Legge 104: usi e abusi di una buona legge

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Cenni pratici e riflessioni sulla nota legge 104, che concede, tra le altre cose, permessi retribuiti a persone affette da invalidità grave o ai loro parenti

Legge 104
Foto Shawn Campbell utilizzata con licenza Flickr Creative Commons

“Voglio eliminare la legge 104” mi disse qualche anno fa un sindaco particolarmente zelante.
Le sue intenzioni, ovviamente, erano buone, non fosse altro che per il fatto che nessun politico si sognerebbe di proclamare in pubblico una cattiva intenzione. Semplicemente non aveva idea di cosa fosse in sostanza la legge quadro 104 del 5 febbraio 1992.
In buona sostanza pensava che la legge 104 fosse un decreto che garantiva ore di permesso a vanvera a chiunque ne facesse richiesta. La cosa bella (o brutta) è che in qualche misura non ha tutti i torti; ma facciamo un po’ di chiarezza.

La 104/92 è la Legge quadro che norma l’Assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate.
Non ci fosse un anno preciso, ad identificare la legge, basterebbe la parola “handicappate” per capire che il decreto si avvia oramai verso il quarto di secolo. Eppure è una legge ancora molto valida, che regge il passo del tempo. Inanzi tutto perché fin dal primo articolo parla di rispetto, dignità, rimozione e prevenzione delle situazioni invalidanti. Dichiara che la Repubblica Italiana persegue l’integrazione ed il recupero funzionale per “superare l’emarginazione della persona handicappata”.
Solo una premessa?
Lasciamola lì un attimo, a sedimentare, ci torneremo tra un po’.

Concretamente: cosa consente di fare questa legge?

certifica chi ha diritto ad usufruirne. Le persone in situazione di disabilità, certo, ma non pensiamo solo a sindromi genetiche o a paralisi cerebrali: rientrano tra gli aventi diritto anche gli anziani non più autosufficienti e, aspetto molto importante anche se poco conosciuto, le persone che abbiamo delle patologie invalidanti anche se temporanee. Rientrano in questa categoria i malati oncologici che necessitano non solo di cure mediche ma spesso anche di accompagnamento ed assistenza.

Poi si passa a ciò che deve essere garantito: cura, riabilitazione, integrazione. E quando si parla di integrazione non si intende solo essere inseriti in un centro diurno, ma si parla chiaramente di vivere la propria vita nel modo più pieno possibile (diritto all’accessibilità, allo svago, all’informazione, all’istruzione, all’educazione, al lavoro, ecc). Per farlo la legge mette a disposizione tutto quello che è necessario: ausili, personale, progetti personalizzati, rimozione di barriere architettoniche.

Chi ha la sfortuna di doverne usufruire dirà che non è così facile, che purtroppo la burocrazia incatena a terra una legge così piena di buoni propositi.

Chi non è interessato da questa legge, spesso vede solo un collega con la mamma anziana che esce prima, o resta a casa dal lavoro per una giornata. Perché, si sa, i furbi sono dappertutto in questo Paese, e purtroppo danno la misura della nostra percezione dei diritti.
Se ci si fermasse a pensare, si capirebbe che anche una mamma “solo” anziana e inferma, ha bisogno di formalità burocratiche e sanitarie da sbrigare o di visite mediche a cui essere accompagnata perché ottenerle a domicilio è impossibile.
Non solo: a volte vediamo che il collega che usufruisce dei permessi non è neanche un parente strettissimo dell’avente diritto. Perché in effetti la legge 104 permette anche di ottenere permessi a parenti fino a un certo grado e anche non conviventi. Non è un’ingiustizia: accade se non c’è un parente più vicino o se nessuno di quelli vicini può usufruirne. Sarebbe ingiusto il contrario, se una persona che ne ha diritto non ha parenti vicini.

E qui torniamo al nostro punto di partenza: chi è la Repubblica che dovrebbe perseguire l’integrazione?
Attenzione: risposta ad alto rischio di retorica! Ma chiedo venia, non ne ho trovate di migliori.

Siamo tutti noi.

In qualche modo è il solito gioco di società dove la cura della “Cosa pubblica” come quando ci mettiamo tutti la pettorina “hi viz” e andiamo a pulire le piazze. In questo caso la fontana da tutelare è questa legge bella che non dev’essere sporcata dalla cacca di piccione delle scartoffie o delle lungaggini d’ufficio. Neppure però deve essere inquinata dal sospetto che chi ne usufruisce non lo faccia per perseguire gli stessi scopi ma usi, come sospettava il sindaco da cui siamo partiti, i permessi retribuiti per andare a giocare a tennis.

Un lavoro da fare tutti. Come sempre.

Cenni pratici

I permessi retribuiti previsti dall’art. 33 della legge 104/92 sono, come abbiamo visto, l’istituto più noto di una legge che si occupa di molto altro.
Spettano ai lavoratori dipendenti:
disabili in situazione di gravità;
genitori, anche adottivi o affidatari, di figli disabili in situazione di gravità;
coniuge, parenti o affini entro il 2° grado di familiari disabili in situazione di gravità.
Il diritto può essere esteso ai parenti e agli affini di 3° grado soltanto qualora i genitori o il coniuge della persona con disabilità grave abbiano compiuto i 65 anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti.

La grave disabilità deve essere certificata dalle commissioni mediche di 1° grado ASL, le stesse che si occupano di riconoscere l’invalidità.

Il portale dell’INPS è preciso e offre informazioni molto chiare in merito.

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1 COMMENTO

  1. E’ una buona legge, che aiuta molto chi ne ha bisogno. Due pecche: 1) il riconoscimento arriva sempre troppo tardi (quando ho ottenuto la 104 per assistere mio padre era ormai all’hospice); 2) nessuno che io sappia controlla se il permesso viene utilizzato davvero per assistere la persona che ne ha bisogno (ci sono casi piuttosto scandalosi di chi prende la 104 per farsi tre giorni di mare tanto con la madre anziana c’è la badante…)

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