La Fortnite-mania (e una nuova danza) #oralosai

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Se io dico Fortnite e voi non avete nessuna reazione, allora non avete in casa ragazzini con una console per videogiochi.

Solo sei mesi fa nessuno aveva mai sentito nominare quello che ora è IL gioco per antonomasia, il più giocato al mondo, quello che dall’uscita ufficiale a Settembre 2017 ad oggi ha surclassato tutta la concorrenza nelle preferenze degli adolescenti, da FIFA a Minecraft, da Call of Duty ad Assassin Creed a Grand Theft Auto, contando 45 milioni di giocatori al mondo, 10 milioni solo nelle prime due settimane, e picchi di 3.4 milioni di giocatori in contemporanea. Lanciato solo per console e PC, la settimana scorsa ne è stata rilasciata una versione per iPhone che in *ore*, letteralmente, è arrivata al top della classifica dei downloads, nonostante fosse per invito soltanto.

Foto di gioco di BagoGames – Copyright di Epicgames

In realtà anche i più distratti, o semplicemente quelli senza co-inquilini gamers, avranno forse notato il nome comparire fra le notizie o in discussioni online, perché la misura della portata di un fenomeno viene data da come esce dalle nicchie. Ma puoi avere la certezza che il fenomeno tracima nel mainstream quando la televisione, e la televisione per famiglie, lo rimbalza. Cosa successa la settimana scorsa in UK, quando una mamma con figlio undicenne è stata intervistata dal classico contenitore del mattino su questa Fortnite-mania. Perché il motivo di questo interesse è la popolarità assoluta di questo gioco fra i più giovani, e la lamentata, da parte dei genitori, dipendenza di molti ragazzini.

Ma cosa è Fortnite e perché è talmente popolare?

La risposta alla seconda domanda è forse più semplice: è gratis. O meglio, è la versione gratis, Fortnite Battle Royale, quella che è diventata il fenomeno che dicevamo.

Immaginate una combinazione fra Hunger Games e Minecraft: 100 giocatori atterrano in un’isola, chiaramente un tempo abitata, vista la presenza di città, automobili, o altri edifici, ma ora deserta. L’isola si trova nell’occhio di un ciclone, e una mappa dell’isola rivela che questo cerchio si restringe inesorabilmente. L’obiettivo è rimanere in vita per ultimi, sopravvivere agli altri giocatori, e a propria volta cercare di sopprimere quelli incontrati nel percorso. L’isola va perlustrata alla ricerca di risorse, sia in termini di energia, sia di armi, sia di materiale da costruzione, che serve per poter costruire rampe e scale per accedere edifici, o per erigere rifugi estemporanei, specie una volta che il ciclone si avvicina e si rimane in pochi in uno spazio limitato.

Il tuo avatar nell’isola ti viene assegnato a caso ad ogni nuova sessione di gioco, fra un misto di personaggi diversi per genere, caratteristiche fisiche, ed etnia. Mentre alcuni vedono questa casualità come una limitazione, perché vorrebbero poter personalizzare il proprio avatar in modo permanente, io penso che sia un buon modo per aiutare specie i più piccoli a liberarsi da condizionamenti: e comunque nessuno dei ragazzini o ragazzine che conosco si è mai lamentato di dover usare, ad esempio, un avatar del genere opposto.

Si può giocare da soli, oppure, cosa molto più divertente, formare una squadra con uno o più amici, e competere come team. Questo aggiunge un elemento di socializzazione notevole, con la possibilità di chattare attraverso i microfoni della console.

Dunque, si, è un gioco di sopravvivenza, ed è un gioco in cui quindi la componente “sparatoria” è parte della trama. E si, lo so che state pensando, vi assicuro che anche qui vigeva il mantra no-giochi-violenti-solo-roba-educativa, ma tant’è, a ognuno i propri percorsi. Ma, e da qui la popolarità con i più piccoli, le immagini sono molto da cartone animato, non si vede sangue o altra violenza gratuita. Ci sono anche situazioni umoristiche, tipo le ormai caratteristiche danze celebrative.

E a proposito, #oralosai dentro #oralosai: ricordate il Dab? Beh, archiviatelo, roba ormai passata, ora c’è il Floss (o la Backpack dance), ispirata da un ragazzino, con uno zaino (backpack appunto), che rubò la scena durante un’esibizione di Katy Perry con questa mossa qui prontamente inserita fra le danze dagli sviluppatori di Fortnite (quindi, si, se i vostri ragazzi si agitano come presi da convulsioni, niente paura, esiste una spiegazione pop anche per questo).

Ma tornando al gioco, le tre cose che penso siano da sapere come genitori su Fortnite Battle Royal?

1. Ogni partita dura all’incirca 20 minuti, a meno che non si venga eliminati prima. Questa informazione non è casuale, perché se le regole di casa sono che si può stare alla console per un tempo limitato, è da tener presente che lasciare una partita a metà, specie se si sta giocando in squadra (e quindi con il rischio di danneggiare i compagni nella partita) non verrà accettato senza proteste furiose.

2. La componente social è ovviamente molto presente per la maggior parte dei giocatori: se appunto tipicamente si gioca con amici (i miei figli si danno appuntamento con compagni di scuola per trovarsi sull’isola e formare le squadre) come tutti i giochi che hanno una opportunità di chat bisogna vigilare, ma parliamo del solito senso comune qui, non tanto (o non soltanto) per evitare contatti con sconosciuti, ma anche semplicemente se vogliamo evitare che ascoltino adulti che imprecano perché presi dalla foga del gioco.

3. E’ un gioco entusiasmante. Il lavoro di squadra è parecchio intenso, le capacità di cooperazione, o di leadership, diventano cruciali. Il getto di adrenalina che viene dall’esperienza di doversi nascondere e dal “conto alla rovescia”, appunto stile Hunger Games, è notevole. Da tenere presente se giocato prima di andare a letto 🙂

Infine, se proprio sentite il senso di frustrazione dal non poter competere con Fortnite, e siete tentati di cadere nella classica autocommiserazione genitoriale per non riuscire a creare il necessario tasso di quality-time settimanale secondo i manuali, niente panico: pensate che anche PokemonGo pareva tanto una dipendenza, e ora non se lo ricordano neanche più. Basta solo aspettare.

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