L’ora di Educazione Fisica

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Da quando, quattro anni fa, i miei figli sono entrati nel mondo della scuola, ho iniziato a fare i conti con i colloqui insegnanti. È un momento che, chissà perché, mi mette sempre un po’ in apprensione; forse perché quando ero ragazzo si facevano solo alle superiori (non ho memoria di colloqui neppure alle medie) e là erano cavoli amari sempre. Boh!
Fatto sta che da un lato tocca andarci, dall’altro non si vede l’ora, perché, tutto sommato, avere un ritorno di come vanno i figli non è neppure una brutta faccenda, visto il tempo che poi si investe nel stargli dietro con compiti, letture e stimoli di ogni genere.

Parlare con gli insegnanti

Una delle cose che mi colpisce sempre, in particolare quando vado a parlare con le insegnanti dei due gemelli (classi diverse ma stesse insegnanti, al paesino o così o si emigra), è la tendenza a fare confronti tra i due. Oh, nulla di male, eh? Scappa pure a noi. È sostanzialmente inevitabile.
In qualche modo si finisce sempre per parlare di questo in relazione a quanto più o meno bravo sia rispetto a quell’altro, con un certo sbilanciamento verso Giacomo che, bontà sua, mette in impegno quel poco che gli manca di capacità finendo per essere piuttosto apprezzato. Il tutto condito da una timidezza che lo fa apparire come il classico cucciolone da coccolare e rassicurare.

Il Pi, invece, ha degli sprazzi di pura genialità ma è un pelandrone che si prende sempre all’ultimo, se può scrivere una riga in più ne scrive due in meno e, in compenso, è timido almeno quanto il fratello ma lo esterna con una chiusura di una durezza che lo fa sembrare un piccolo teppista, buono, al massimo, per qualche serie sulla delinquenza giovanile.
Questo soprattutto in prima e secondo, ora, attenzione spoiler, va un po’ meglio, ma non lo dico troppo forte, che mia moglie dice che porta sfortuna.

Foto Raphael Goetter utilizzata con licenza CC

La prof di ginnastica

Ma insomma, in uno dei primi colloqui, ricordo una frase dell’insegnante di ginnastica che, probabilmente per compensare un pochino il dagli al Pi, se ne esce con un timido: “In realtà in educazione motoria non c’è paragone tra quanto più bravo sia Pi rispetto al fratello”.
L’effetto della frase sulle altre insegnanti (e anche sui genitori, lì per lì) fu quello che potrebbe aver avuto uno sternuto soffocato con la mano: in un attimo eravamo tornati a parlare di tabelline e scrittura.
Poi la frase mi è rimasta lì come un tarlo ed ho pensato a quanto, dalle medie al liceo, l’educazione fisica sia la vera cenerentola della scuola. Peggio di religione, per certi aspetti dove, almeno, l’insegnante potrebbe anche essere un prete e, almeno in Veneto, il prete è sempre il prete e quello che dice è comunque sacro (mo la esagero, ma ci siamo capiti).
L’insegnante di educazione fisica invece è sempre in tuta, con i calzoni nei calzini, viene a scuola in bicicletta… che credibilità potrebbe avere?
Nessuno dà credito all’insegnante e alla materia Educazione Fisica.
Ricordo quanto molti compagni facessero di tutto per saltare la campestre con scuse qualsiasi, di come il dimenticarsi a casa lo zaino con il cambio non fosse, sostanzialmente un problema per nessuno se non per aumentare la frustrazione del prof (mentre se lasciavi a casa il quaderno di latino con la versione tradotta, apriti cielo).
Ancora di più mi è rimasta, anche se elaborata solo ad anni di distanza, la sensazione che essere bravi in educazione fisica, impegnarsi a fondo, sputare l’anima nel mezzo fondo, rischiare la vita nei volteggi, provare gioia ad impegnarsi in quelle due maledette ore, fosse quasi un’aggravante per chi, come me, arrancava a fondo classifica nelle altre materie.

Come frustrare i ragazzi quando riescono

Come se fosse una certificazione di poco impegno, di non saper discernere tra queli fossero le cose veramente importanti nella vita.
Ma come? Facciamo giornate di formazione, convegni, pubblicazioni su quanto sia difficile coinvolgere i bambini e i ragazzi e siamo sempre pronti a stigmatizzarli per la loro incapacità di impegnarsi, concentrarsi e riuscire e in un una cosa in cui magari riescono li frustriamo?

Non sto parlando di trovare i nuovi Yuri Chechi o Del Piero, sto parlando di uno strumento che la scuola avrebbe per tenere agganciati i ragazzi, per farli sentire comunque a casa e da lì partire per esplorare il resto.

Valorizzare lo strumento

Se questo strumento viene giudicato inutile dagli stessi insegnanti, come possiamo sperare che lo considerino importante gli studenti?

Se l’unico ritorno che siamo in grado di dar loro è quello di non essere bravi in niente, a parte le cose in cui riescono, di cosa potremmo poi stupirci, quando saranno adulti, ansiosi ed insicuri?

“Gae, tu non fai nessuno sport al di fuori della scuola?”
“No, prof, devo pensare allo studio”
“Non va bene, a volte fare qualche cosa aiuta a studiare perfino meglio”.
(Dialogo con il prof di ginnastica tratto dalla mia autobiografia mai scritta)

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1 COMMENTO

  1. Io sono un ex agonista e il mio secondo è probabilmente un futuro agonista, un cialtrone a scuola, fa le cose veloci, non sta mai fermo, si annoia facilmente. Ma nello sport ci mette tutto. Non sto parlando di Yuri Chechi o Del Piero, ma adesso, per fortuna, si vive anche di sport. Non dico che debba essere la materia più importante, ma io la valuto esattamente come le altre, come musica e anche religione perché no? Al mio esame di quinta superiore l’educazione fisica mi ha salvato in orale, dove ho preso 35/35; dovevo rimediare il tema, che mi era stata valutato molto basso per le mie capacità e mi ha interrogato anche il prof.di educazione fisica sulla differenza tra i lavori di forza e resistenza. Ho parlato per buoni 15 minuti!
    Invece il mio allenatore mi diceva sempre che un bravo sportivo sarà per forza di cose anche un buon studente, perché mettere impegno, fatica, sudore, sacrificarsi, usare la testa oltre la forza fisica…sono doti necessarie anche a scuola e se lo sai fare nello sport, necessariamente lo farai nello studio.

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