Le paure del parto

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Non so se avete avuto anche voi delle amiche che vi annunciano di essere incinte aggiungendo: ho già prenotato epidurale/parto pilotato con cesareo/aggiungi altra cosa programmabile. E mentre mi mordo la lingua il primo pensiero di tenerezza che mi viene è: stella mia, ma hai proprio tanta paura, vero? E sbaglio a pensarlo, che sia solo paura, non sto peccando di arroganza? Non è facile. Come sia complicato informarsi e decidere per l’epidurale ce lo raccontava tempo fa Close the Door.

La mia impressione è che il parto faccia spesso paura proprio perché di suo è la cosa più imprevedibile del mondo. Se lasci fare alla natura, hai si un termine, ma il bambino può venire due settimane prima o due settimane dopo e non si sa. Se iniziano le contrazioni non sai mai quanto dureranno e se saranno dolorose o sopportabili. Non lo sai tu e non lo sa chi ti assiste, è davvero una questione di: aspettiamo e vediamo. E questa mancanza di certezze intorno a uno dei momenti più importanti della vita può creare paure.

Ho chiesto quindi a due doule e diverse donne che conosco di parlarmi della paura o delle proprie paure intorno al parto. E ne è uscito fuori questo.

La paura del dolore

Il dolore, mi spiega Valentina, che adesso è doula ma per 10 anni ha avuto una carriera accademica nelle neuroscienze, lo puoi ricondurre a tre cause:

  • neurologico-fisico, cioè le sensazioni che ti trasmettono il tuo corpo e il tuo sistema nervoso;
  • emotivo, e questo segue il primo: ti ricordi di cosa ti ha precedentemente provocato dolore e quindi anche circostanze di per sé non necessariamente dolorose, ma che associ a dolore fisico precedente, ti fanno sentire il male;
  • cognitivo, ovvero quello che culturalmente abbiamo imparato sul dolore e quindi l’ammonizione biblica ad Eva che ci ha funestate per una vita può avere una grossa parte nella nostra paura del dolore intorno al parto.

Fatemi partire da quest’ultima paura del dolore culturale, perché è quello su cui si può lavorare meglio. Io ho avuto l’enorme fortuna di avere un’amica più grande che del parto ha sempre parlato in termini gloriosi e trionfalistici, trasmettendomelo come un momento meraviglioso in cui tu donna hai il potere divino di donare la vita a un altro essere umano, e che questa sensazione te la devi ricordare per tutta la vita nei momenti difficili. Grazie a lei quando ho deciso di avere figli questa era l’immagine del parto che mi era più vicina e questa mi ha accompagnato, anche attraverso un primo parto oggettivamente faticoso e difficile, ma io proprio non riesco a ricordarmi dei momenti duri (che mio marito ricorda benissimo invece).

La mia amica doula invece racconta che sua madre le ha trasmesso il senso di un parto tragico, di impotenza, con personale di assistenza che ha le detto e fatto cose orribili e Valentina, che il corso da doula lo ha fatto mentre era incinta, in quel percorso ha rivissuto la propria nascita un sacco di volte. Su una campagna contro la violenza ostetrico-ginecologica e le mie riserve su come era stata condotta, rimando a un vecchio post.

Partorirai con dolore?

Ci sono molte scuole di pensiero che sostengono che l’esperienza della nostra nascita, quindi il parto di nostra madre, facile o difficile che sia stato, lascia anche in noi e nel nostro carattere una sua impronta. Ovvio che vorremmo evitare esperienze traumatiche a noi per prime, ma anche ai nostri bambini.

È con Leboyer che si inizia a parlare di parto dolce e anche tutta la filosofia successiva del positive birth o parto positivo cercano di allontanarsi da questa biblica ineluttabilità del parto come punizione divina per il peccato originale e ricondurlo a una visione più completa, olistica, se vogliamo, del corpo e del parto come un normale momento fisiologico. Si tratta cioè di proporre una lettura diversa del parto, certo reale, ma per esempio di porre l’accento sul dolore come qualcosa di utile alle contrazioni, e quindi utile al bambino che ha bisogno delle contrazioni per venire fuori.

Ovviamente si cerca di scindere tra quello che è dolore fisiologico e la sofferenza da evitare, che va vista come un segnale di sopravvivenza. Vero che detta così già è diversa da: partorirai con dolore?

La cosa importante quindi, tornando alle tre cause di dolore dette sopra, è imparare a scindere, e le doule mi raccontavano che nella loro formazione e nel loro lavoro devono imparare a scardinare la paura, insegnare alle donne dei meccanismi di conforto da applicare, che possono essere i massaggi, le posizioni più adeguate, assecondare la scioltezza dei legamenti.

Silvia, l’altra doula, mi raccontava che lei invece non si era posta proprio il problema del dolore prima di partorire, per cui ne è stata totalmente sorpresa, e in qualche modo sopraffatta. Questo l’ha portata a rifiutare meccanismi di conforto e qualsiasi assistenza. Solo con il secondo parto ha imparato a gestirlo, mentre a suo avviso quello a cui non si pensa e invece è importante, è anche il dolore che si può provare nel puerperio una volta rientrate a casa, di cui si parla e dice molto meno, ma che nei fatti c’è e va accolto e usato come segnale di pericolo anche quello.

Insomma, è importante non trasmettere solo tragicità, senza però cadere sull’opposto della nuvola rosa che poi si scontra contro la realtà che magari è un po’ meno rosa.

Paura di quello che non conosciamo

Ma le paure sul parto non solo solo quelle del dolore, che comunque è quella che a tutti e tutte viene in mente per prima. Ce ne sono altre come:

  • la paura di morire, la madre o il bambino;
  • la paura di complicazioni, asfissia, il terrore del famigerato cordone ombelicale avvolto intorno al collo;
  • la paura di una nascita oltre il termine, che comunque è fondata ed è per questo che se un parto non avviene naturalmente dopo un certo periodo si interviene – appunto, si interviene, relax;
  • la paura dell’eccessiva medicalizzazione, di diventare un numero in un ingranaggio, in breve: la totale perdita di controllo sulle proprie azioni e il proprio corpo, la paura di non venir prese sul serio. Da questo punto di vista poter avere accanto il proprio compagno, una madre, amica, doula, per molte donne è di gran conforto;
  • le dimensioni del bambino, magari rispetto al bacino della madre, lo si sente spesso dire da donne mingherline;
  • le paure dei cambiamenti del proprio corpo. Su questo punto vorrei allargarmi: si sentono donne chiedersi se l’allattamento distruggerà loro il seno o se rimarrà loro la pancia. Spesso queste paure servono a esprimerne un’altra, inespressa: i miei genitali resteranno gli stessi? con i punti, parti naturali complicati e il mito del pavimento pelvico rovinato? quindi di fatto, le paure conseguenti sono anche:
  • mio marito mi vorrà ancora? saremo in grado di avere una vita sessuale soddisfacente o il mio corpo non è più adatto? e psicologicamente, dopo che mio marito ha assistito a parto e ha visto tutto quello che succedeva laggiù, mi desidererà? Non mi vedrà solo come madre e non più come amante? Siccome è un tabù forte, meglio parlarne chiaramente se si ha questa impressione, perché come mi rassicurava il mio medico di famiglia, spesso se un uomo dopo un parto dice di “non sentire niente” basta farsi controllare durante una visita se davvero è così, perché in genere è una paura psicologica e basta parlarne apertamente per smontarla.
  • e ancora: se rimango incontinente? Ecco su questo mi sento di rassicurare, è proprio la cosa per cui, con una buona fisioterapia, si può fare moltissimo per risolvere. Ricordatevi gli esercizi del corso pre-parto.

In conclusione, ci sono tante paure oggettive, culturali, personali intorno al parto, ma spero che averne citate alcune serva a capire che possono essere affrontate parlandone apertamente, nominandole.

Ovviamente per farlo occorre creare un clima di intimità e fiducia, in modo da tirar fuori anche le cose che ci sembrano più stupide o di cui ci vergogniamo. Il mio consiglio è di cercarsi durante la gravidanza, delle figure a cui affidarsi, che siano ginecologhe, ostetriche, doule, amiche e padri con cui creare questa fiducia e a cui sapere di potersi affidare. Sapere che c’è qualcuno che ti segue da mesi, che sa di cosa hai paura o cosa desidereresti e che in quel momento è lì per te e per dare forza alla tua voce e ai tuoi desideri, credo che sia la cosa più rassicurante mentre si partorisce.

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2 COMMENTI

  1. Scrivi sempre benissimo. Recentemente leggevo polemiche su Leboyer perché in alcuni ospedali è l’unico lenitivo dato alle partorienti.
    Però hai ragione che seguire una filosofia di parto dolce sia molto “empowering” per le donne.

    Invece , tra le mille paure legate al parto, a me ha sempre dato grande tranquillità sapere che prima o poi finisce… nel senso o con un parto vagianale o con un cesareo prima o poi il bambino esce (non avevo considerato i dolori del post parto, che in effetti sono poco spiegati)

    Grazie!

  2. Io ho sempre avuto il terrore del parto, del dolore. Poi ho partorito all’estero e, per mia enorme fortuna, ho avuto accanto una doula che mi ha seguito sia prima che dopo e che ha fatto rispettare le mie scelte durante il parto. Alla fine ho fatto un parto naturale, senza epidurale né niente 🙂

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