La scelta della scuola superiore

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Mettetevi nei panni dei genitori di un figlio la cui adolescenza è pronta a deflagrare: il suo corpo si allunga, si allarga, non gli somiglia più, gli ormoni sconquassano. Passa dal riso al pianto, è confuso, è arrabbiato, non lo capite più, nemmeno lui si capisce più tanto. Eppure, questo è il momento in cui gli viene chiesto di decidere cosa fare da grande.

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Il thread dedicato alla scelta della scuola superiore pubblicato il mese scorso in un forum che seguo conta, al momento in cui scrivo, 3320 messaggi e cinquantamila letture. Sono numeri che da soli bastano a spiegare lo spaesamento dei genitori che devono traghettare un figlio – la cui adolescenza è ancora abbozzata – all’età adulta.

“È più di un anno che stiamo pensando sulla scelta da fare: liceo artistico, scientifico tradizionale o scientifico con scienze applicate? Nessuno dei tre ci soddisfa pienamente” scrive l’autrice del thread. A cascata centinaia di riflessioni, suggerimenti e testimonianze, ma voglio partire proprio da quella prima, apparentemente innocua domanda di apertura. È declinata alla prima persona plurale e non potrebbe essere altrimenti: scegliere nel maremagnum dell’offerta formativa richiede visione e prospettiva, dunque dell’apporto di tutti i membri della famiglia nonché di coloro a cui esporremo le nostre perplessità. Le informazioni raccolte ci confonderanno ulteriormente, ma permetteranno al ragazzino di trovare più responsabili a cui imputare una eventuale scelta sbagliata.

Inutile fare il confronto con “i nostri tempi”. I nostri tempi erano diversi, la scelta circoscritta tra istituti professionali, tecnici e licei. Che ora si sono tutti mischiati tra loro producendo ibridi.
– “Mio figlio ha scelto: farà il liceo scientifico”
– “Quale? Tradizionale, scienze applicate, con potenziamento linguistico o sportivo?
– “Con potenziamento linguistico”
– “Anche il mio! Che lingua? Inglese, tedesco, spagnolo, cinese?”
– “Scientifico Cambridge International con latino”
– “Beate voi. Lo avevo proposto a mia figlia, ma lei ha preferito l’istituto tecnico con approccio epistemologico”
– “La mia ha scelto il liceo classico con orchestra e certificazione di due lingue: inglese più una seconda lingua a scelta tra tedesco, spagnolo, russo e cinese. Nei pomeriggi sono organizzati laboratori pomeridiani di matematica e scienze”

La conversazione sopra riportata è reale e a me procura un senso di vertigine. Con un’offerta così vasta e articolata, come si fa a scegliere?
“Valutando le inclinazioni e le aspirazioni del ragazzo, ovviamente. Poi bisogna considerare le attività sportive praticate, la logistica della scuola, la possibilità di potenziamento delle materie di base, la presenza delle sezioni Cambridge, la possibilità di scambi interculturali, l’esistenza di impianti sportivi e laboratori, il posizionamento dell’istituto nella classifica Eduscopio, le attività extracurricolari proposte e la didattica utilizzata, ad esempio: il latino è insegnato col metodo Ørberg?” spiegano pazienti le mamme informate. “E comunque ci sono gli open day”.

Già, è vero, gli open day. Meno male.

“Attenzione, però. Agli open day si possono avere informazioni preziose, perché è l’unico momento in cui si può parlare direttamente con studenti e insegnanti. Quello che non si può capire è quale sarà il carico di lavoro, perché questo dipende dalla composizione del consiglio di classe. Se ti capita una certa combinazione di insegnanti va tutto in modo molto diverso da come ti è stato presentato, e io posso ben dirlo: sono insegnante”.

Come non detto, allora.

“Comunque ti viene in aiuto anche il test con gli psicologi e in base al quale verrà consegnato un consiglio orientativo, molto utile per sapere dell’esistenza nei nostri stessi figli di competenze che ignoravamo completamente. Corri persino il rischio di scoprire che il ragazzino indolente ha incredibili capacità di astrazione”.

Ne sono felice, ma io a questo punto sarei propensa a iscrivere mio figlio in un istituto qualsiasi e affidarmi alla buona sorte.

“È anche il mio pensiero, questo” confessa Margherita. “Per i prossimi cinque anni i miei figli faranno una scuola generalista. Voglio che questi anni siano di formazione e riflessione, che si tengano alla larga da contesti troppo competitivi. Vorrei che fossero anni fluidi in cui mettere a fuoco la persona che vorranno diventare, e vederli trovare la propria strada poco a poco. Anche perché sai cosa ci ha detto il dirigente scolastico?”

Non ne ho idea.

“Ci ha detto: mettetevi comodi e non angosciatevi troppo per il loro futuro: tra cinque anni la realtà sarà diversa da come la conosciamo e i nostri figli faranno lavori che non sono ancora stati inventati. Meglio allora avere un unico punto di riferimento: i ragazzi. Bisogna vedere quello che fanno con entusiasmo non appena ne hanno la possibilità”.

Anche perché, in effetti, in tutto questo valutare e soppesare scuole e indirizzi manca un tassello fondamentale: il punto di vista degli interessati, anche se è difficile che abbiano le idee chiare. “Quando chiedo a mia figlia cosa vorrebbe fare, la vedo disorientata” – ammette Margherita – “Alcuni giorni dichiara sicura di voler diventare ingegnere informatico, altri ancora che sarà trapezista”. E tu cosa hai fatto? “L’ho iscritta allo scientifico ma anche alla scuola di giocoleria. Hai visto mai.”

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1 COMMENTO

  1. Che poi vorrei dire una cosa. L’anno scorso dovevo iscrivere le gemelle alle medie (mille volte più facile) e ci si chiedeva quale lingua scegliere. Ne abbiamo parlato per giorni, io avendo fatto il linguistico avevo più o meno un’idea di vantaggi e difficoltà di tutte le lingue proposte. Lucia ha voluto fare tedesco,e io ero un po’ perplessa: secondo me in tre anni avrebbe imparato poco della lingua e maledetto la sua scelta per sempre. Ma ho fatto quello che desiderava. Risultato? A tedesco non voleva andare nessuno, solo quelli motivati. È in un’ottima classe e tutti i professori sono entusiasti di lei, anche se, effettivamente, il tedesco è l’unica materia dove ha voti inferiori al 7.

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