La professoressa che urla

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Urla mentre ordina ai ragazzi a raggiungere l’aula e urla per spronarli ad allungare il passo.
Urla per rimproverarli di un comportamento scorretto, per sgridarli di un quaderno dimenticato, un compito sciatto, un’imprecisione di troppo.
Urla per zittire il brusio delle ultime file e urlando ricorda ai ragazzi quanto sia sprecato il suo senso di responsabilità verso di loro, capre tredicenni, che devono solo ricordare le sue consegne mentre lei deve tenere conto delle esigenze di tutti.

I ragazzi abbassano la testa, annichiliti dalla gragnola di accuse che cade su di loro. E sono solo le 8,05 di mattina.

Photo by Alex Jones on Unsplash

Vorrei non ascoltare, ma le parole vengono pronunciate a una frequenza tale da farsi strada nelle orecchie contro la mia volontà. Nel silenzio della classe piovono nuovi rimproveri, le mura vibrano sotto i colpi di nuove lamentazioni. L’album da disegno quasi terminato e non ancora sostituito; una tavola colpevolmente dimenticata a casa; un quaderno che non si trova e non si sa perché. Ah, ma non si fa così! Non a lei, che ha professionalità e senso del dovere che mette quotidianamente a disposizione di questi ingrati, inconsapevoli della fortuna capitata loro.

Tento di pensare ad altro – l’estate imminente, il mare, la spiaggia – ma la primavera ha trasformato il mese di maggio in un novembre infinito; nella mestizia di queste giornate le urla rimbombano nella scuola riempendola di angoscia e malumore.
Un urlo dopo l’altro l’adolescente che è in me si risveglia, si agita, cerca riparo da quei rimproveri senza fine. Sarebbe facilissimo allontanarsi per non sentire quella voce stridula, ma non posso. Se i ragazzi sono costretti a subirla, posso sopportare anche io: un inutile gesto di solidarietà.

Così, mentre la lezione prosegue tra gli strepiti, non posso fare a meno di pensare che questa insegnante così apprezzata per la sua inflessibilità in un altro Paese verrebbe invitata a moderarsi. Guardando i lavori appesi alle pareti, però, mi domando se non abbia ragione lei: incalzate da quella voce troppo alta, le mani degli studenti hanno creato disegni bellissimi che fanno mostra di sé nelle aule e nei corridoi.

Un rimprovero più feroce degli altri mi risveglia dal torpore. Mi affaccio alla porta a vetri della classe, una studentessa dell’ultimo banco intercetta il cambiamento di luce, si volta, mi vede, accenna un saluto. Ha gli occhi rossi, allora entro.
“Posso fare qualcosa?” chiedo con un sorriso ipocrita. Ma il mio intervento è solo occasione per sgranare il rosario di nuove accuse verso l’accidia di questa classe così fatua, pigra, puerile.
Mi scuso per essere stata inopportuna, esco camminando all’indietro, infine decido di salire al secondo piano dove le urla arrivano smorzate.
“Quando la professoressa andrà in pensione, sarà la fine di questa scuola” sospira la collega.

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1 COMMENTO

  1. Cara Bidella,
    La nostra prof urlante va in pensione ora. Tutti i ragazzi ne sono felici.
    Eppure è una persona competente.
    Ma sulla motivazione e la gioia dello studio non merita la sufficienza. Anzi, aver reso la scuola un ambiente pedante, in cui gli adulti non hanno fiducia nei ragazzi, è proprio una colpa grave.

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