitori è piuttosto lungo e, ahimè, vi do la cattiva notizia che si interromperà solo con la nostra dipartita, bisogna valutare le nostre azioni di oggi sul lungo periodo. Cosa me ne faccio di una cinquenne che “ubbidisce” oggi, solo per timore o calcolo delle mie reazioni, quando avrò a che fare con lei dodicenne o quattordicenne? Cosa sarà rimasto del timore o del calcolo quando uscirà dalla mia sfera di osservazione? Allora forse è saggio ed utile insegnare fin dalle prime regole che queste sono un bene, uno strumento di vita e non unìimposizione, perchè forse sarà molto, ma molto più utile tra dieci anni, quando in ballo non ci sarà più un giocattolo rotto o un mobile scrostato, ma cose molto più importanti.
Forse mi illudo, ma credo che se oggi riesco ad insegnare a mio figlio che le regole sono uno strumento di civiltà e di amore per se stessi, più che un’imposizione, avrò qualche possibilità in meno di vedermelo schiantato a 150 km/h sul guard-rail di un’autostrada, ubriaco, a 18 anni… E scusate per la crudezza dell’immagine, ma era proprio voluta.
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La parola disciplina risente ancora di influssi negativi del passato. Richiama a volte a qualcosa di “militaresco”. Rischiando di non lasciar vedere in pieno il potenziale che contiene. E’ una parola che io amo molto, e spesso mi trovo a sottolinearne il potenziale protettivo (l’immagine finale del post, sarà anche cruda, ma è efficace e vera). Lavoro sui temi della creatività, e di frequente le persone si stupiscono quando pronuncio la parola disciplina. Come se creatività e disciplina non potessero camminare insieme. Eppure, proprio la medesima serve a contenere le spinte creative quando possono diventare distruttive se non si dà loro un argine. E abituare i bambini a una sana disciplina, è una gran fatica, ma un regalo enorme che un genitore fa a un figlio.
Non conosco nessun grande artista che non si sia assoggettato ad una ferrea disciplina per realizzare le sue opere.
Lo studio è necessariamente disciplina.
Lo sport è sempre disciplina.
Quando tutte le attività artistiche, intellettuali e sportive sono molto amate è perchè quella disciplina la si è scelta.
C’è una frase di Marlene Dietrich (un’attrice, quindi una donna d’arte) che esprime bene questo concetto: “la libertà consiste nello svolgere i compiti assegnati da se stessi”.
Marilde, come tu dici, la creatività senza disciplina si disperde nel nulla. Sono perfettamente d’accordo su ogni frase del tuo commento. Grazie
Prima di avere la mia piccolina, ho seguito delle relazioni sull’essere famiglia e sull’essere genitori. Non mi ricordo molto, ma mi è rimasta impressa la differenza tra genitori “autoritari” e genitori “autorevoli”. Penso infondo che tu ti sia avvicinata a questa definizione. I genitori se sono autoritari finiscono inevitabilmente a mettersi in una posizione di scontro con i figli che porta a battaglie estenuanti dove nessuno avrà mai la meglio. L’autorevolezza è ben altra cosa: è fare i genitori e non gli amici, è dare delle regole che possano essere comprese e magari applicate, è amare senza dovere per forza accettare tutti i capricci.
Penso d’altronde che il confine sia molto sottile, soprattutto quando ancora i bambini sono piccoli e far capire certe cose è davvero difficile! Io personalmente non sempre riesco a trovare le parole adatte per spiegare a mia figlia di due anni che alcuni comportamenti sono sbagliati! Speriamo bene!
Mi sa che i genitori autoritari non esistono più…e non è detto che sia un male. L’autorevolezza te la devi guadagnare ogni giorno, in compenso si instaura un rapporto tra figli e genitori forse più elastico e durevole. Ma chi lo sa!
Concordo sull’importanza della disiplina, che forse può rimandare a quel bellissimo verso di Dante “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza…”, perchè è soprattutto disciplina nei confronti di se stessi.
…però …anche l’obbedienza ha un suo valore, almeno per i bambini.
Se io dico a mia figlia, fermati lì sul marciapiede, insturo anche un rapporto di reciproca responsabilità e pongo le basi di una sua maggiore autonomia. Se lei obbedisce so, che mi posso fidare. Non voglio un figlio robot, per carità, perchè io stessa , per prima, non impartisco continuamente ordini. Però quelli, basilari, tipo:”lavati e denti e sciacquati la faccia prima di uscire” “non attraversare la strada fuori dalle strisce” etc. non devono essere in continuazione contestati o contrattati, perchè sono alla base della crescita del bambino.
E poi, diciamocelo, anche la disobbedienza assume valore solo quando viene consapevolmente esercitata.
Scusate la lunghezze del pot, ma trovo il tema davvero interessante.
Prima di tutto non vi scusate mai per la lunghezza dei commenti: adoro leggervi!
Sono d’accordo con Elisa che non può esserci una contrattazione continua, su ogni cosa, anche minima, perchè non è utile per nessuno: nè per il genitore, costretto ad uno stillicidio; nè per il bambino, privato dei punti di riferimento.
Però se la regola del “non attraversare” o del “lavati i denti” è spiegata fin dalla sua prima enunciazione, si eviterà proprio di doverla ricontrattare ogni volta.
Per esempio, io mi sento tranquilla nel girare per strada anche senza tenere per mano il Sorcetto, perchè so che ha capito che non si attraversa se non dando la mano a mamma/papà/ecc. Quando vedo che se anche corre avanti, pi si ferma inevitabilmente a mezzo metro dalla fine del marciapiedi, sono più tranquilla: so che lo farà sia se è con me, sia se è con qualcun altro e so che lo farà adesso ed anche quando attraverserà per la prima volta la strada da solo.
La disobbedienza non esercitata consapevolmente è solo una disattenzione, un malinteso: in fondo deriva dal non aver spiegato adeguatamente la regola.
Certo, come giustamente nota mammadicorsa, quando i figli sono piccoli la difficoltà sta nello spiegare in modo comprensibile. Poi quando sono più grandi nella certezza di averli convinti della validità della regola… Insomma, come la mettiamo, la mettiamo… facile non è!
Io sono sempre d’accordo con lo spiegare il perchè di certe regole, però penso che bisogna fare attenzione a non esagerare con le spiegazioni con i bimbi troppo piccoli. Fino ai 2 o 3 anni il bambino non è in grado di capire la complicazione della spiegazione, ne le conseguenze se non si segue la regola. E’ meglio enunciare la regola così com’è “non si attraversa la strada da soli” piuttosto che perdersi in spiegazioni su velocità delle macchine, pericolosità e possibili conseguenze. Sono tutte informazioni in più che confondono il messaggio principale. E’ meglio rendere il messaggio semplice e chiaro. Poi per le spiegazioni c’è sempre tempo con la crescita.
Sì, è proprio vero cio’ che scrive Serena. Eppure mi sono affannata sempre con le spiegazioni, anche quando era molto piccola.Forse lo facevo più per me che per lei,per instaurare comunque un rapporto e per aiutarla a parlare.
Comunque sia, hai colto nel segno, cara Silvia, quando dici che tante volte più che di disobbedienza si tratta di distrazione (vedi attraversamento strada, ad esempio) E forse sì, anche questa volta si tratta più di una necessità inconscia (!?)di noi genitori, quella cioè di poter pensare che certe regole siano assodate, per poterci permette un calo di attenzione.
Mah, mi sa che ci vuol tempo!
Concordo Elisa, però posso assicurarti che adesso che noi marciamo oltre i 5 anni, qualche beneficio lo vedo.
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