Lasciarli crescere

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E’ ormai settembre inoltrato, impietoso con chi reclama ancora l’estate e le lunghe sere all’aperto a tirar tardi con chiacchiere leggere.
La pioggia è incessante da ore, la temperatura è scesa di dieci gradi da una settimana, come a ricordare che il tempo delle vacanze è ormai terminato.
Guardo le giacche in alto nell’armadio e i piumoni ancora sepolti. Sono a letto con la prima influenza della stagione, che mi tormenta da giorni, ho dato forfait al lavoro solo per oggi per riprendere le forze. Affondo la testa nel cuscino e provo a riprendere sonno, dopo aver accompagnato alla porta l’ultimo maschio della famiglia, chiuso nella sua felpa grigia e nello zaino sempre troppo pesante.

Foto privata

E’ un anno che parte in salita, nonostante l’entusiasmo per tre nuovi inizi desiderati e attesi sin dal mese di giugno.
Iniziano tutti un nuovo ciclo quest’anno, i bambini a cui preparavo il latte la mattina improvvisamente non ci sono più.
Adolescenti a pieni ormoni bofonchiano quando suona impietosa la sveglia alle sette del mattino. Uno non risponde e gira la testa verso la parete, l’altro alza la coperta sulla faccia, il terzo fa segno inequivocabile di uscire dalla stanza.
Gli zaini sono allineati vicino alla porta, soldati pronti a sparare come un plotone di esecuzione. Uno blu, uno nero, l’altro rosso, in fila. A fianco un violino solitario, che attende il suo turno il silenzio, tradizione che si tramanda da grandi a piccoli, le note mi risuonano nella testa mentre mi faccio il caffè.

Il ritmo è già pieno dopo poche settimane, fiumi di pagine ed esercizi a riempire i diari di ogni giorno, verifiche e interrogazioni si affacciano impietose sulla soglia.
I più piccoli insistono per fare da soli, spesso con troppa fretta per rincorrere ancora l’estate.
Il fratello grande è ormai un miraggio, i suoi successi scolastici un’asticella troppo alta per fare da modello. “A lui riesce tutto facile mamma”.
Forse. La realtà è che ha sempre studiato tanto, non perché glielo dicesse qualcuno, ma perché sentiva di farlo per sè.
Li guardo. Sempre un po’ che canticchiano canzoni rap che neanche conosco. Nella testa immagini di ragazzi in felpa e cappuccio, scarpe troppo lunghe e frasi dette a monosillabi per bofonchiare concetti a me estranei.

Non riesco a stare sulla soglia, come forse dovrei. Li osservo, mi faccio avanti, irrompo, temo che qualcosa vada storto all’inizio, mi preoccupo dell’impressione che potrebbero dare, dell’esuberanza qualche volta troppo manifesta, diventa un problema anche mio.
Ogni pomeriggio, mentre torno a casa dal lavoro, ritrovo nella mente strascichi di anni passati, fatiche, sbalzi di umore e altalene che mi impediscono di farmi da parte. Ripenso alla primavera passata e al mio viso contratto, non voglio che tornino antichi fantasmi, tutto procede con entusiasmo e ho paura che l’incantesimo si interrompa.
Cammino per il corridoio e vedo la porta chiusa della loro stanza, so che in silenzio si sono rinchiusi a fare i compiti dopo pranzo.
E ti lamenti?”, mi dice qualcuno.
Non devo?”, rispondo titubante.
Entro, con circospezione.
“Che compiti hai oggi?”, mi trovo a dire.
“E tu? Vuoi ripetere storia?”, domando con calma ma senza esitazioni nella voce.
Non aspetto neanche la loro risposta, prendo una sedia e mi accomodo a fianco a una delle scrivanie.
Il primo è decisamente contrariato, chiede di fare da solo, mi trovo a fare una battaglia all’ultimo sangue, sfodero un’insistenza tenace fino all’ultimo sangue, e di ritorno ricevo rifiuti assoluti. Alla fine vinco, a modo mio, ripetiamo scienze. Le frasi sono stentate, i concetti molto essenziali ci sono, il resto “… tanto non serve mamma …”, mi risponde. Spiego, aggiungo, ripetiamo di nuovo, chiudiamo il libro e va, a godersi lo scampolo di pomeriggio.
Il secondo viene di fianco a me e mi porge il libro di geografia, ripete le prime due pagine senza esitazione, nel dettaglio. Lo aiuto con la terza pagina e mi chiede un controllo su inglese e tecnologia. Quando abbiamo finito anche lui va, a raggiungere il gemello, e s’incamminano con la borsa di calcio.
Mi tranquillizzo, li vedo uscire spensierati, torno alle mie faccende.

Qual e’ il confine? Fino a quando ci si deve spingere oltre, credendo di fare il loro bene, limitando così la loro richiesta di rendersi autonomi?
Fino a che punto è giusto rispettare il loro diritto di commettere degli errori, sapendo che si può aiutarli a prevenire e a sbagliare di meno?
In questa fase della vita non riesco a lasciarli al loro destino, soprattutto quando vedo che semplicemente potrebbero dare di più. Se non ci arrivano da soli, o se vedo che si perdono, lasciando per strada la concentrazione, o pensando ad altro, intervengo d’imperio.
Sbaglio?
Non lo so.
Se così sarà lo scoprirò, e farò ammenda.
Se qualcuno prima ha invece la ricetta per me si faccia avanti: sarà il benvenuto.
Io proseguo.

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1 COMMENTO

  1. Ecco se trovi la ricetta mandamela per favore. Io sono come te, forse ho un ricordo troppo doloroso delle medie e i fantasmi del mio passato si affacciano a ricordarmi scene che vorrei solo dimenticare. Così mi faccio troppo avanti perchè vorrei tanto risparmiarle a mio figlio certe situazioni ma, a causa di alcune vicende familiari, anche lui ha la sua buona dose di fantasmi che gli stanno addosso. L’anno scorso è stato duro e abbiamo passato sei mese da una psicologa, speravo che la seconda media fosse più in discesa ma non sono sicura di fare la cosa giusta. E’ veramente dura.
    Un abbraccio solidale.

    Anna

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