Il lavoro ideale per le donne (senza figli)

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Che lavoro è adatto ad una donna?

Non so quanto sia all’ordine del giorno di questi tempi, ma spesso abbiamo sentito da ragazze questi discorsi, della serie: posto che abbiamo accettato che le donne possano, anzi debbano lavorare, qual è il lavoro che, se si dovesse decidere, meglio si adatta alle loro esigenze? Cosa dicono le generazioni precedenti, i nonni e le nonne, quando pensano al lavoro per le vostre figlie? Come ne parlate voi con le vostre figlie? Badate non sto parlando di tipo di lavoro, se nell’accademia o nell’industria o nel pubblico impiego o nella scuola, no, sto parlando proprio di caratteristiche che deve avere un lavoro per poter dire, ecco, è “female friendly”.

Foto con licenza CC0
Foto con licenza CC0

Cambiamo contesto. Mi è capitato spesso di assistere a esercizi di consapevolezza nel mio posto di lavoro sulla questione di genere, sulle donne in scienza in particolare, (parlavo qui dell’iniziativa Athena SWAN per incoraggiare le donne nella scienza), e in una occasione ci è stato assegnato un piccolo lavoro di gruppo il cui compito era: supponiamo che stiate redigendo un bando per un posto di lavoro. Cosa inserireste nel testo per veicolare il messaggio che le donne sono “invitate caldamente a fare domanda”, in un contesto in cui (sorpresa!) è vietato includere il genere fra i requisiti (il “cercasi ragazzo” o “ragazza” insomma è fuori legge)? Come descrivereste le caratteristiche del posto in questione in modo tale che una donna legga e dica: è il posto per me, faccio domanda.

Mi chiedo cosa rispondereste voi, ma nella maggioranza dei casi le risposte dalla platea  includono cose tipo: “possibilità di orario flessibile”; “nido aziendale”; “possibilità di part time”; “soldi e/o tempo extra per la maternità”; “riconoscimento della maternità per calcolare la produttività”. Eccetera.

Lo stesso esercizio fatto per un bando di concorso che si spera legga e invogli a fare domanda un uomo, di solito invece include frasi tipo: “altamente competitivo”, “possibilità di dimostrare la vostra esperienza”, o “cerchiamo persone decise e assertive”. Eccetera.

Facciamo un passo avanti nel tempo, e pensiamo alla stessa azienda o organizzazione che metta in piedi un comitato per analizzare e proporre soluzioni alla carenza di donne, sia al momento dell’assunzione, sia fra gli alti ranghi, che quindi progrediscano nel loro cammino nell’azienda.

Tale gruppo di lavoro comincerà quasi certamente con una sessione di brainstorming, in cui le lavoratrici vengono invitate a esporre quali sono secondo loro le barriere che impediscono alle donne di “fare carriera” come gli uomini, e cosa potrebbe quindi fare l’azienda per abbattere queste barriere.

State pur certi che dopo pochi minuti la questione “maternità” salta fuori forte e chiara: non è stato riconosciuto in termini di produttività il periodo che ho passato a casa per maternità. Oppure, non riesco a conciliare bene famiglia e lavoro. Oppure (questo è vero specie in settori ad alta competitività o che richiedono un tasso di aggiornamento alto, come la ricerca scientifica) non riesco a lavorare con gli stessi ritmi di prima, ad un certo punto devo smettere per tornare a casa, e quindi i colleghi che sono lì, che si leggono pubblicazioni e scrivono domande per fondi di ricerca nel weekend, sono avvantaggiati.

Se, tuttavia, l’azienda è abbastanza lungimirante, e il gruppo di discussione abbastanza aperto, si potrebbe sentire dal retro della sala una voce che dice: “Veramente anche io non ho fatto carriera. Eppure non ho famiglia, né voglio averne”. Queste donne-senza-figli, vi diranno, si sentono in queste occasioni discriminate due volte. Perché tutte le misure che in teoria sono state messe in piedi per aiutarle “in quanto donne”, per loro sono irrilevanti.

Cosa che evidenzia il grande equivoco di questa questione “adatto alle donne”. E’ un equivoco in primo luogo in quanto implicitamente perpetua l’assunzione che siano le donne ad occuparsi della vita domestica. Cosa che è statisticamente vera, ma è una cosa che vorremmo fronteggiare, non assecondare, nel fare in modo che anche gli uomini si prendano la loro parte (e le stesse facilitazioni, intendiamoci, quando lo fanno). E in secondo luogo perché non tiene conto delle statistiche, anche queste ben consolidate, che dicono che “la famiglia” è un fattore che contribuisce solo parzialmente alla questione di genere in certi settori, tanto è vero che anche le donne che serenamente e apertamente dichiarano che non hanno intenzione di avere bambini, nonostante magari un altissimo tasso di rendimento, rimangono al palo, quasi nello stesso modo.

Quindi, dove sta il nocciolo della questione, in che modo possiamo per esempio, per tornare al nostro quesito di partenza, scrivere una descrizione di un lavoro che faccia sentire le donne pronte a fare domanda?

La ricerca dice che dobbiamo pazientare, essenzialmente, e accettare il fatto che il modo in cui al momento uomini e donne reagiscono a sfide, cambiamenti o competizioni è diverso. Ci piacerebbe pensare ad un mondo in cui questo non sia così (forse, o forse no), ma, nel qui e ora, dobbiamo tenere in conto che, per esempio, alcune ricerche dicono che, statisticamente, un uomo “si butta” in un lavoro o una possibilità di promozione o un task (o anche una discussione sui social, eh?) se sente di possedere in media il 60% delle competenze richieste, mentre le donne devono sentire di partire da una posizione molto più solida. Il che non è affatto aiutato dalla ulteriore statistica che le donne sono assunte mediamente con un portafoglio di competenze molto più solido della controparte maschile. A loro, in sostanza, “viene chiesto di più”, e di conseguenza “credono di dover provare di più”.

E insomma, la relatrice diceva, per far capire forte e chiaro che la propria azienda è “women friendly” non basta, e infatti non sempre aiuta specificare che è “family friendly”. Bisogna entrare nell’ordine di idee che chi lavora deve dimostrare capacità, non esperienza: scrivete per esempio, diceva, che la vostra azienda istituisce e valuta molto positivamente occasioni di training interno. Secondo una ricerca basata su 4000 descrizioni di posizioni lavorative (da cui è stata persino prodotta, dal solito intrepido informatico, una App che valuta il vostro testo decodificandone il livello di stereotipo di genere) ci sono specifiche parole come “attivo, competente, assertivo, con forte potere decisionale” che sono percepite da chi legge “male friendly” e altre come “responsabile, dedito, affidabile” che sono lette come “female friendly”. Il suggerimento è quindi quello di usare un misto dei due insiemi, e imparare a valorizzare individui che hanno caratteristiche a tutto tondo. E aiutare, nel colloquio di lavoro, a far venire fuori tutte queste caratteristiche, a tutti.

Se qualcuno non possiede la spinta per volare, dispensate palloncini

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10 COMMENTI

  1. Lavoro nell’ambito della ricerca scientifica e condivido in pieno quello che dici. Se si cominciasse a smettere di considerare il numero di ore passate in dipartimento come principale parametro della ‘bravura’ di un ricercatore e se si cominciassero a valorizzare capacità in ambiti diversi da quello lavorativo, credo che le cose migliorerebbe per tutti, uomini e donne. Dal canto loro, poi, le donne dovrebbero imparare a buttarsi di più, e lo dico in primis per me, che sempre combatto con la sensazione di ‘non essere all’ altezza’.
    Grazie per questo articolo!

  2. Se posso aggiungere una mia idea, io allergherei il discorso,dicendo che sempre più si dovrà unire fonti letterarie a fonti tecniche. Per intenderci, ormai da qualche anno a Scienze della Comunicazione si studia come creare delle app dal punto di vista tecnico e ad ingegneria, si studia il cinema. Questo per dire che sempre di più lavori considerati da uomo e lavori considerati da donne si mischieranno per creare delle figure mixate dove l’approccio femminile e l’approccio maschile saranno fondamentali e necessari. Ci saranno allora molti più ruoli gestionali femminili di quanti ce ne sono ora, se, come mi diceva un professore dell’Università di Torino, le donne sono davvero un passo oltre agli uomini sul gestire le due fonti di cui parlavo prima.
    Quello che mi spaventa è però che ancora ad oggi, vedo aziende dove il più figo è quello che manda le mail alle 2 di notte, non quello che alla sera esce di corsa per andare a prendere i figli. Il primo fa carriera, l’altro viene considerato e pagato da sfigato. E’ su questo che bisogna lavorare. E’ questa mentalità che condanna le mamme, le donne e anche gli uomini.

    • Infatti. Agli studenti qui viene sempre più richiesto di mostrare interessi a tutto tondo per esempio, e le aziende cominciano a valutare molto positivamente curriculum variegati. Come dicevo, infatti, non è tanto il tipo di lavoro il problema, ma l’ambiente. Il tuo esempio sulle mail è molto calzante: il nostro direttore di facoltà ha per esempio mandato un messaggio molto forte ai vari direttori di gruppi di ricerca in questo senso, ha detto che lui di proposito e consapevolmente smetterà di mandare mail fuori orario, ed invitava loro a fare lo stesso per dare l’esempio. I nostri meeting dipartimentali sono tutti tenuti in una fascia dalle 10 alle 4 del pomeriggio. Non sono misure specifiche per chi ha famiglia, ma che vogliono evidenziare come la conciliazione con “la vita” in generale, non solo la famiglia, viene considerata importante.

  3. e a scanso di equivoci, voglio ribadire, come dicevo nel primo paragrafo, che non intendevo parlare di che lavoro sia adatto a chi, ma volevo parlare di quali condizioni bisogna implementare nel mondo del lavoro per rendere l’ambiente uno in cui le donne riescano ad avere successo. Delle solide politiche di maternità sono imprescindibili (anche questo lo ribadisco a scanso di equivoci) ma il rischio di accettare come data l’equazione donna=madre e quindi mettere in piedi solo misure che agevolino le madri o future o potenziali tali, crea un vizio nel ragionamento.

  4. La domanda iniziale mi stona, molto semplicemente. Qual è il lavoro adatto a una donna? Questa domanda contiene in se’ un discrimine, almeno al mio orecchio.
    Qualunque lavoro è adatto a una donna, come qualunque lavoro è adatto a un uomo. Non faccio che ripeterlo ai miei figli. “Un uomo può fare anche l’ostetrico mamma?” “Certo!”
    Sarà che sono stata una bambina continuamente ripresa perché amavo i giochi da maschio. Sarà perché i miei figli hanno sempre avuto macchine e bambole per giocare.
    Il mio piccolo chiede spesso se è vero che i maschi sono più forti delle femmine. Io rispondo che in genere è vero ma non è così importante perché contano molte altre qualità.

    • Ma certo che stona, ElenaElle, DEVE stonare, è proprio lì la provocazione 🙂
      Il fatto comunque resta che ci sono dei lavori per cui le donne proprio non fanno domanda. In un recente bando per un posto da ricercatore del mio dipartimento abbiamo ricevuto circa un centinaio di domande. Di donne, solo una. E allora che facciamo? Certo da un lato continuiamo a dire ai nostri figli che i lavori sono tutti per tutti. Ma dall’altro, può mai bastare questo? Se i numeri ci dicono che le ragazze non vanno ad ingegneria, che facciamo? Possiamo trovare un modus operandi per le aziende che dimostri che le donne “sono benvenute” e non soltanto affidarci a quelle (poche) superespertone che si sentono abbastanza sicure di sé da entrare in arena? Io non credo ci possiamo permettere di perderci questa forza lavoro, e non possiamo permetterci di affidare questo alle sensibilità del singolo genitore o educatore.

      • Senz’altro, sono assolutamente d’accordo con te!
        Però mi piace sempre pensare anche all’inverso. Come le donne devono essere supportate e incoraggiate a fare studi e lavori tradizionalmente maschili, lo stesso deve avvenire all’inverso. Sarebbe un mondo migliore con più maestri, educatori di asilo nido uomini, ostetrici, baby sitter e quant’altro al maschile.
        Modelli alternativi è la parola d’ordine.
        Sul fronte delle aziende e dei bandi tutto quello che scrivi è verissimo: le donne si autoescludono se non credono di essere perfettamente qualificate. E’ una sorta di subalternità culturale che abbiamo introiettato, aimé.

          • e posso farti un esempio uguale e contrario: anche nei lavori in cui tradizionalmente c’è una forte base lavoro al femminile, per esempio parlando di ricerca di nuovo, campi come psicologia o lettere o lingue, quando si passa ad esaminare la progressione di carriera, chi diventa professore o direttore di dipartimento etc, si ha lo stesso un effetto “a imbuto”, molte donne entrano, pochissime arrivano al top. Quindi non si tratta proprio di “mestieri da donna” ma di capire quali sono le barriere nell’ambiente, che esistono a prescindere dal lavoro

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