Leggere a tre anni (ma perchè?)

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Un bel giorno di circa 3 anni fa, mia madre, che ha sempre creduto fin troppo nelle potenzialità del nipote e che di per sè è già un tipo diffiicile da tenere a freno, tornò a casa con un libro intitolato “Leggere a tre anni” (Armando Editore). Autore Glenn Doman, un medico che ha dedicato la vita alla cura dei bambini cerebrolesi e, da questa esperienza, ha tratto molte informazioni sulle funzionalità cerebrali dei bambini normodotati in età evolutiva.
La mia prima reazione all’acquisto è sta la domanda: “ma perchè?”. Insomma, io che sono sempre un po’ scettica sull’accelerazione dell’apprendimento, anche se mi affascina, che ho timore del bombardamento di informazioni, anche se mi viene spontaneo per carattere, le ho detto… “Ah ma’…. ma che te sei messa in testa???“.
Lei mi ha risposto semplicemente che il Sorcio manifestava chiaramente la voglia di sapere cosa c’era scritto sui libri, tutto qua! Così, avendo visto il libro aveva avuto voglia di leggerlo (confesso che il suo tono lasciava anche intendere: “E poi di che ti impicci tu? E’ una questione tra me e mio nipote…“)
Beh… in effetti, vista così… che male c’era? Anche perchè era verissimo che, tra i tre e quattro anni al Sorcetto era venuta una gran smania di leggere.
Pochi giorni dopo mi capitò di andare dalla pediatra e, chiacchierando (forse dell’influsso deleterio dei nonni sui nipoti!! 🙂 ), le dissi dell’acquisto di mia madre. Tutt’altro che critica, mi rispose che conosceva bene il metodo e lo riteneva del tutto valido. Insomma, se al bambino interessa e si diverte, perchè no?
In realtà, mi spiegò, intorno ai tre anni i bambini hanno potenzialità inimmaginabili. Un metodo classico di insegnamento della scrittura e lettura prevede l’imbrigliamento nelle strutture scolastiche (intese in senso di scuola primaria), assolutamente inadatte allo sviluppo emotivo di un treenne (non pottrebbe fare dei compiti, ascoltare ore di lezione, imparare in modo strutturato, insomma). Ma non è l’apprendimento ad essere inadatto alla sua età, lo è solo l’infrastruttura in cui, nella nostra cultura, si propone l’apprendimento. Insomma, anche per lei era accettabilissimo che un treenne imparasse a leggere, solo se ne era contento, però, e se si divertiva a farlo.

Il libretto, davvero molto interessante, è venduto anche in una scatola con dei sussidi per l’applicazione del metodo. Fondamentalmente dei cartelli scritti in caratteri grandi e con fonts molto leggibili (che potrebbero essere tranquillamente riprodotti in casa). E’ comunque un libretto molto affascinante, che parla delle potenzialità di apprendimento dei bambini dalla nascita, ma che, secondo me, va anche letto in modo critico.
La teoria di Doman è che noi facciamo di tutto per scoraggiare l’apprendimento di capacità evolute nei bambini molto piccoli e sottovalutiamo continuamente le potenzialità dei piccoli ed, ovviamente, ogni pagina è ispirata all concetto che ogni treenne dovrebbe imparare a leggere… Un po’ eccessivo, direi! Ma noi siamo lettori attenti e sappiamo prendere il meglio anche dalla bislacca manualistica americana, vero?!

Il mantra Domaniano è questo:
I bambini piccoli VOGLIONO imparare a leggere;
i bambini piccoli POSSONO imparare a leggere;
i bambini piccoli STANNO imparando a leggere;
i bambini piccoli DOVREBBERO imparare a leggere.

Il metodo si basa, prima che sull’insegnamento dell’alfabeto e sul riconoscimento delle singole lettere, sull’apprendimento di parole fondamentali, riconoscibili con la memoria visiva. In pratica il bambino impara prima riconoscere le parole “mamma”, “papà”, “naso”, “bocca”, ecc., piuttosto che le lettere A, B, C, ecc.
SI parte con parole che interessano particolarmente il bambino: i suoi riferimenti (mamma, papà) e le parole per descrivere se stesso (le parti del suo corpo: mani, occhi).
Soltanto dopo si introduce la distinzione delle singole lettere per la composizione delle parole. E’ un metodo che non prevede anche l’apprendimento della scrittura, ma si riferisce alla sola lettura.

I risultati, per quello che abbiamo sperimentato noi, sono piuttosto rapidi e sorprendenti. Il Sorcio imparava una parola al giorno, dai cartelli a caratteri grandi, e non ne dimenticava nessuna di quelle apprese nei giorni precedenti.
Però c’è stato un intoppo. Un ostacolo insormontabile… almeno per noi. Il Sorcetto si è stufato. Ha smesso di essere divertito dal leggere quelle parole, si è fatto prendere da altre cose, da altri giochi. Non gli interessava più: quindi, ovviamente, basta!
Ha dimenticato ogni cosa ed ha normalmente imparato a leggere in prima elementare.
Quindi non so bene come va a finire! 🙂
So che molti bambini, anche senza alcun metodo, imparano a leggere da soli per il grande desiderio e curiosità che hanno; so che questo metodo funziona se protratto per un tempo sufficiente; so che il libro è comunque interessante e pieno di spunti; so che non è affatto necessario leggere a tre anni, nè a quattro, nè a cinque (…a sei la maestra invece dice che è necessario! 🙂 ); so che se ad un bambino va di fare una cosa, la farà molto bene e con molto impegno, anche se non gliela insegna nessuno.
Se avete un bambino in età prescolare, realmente motivato a leggere, che manifesta spesso e con convinzione la voglia di imparare… beh, perchè non provare?

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in Mondadori
LaFeltrinelli

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23 COMMENTI

  1. Grazie Roberta per la testomonianza, direi che hai goduto di tre anni in più, rispetto alla media, di accanimento nella lettura, allora!

  2. Io ho imparato a leggere a tre anni, con quei famosi cartelli.
    Non mi sono mai sentita forzata e non ho più smesso di essere una accanita lettrice (ora ho 40 anni)!!!

  3. @Lorenza: utilissima,la tua testimonianza è stata utilissima. Ti ringrazio per aver saputo leggere fra le righe esattamente ciò che volevo esprimere. Fra parentesi, sono stata anch’io una bimba semi-amplificata e, a dirla tutta, sono diventata un’adulta amplificata. Per questo, molto probabilmente, prendo troppo a cuore questa questione. E lo sai perchè? Perchè mi preoccupo, magari inutilmente, che mio figlio viva la mia stessa esperienza. Ho avuto anch’io un’infanzia piuttosto serena, ma spesso avevo l’impressione di essere diversa, mi capita tutt’oggi.
    Ma, e questo l’ho già scritto sopra, mio figlio non è un mio clone. E’mio figlio e basta. Quindi dovrei piantarla con queste preoccupazioni. Ci lavorerò sopra 🙂
    Grazie!

  4. @Staccata,
    capisco quello che vuoi dire, si capisce che la tua è una preoccupazione che non deriva dall’ansia di avere il bambino prodigio…sono anche consapevole che la scuola non ha la mentalità né le risorse per gestire i bambini fuori dalla media. Ed è naturale che una mamma voglia che il figlio stia bene e non sia ghettizzato, a costo di sperare che sia meno intelligente di quello che magari è (o che non si veda troppo :-)).
    Certo questi possono apparire “problemi grassi” a chi affronta invece il problema contrario, però resta il fatto che noi mamme ci preoccupiamo.
    Che dire…io sono stata una bambina fuori dalla media, non sono un genio ma sono sempre stata molto curiosa, imparo in fretta e sono sempre andata molto bene a scuola con poco sforzo. Sì, sono stata presa in giro, mi hanno chiamato secchiona (mai stata!), alla fine è una forma di difesa dei bambini (e degli adolescenti) etichettare il diverso, per circoscriverlo e gestirlo.
    Ti posso assicurare però che ho avuto un’infanzia felice, tanti amici, man mano crescendo le differenze si attenuano. Certo sono sempre stata “diversa” e un po’ lo sono ancora, ma è così, è parte di me.
    Spero sia un po’ di conforto la testimonianza di una ex bambina semi-amplificata!

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