L’empatia, le battaglie e la pioggia

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Quando piove tutto gira storto, sin dalla mattina presto. Se poi è maggio e sembra novembre è ancora peggio. Uno si alza e non trova le calze azzurre a righe blu, il secondo apre gli occhi e chiede i pantaloni corti, il terzo vorrebbe proprio la maglietta che hai buttato a lavare ieri e la va a riprendere nel cesto della biancheria sporca.

Foto ©Valewanda

La tentazione è quella di rispondere a pugni alzati, nell’ordine:
“Le calze ci sono anche con altri motivi, vanno bene uguale”
“I pantaloni corti proprio non è il caso oggi, ti sembra?”
“Dai, la maglietta sporca di partita a calcio nel cemento dell’oratorio anche no…”.
Eppure. Le risposte pronte a uscire dalla mia bocca sarebbero quelle, e stanno per saltar fuori in men che non si dica al limitare delle sette e quarantacinque del mattino, quando ancora non ho avuto il piacere di gustare il mio primo caffè.

Mi fermo. Un attimo. E ancora un attimo

Ma poi mi fermo.
E’ lunedì, fine maggio, l’estate non è neanche all’orizzonte e oggi è prevista pioggia fino all’eternità.
Mi fermo ancora.
Ne guardo uno che cerca tra le cose sporche, inorridisco.
Guardo il secondo ancora senza calze.
Guardo il terzo con i pantaloni corti in mano che si sta cambiando. Il cielo è plumbeo, le gocce cadono pesanti.
Inizia la giornata, ed e già in salita sotto il diluvio universale con mille incroci pomeridiani che si prospettano all’orizzonte.
E mi dico: posso semplificarmi la giornata? Posso cercare di smorzare le liti e usare parole più efficaci al mio scopo?
Posso.

Chi da consigli su come si parla ai bambini, e non sono io, punta molto sull’empatia.
A volte ci vuole uno sforzo non indifferente, soprattutto di lunedì mattina, ma paga.
Fermarsi, contare fino a dieci, provare a guardare con gli occhi di chi si ha di fronte.

Guardo Tommaso ed evito di urlargli contro che ravanare tra gli stracci sporchi non è una buona idea. Penso alle due cose sensate da dirgli, invece di apostrofarlo con qualche frase ironica e insofferente (e mentre scrivo “apostrofarlo”, penso alla Bocca di rosa di De Andrè – lo apostrofò con parole argute-).
“Tommy, volevi proprio quella maglietta e nessun’altra?”
“Si mamma”.
“Anche se è sporca?”
“Forse si”.
“Va bene. Allora guarda in che condizioni e’, e se pensi che possa andare bene, mettila lo stesso. Se invece hai pazienza un giorno, le do una lavata stasera e domani è pronta e pulita”.
So che state dicendo che sicuramente Tommaso ha deciso di aspettare domani, e in effetti è così, ma vi avverto che dovete essere pronti ad accettare che invece vostro figlio decida di mettersi la maglietta sporca. E in effetti la volta precedente il suo gemello, appunto, si è messo la felpa lo stesso, raccattandola dalle robe sporche. Non è morto, ve lo assicuro. E il giorno dopo ha cambiato felpa (e a quel punto, per non correre rischi, l’avevo comunque ficcata nel cesto della lavatrice).
Stesso discorso con il fratello più grande, in piena pre-adolescenza.
“Mamma, le calze allora? Non si trovano”.
“Ma proprio quelle calze azzurre a righe blu? Solo quelle vuoi?”
“Eh si. Solo quelle. Ma non ci sono”.
“Le ho buttate perché sono bucate”.
“Mamma però, erano le mie preferite!”
“Facciamo che ti do i soldi e te ne vai a scegliere qualche paio da solo in settimana?”
Facile. Più facile. Le calze non erano un gran problema.
Il terzo invece e’ arduo da risolvere.
Dieci gradi e pantaloni corti.
“Dai, fa un freddo cane anche se è maggio, non puoi vestirti così!”
“L’hai detto tu: e’ maggio, io i pantaloni lunghi non li metto!”
Qui entra in gioco anche l’altro genitore, che ti guarda come a dire: lascia fare, oppure semplicemente tace. Tu invece infili il maglione di lana e pensi al freddo fuori e a tuo figlio, l’unico della scuola o quasi, in pantaloni corti.
Ti fermi e rifletti mentre lui, pronto per uscire, si sta ormai allacciando le stringhe delle scarpe da ginnastica.

Scegliere. La tregua

Hai pochi minuti per scegliere. E’ una battaglia che vuoi fare? Ne vale la pena? Oppure no?
Tante volte ho deciso di farla, stamattina invece, nel lunedì piovoso di maggio, decido che no, la battaglia non la voglio fare.

“Hai freddo?”
“Mamma ti sembra? No che non ho freddo!”
“Ok, va bene. E una felpa?”
“Si sì, la felpa la prendo!”.
E’ andata così. E per una volta la mattina non si è trasformata in una guerra all’ultimo sangue a suon di “no” e di urla.
Per una volta.

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2 COMMENTI

  1. Anche io come Clara ho stabilito delle date, tra l’altro le stesse, e devo dire che mio figlio non si è mai ammalato, probabilmente devo accettare che quando mi dice “ho caldo” sia vero.
    Allo stesso modo ho imparato ad accettare che volontariamente metta calze di colore diverso o faccia abbinamenti discutibili.
    A un certo punto bisogna davvero scegliere quali battaglie fare perchè le energie non sono più sufficienti.
    Un abbraccio

  2. Anche io in questo maggio ho deciso che non vale la pena. La vita è già abbastanza complicata per litigare per una felpa, tra dieci minuti esco per andare in ufficio e dovrò passare otto ore a risolvere inezie e granduzie (come dice la mia collega) e mi basta così. La gestione dell’adolescente al liceo è sufficiente per farmi uscire pazza, di come si vestono i miei figli pazienza faccio finta di non interessarmene. Con il preadolescente abbiamo già dalle elementari stabilito che può mettersi i calzoni corti dal 1° aprile al 1° novembre qualsiasi tempo faccia e basta che non si ammali. Fine. E chissene degli altri che mettono il piumino ad agosto perché piove. D’altra parte agli scouts mettono i calzoni corti anche in pieno inverno. Continuo a contare fino a 10 , forse ce la faccio anche io.

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